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Sul reato di clandestinità Renzi ha perso la bussola

Il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria, vicino a Roma, il 29 maggio 2009. (Filippo Monteforte, Afp)

Il dibattito sulla depenalizzazione del reato d’immigrazione irregolare ha visto la formazione di un inedito fronte a favore: non solo le associazioni in difesa dei diritti civili e la magistratura, ma anche i vertici delle forze dell’ordine si sono pronunciati per l’abolizione del reato, perché non serve a niente. “Andrebbe riformato. Così com’è intasa le procure”, ha detto il capo della polizia Alessandro Pansa. Il governo ha invece deciso di rimandare sine die tale decisione, che pure sarebbe obbligato a prendere in virtù di una legge delega del parlamento.

Approvato nel 2009 dal governo Berlusconi-Maroni (con l’attuale ministro dell’interno Angelino Alfano allora alla giustizia), il reato prevede una multa per l’immigrato entrato irregolarmente (o colto in situazione irregolare sul territorio) e che nel frattempo è stato espulso o ha fatto perdere le proprie tracce, e quindi non potrà pagare la sanzione. In questo senso, intasa le procure inutilmente.

La realtà e la percezione dei cittadini

Così congegnato, il reato non ha mai raggiunto gli obiettivi che si era prefissato il legislatore. Com’era prevedibile fin dalla sua approvazione, non ha avuto alcun effetto dissuasivo: è implausibile che una persona pronta ad attraversare il Mediterraneo a bordo di un barcone o i Balcani nel cassone di un tir cambi idea per timore di vedersi infliggere una multa (che peraltro non pagherà mai).

Ma la cosa più sorprendente di tutto il dibattito sono le ragioni presentate dal presidente del consiglio per giustificare il suo mancato atto. In un’intervista al Tg1, Matteo Renzi ha detto che “secondo i magistrati il reato in quanto tale non serve, non ha senso e intasa i tribunali, ma è anche vero che c’è una percezione di insicurezza da parte dei cittadini per cui questo percorso di cambiamento delle regole lo faremo con calma, tutti insieme, senza fretta”.

Il capo del governo ammette senza riserve di determinare le sue decisioni in un campo delicato come quello dell’immigrazione basandosi non sulla realtà dei fatti o sull’opinione di esperti, ma sulla percezione dei cittadini – che per sua stessa natura è viziata da emotività, paure e riflessi condizionati di chiusura nei confronti del diverso.

La verità è che, in questa come in altre questioni legate ai diritti civili, il presidente del consiglio ha perso un’altra occasione per realizzare un gesto altamente simbolico e cambiare così la percezione dei cittadini. Cioè: orientare l’opinione pubblica, che è precisamente il compito che un governo dovrebbe darsi.

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