×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

In Brasile i bar contano più delle scuole

La favela Vila Vintém a Rio de Janeiro, Brasile, maggio 2020. (Mauro Pimentel, Afp)

Da quasi dieci mesi 35 milioni di bambini brasiliani non vanno a scuola. Quando a marzo, all’inizio della pandemia, le scuole sono state chiuse pensavo che avremmo dovuto solo avere pazienza: presto avremmo tenuto sotto controllo il virus e le scuole sarebbero state le prime a riaprire. Giusto? Sbagliato. Il Brasile è molto lontano dall’avere sotto controllo la pandemia. Senza un lockdown nazionale e un programma di test di massa, il bilancio quotidiano delle vittime è rimasto costante. Quello che abbiamo avuto, a parte le smentite del presidente Jair Bolsonaro, sono alcune restrizioni episodiche introdotte dai governi locali.

A giugno i governatori regionali hanno pensato che fosse una buona idea riaprire lentamente le istituzioni più importanti per i brasiliani: i centri commerciali, i ristoranti, i bar, le palestre, i saloni di bellezza, i cinema, le sale concerti e perfino le sale scommesse. Tutto tranne le scuole. Dal punto di vista della salute pubblica non ha alcun senso. Mentre le persone ricominciavano a fare aerobica e a tingersi i capelli, il virus ha continuato a diffondersi. Nel frattempo gli insegnanti si rifiutavano di tornare a scuola se il rischio rimaneva così alto (non li biasimo). Ma i leader brasiliani avevano un piano per una riapertura graduale, giusto? Sbagliato di nuovo. A dieci mesi dalla chiusura delle scuole, non hanno ancora fatto niente. In Brasile, paradossalmente, i bar sono considerati più importanti delle scuole, e le manicure sono socialmente più rilevanti della salute mentale dei bambini.

La maggior parte dei genitori si sente costretta a sopportare un peso enorme senza aiuti. Un’intera generazione di bambini è stata abbandonata a se stessa e la sua formazione si è pericolosamente fermata.

Giornate perse
I risultati sono disastrosi. Molti studenti brasiliani ricevono una qualche forma d’insegnamento a distanza, ma solo quelli che hanno i mezzi per farlo. Secondo una ricerca il 25 per cento degli studenti delle scuole pubbliche non ha accesso a internet; secondo un’altra quasi un terzo di chi li assiste teme che gli studenti abbandonino la scuola. Non c’è da stupirsi. È difficile sopravvalutare l’effetto positivo dell’apprendimento di persona, che non si limita alle lezioni ma coinvolge la salute mentale, l’alimentazione e la socialità. I pediatri sostengono che senza quest’attività potrebbero aumentare i casi di depressione, ansia, disturbi del sonno e comportamenti aggressivi.

In un paese disuguale come il Brasile, la chiusura delle scuole è devastante. In molte città gli istituti privati, abbastanza ricchi da adattare le proprie strutture, hanno ricevuto l’autorizzazione a riprendere le lezioni in classe. Le scuole pubbliche invece – spesso piccole, affollate e poco ventilate – sono rimaste per lo più chiuse. Più un bambino è povero, più soffre per la chiusura (almeno sette milioni non hanno accesso ai pasti scolastici e potrebbero patire la fame). Secondo un rapporto dell’Unicef, i bambini dell’America Latina e dei Caraibi hanno perso in media il quadruplo dei giorni di scuola rispetto a quelli del resto del mondo. Il danno è particolarmente grave per i bambini piccoli, i più colpiti dalla mancanza di socializzazione. Le ricerche sono ancora troppo poche per quantificare la catastrofe educativa che stiamo affrontando.

Mi piacerebbe avere una soluzione (e se trasformassimo i bar in scuole?). Ma non c’è un modo per sistemare le cose da un giorno all’altro. Molti studi indicano che i bambini non sono esposti a un alto rischio di contrarre il virus a scuola, e lo stesso vale per il personale scolastico. Questo però dipende dalla capacità di controllare i tassi di contagio all’interno delle comunità e d’introdurre misure per la riduzione del rischio. Ma in Brasile, dove la seconda ondata si è abbattuta sulla cresta della prima (il 26 gennaio il paese ha raggiunto i 217mila morti per covid-19) e le scuole mancano di infrastrutture, non ci sono le condizioni per farlo.

Di recente alcuni governatori hanno dichiarato di voler aprire le scuole a febbraio o a marzo. Ma gli insegnanti si rifiutano di tornare a fare lezione di persona senza essere vaccinati. Il problema è che il Brasile non ha ancora un piano vaccinale nazionale e, a giudicare dal caos e dalla comparsa di due nuove varianti del virus, serviranno mesi per vaccinare tutti i dipendenti scolastici. Non fare niente però non è un’opzione percorribile. Mi permetto di fare tre proposte.

Prima di tutto abbiamo bisogno di aumentare i finanziamenti per le scuole pubbliche e ripensare gli edifici scolastici. Poi dobbiamo garantire agli insegnanti e al personale scolastico un accesso al vaccino, una volta coperto il personale sanitario. Infine dobbiamo chiedere la chiusura di tutti i servizi non essenziali fino a quando le scuole non saranno abbastanza sicure da riaprire. Questa misura potrebbe essere impopolare ma è essenziale. Un’alternativa c’è: i bambini potrebbero espropriare i bar, e i saloni di bellezza. E le sale scommesse.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

pubblicità