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La peggior crisi umanitaria al mondo è ignorata da politici e giornalisti

Le macerie di una casa distrutta da un attacco aereo condotto dall’Arabia Saudita a Sanaa, in Yemen, il 9 giugno 2017. (Hani Al Ansi, Ap/Ansa)

Il 18 luglio un caccia saudita ha colpito un convoglio di automobili nel distretto di Mawzaa, in Yemen. L’attacco ha provocato la morte di almeno venti civili, di cui molti appartenenti a un’unica famiglia. A bordo delle automobili c’erano famiglie in fuga dagli scontri nei pressi della città di Taiz, nello Yemen sudoccidentale.

“In Yemen non esiste un luogo sicuro per i civili”, spiega Shabia Mantoo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Secondo l’ Unhcr questo incidente, come altri in precedenza, “evidenzia gli estremi pericoli che si presentano ai civili in Yemen, soprattutto a quelli che cercano di fuggire dalla violenza. Sono loro a essere i più colpiti dal conflitto”.

L’Arabia Saudita non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’incidente. Già in precedenza aveva analizzato altri incidenti che avevano coinvolto obiettivi sensibili, e nell’aprile del 2017 aveva ammesso la responsabilità per molti di essi. Ma in ogni occasione il governo di Riyadh ha dichiarato di non essere a conoscenza della presenza dell’ospedale colpito o ha sostenuto che le aree civili erano utilizzate dalla coalizione yemenita antisaudita come basi militari. È impossibile negare il peso delle prove che dimostrano la pratica saudita di bombardare aree civili (scuole, ospedali, mercati e zone abitate), ma i sauditi continuano a non assumersi la piena responsabilità di quanto accaduto.

Il paese più ricco del mondo arabo, l’Arabia Saudita, è entrato in guerra nel 2015 con il paese più povero del mondo arabo. Da allora lo Yemen, con una popolazione di 25 milioni di abitanti, è stato sostanzialmente distrutto. Le Nazioni Unite hanno rilevato passo passo la portata della tragedia. I numeri sono sbalorditivi. Questa guerra ha provocato la morte di più di 20mila persone, di cui almeno la metà civili. Il numero dei feriti non può essere precisato perché metà gli ospedali e centri medici dello Yemen non sono operativi. Questo significa che non è possibile stabilire quante persone si sono presentate per farsi curare.

Per i sopravvissuti la vita non è facile. È come se per loro il tempo si trascinasse senza senso, in una guerra senza fine. Il dolore aumenta. Vecchie malattie riappaiono, anche la fame. La settimana scorsa l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh, si trovava a New York. Cheikh si è rivolto al Consiglio di sicurezza parlando dello Yemen e sottolineando che venti milioni di persone su una popolazione totale di 25 milioni sono colpite dalla guerra. La maggior parte di loro non ha quasi accesso ad acqua, cibo, prodotti per l’igiene, raccolta dei rifiuti. Sette milioni di yemeniti, tra cui 2,3 milioni di bambini con meno di cinque anni, sono “sull’orlo della fame”. Al momento nel paese si registrano 320mila possibili casi di colera, con 1.700 vittime accertate.

I resoconti di guerra ci arrivano dallo Yemen grazie al lavoro del personale dell’Onu, di un manipolo di giornalisti intrepidi e degli yemeniti che cercano (senza successo) di attirare l’attenzione della comunità internazionale. Quando le Nazioni Unite hanno provato a portare tre giornalisti della Bbc su un aereo umanitario da Gibuti a Sanaa, le forze sostenute dai sauditi ne hanno impedito l’arrivo. Ben Lassoued, dell’ufficio dell’Onu per il coordinamento delle questioni umanitarie nello Yemen, ha dichiarato che questo fatto “è grave e dimostra in parte perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie del mondo, non riceve particolari attenzioni da parte dei mezzi d’informazione internazionali”.

Nella guerra dei sauditi contro lo Yemen sono emerse gravi violazioni dei diritti umani

Yemen, Somalia, Sud Sudan e Nigeria sono paesi colpiti da carestie provocate dall’uomo, con venti milioni di persone che muoiono di fame. Nessun intervento umanitario è stato possibile nelle aree colpite, e le autorità non si sono particolarmente interessate. Le immagini di bambini malnutriti sui social network stimolano la compassione, non l’azione. Le Nazioni Unite sono riuscite a raccogliere appena il 43 per cento dei 6,2 miliardi di dollari di cui hanno urgente bisogno per combattere la fame in questi quattro paesi.

Gli Stati Uniti hanno versato 1,9 miliardi di dollari, ma si tratta di una minima parte della cifra che l’industria degli armamenti americana guadagna vendendo armi all’Arabia Saudita, rifornendola mentre bombarda lo Yemen e affama i suoi abitanti. Di recente, quando il presidente Donald Trump ha fatto visita ai sauditi, gli Stati Uniti hanno concluso un accordo da 110 miliardi di dollari per la vendita di armi a Riyadh. L’affare si aggiunge a un accordo decennale da 350 miliardi di dollari.

In altre parole gli Stati Uniti alimentano un conflitto che ha affamato un paese e provocato crimini di guerra. Sono indirettamente responsabili per questa enorme devastazione.

Nel 2016 una commissione di esperti ha concluso che nella guerra dei sauditi contro lo Yemen sono emerse gravi violazioni dei diritti umani, “diffuse e sistematiche”. L’aspetto più inquietante del rapporto è la documentazione degli attacchi sauditi contro le vie di comunicazione (aere e marittime) e i depositi di generi alimentari (incluso un deposito Oxfam di aiuti umanitari), oltre che contro un progetto idrico finanziato dall’Unione europea. La commissione ha “documentato tre attacchi della coalizione contro siti agricoli per la produzione di cibo”. Nel 2015 un aereo saudita ha distrutto le gru e i magazzini della città portuale di Hudaydah. Lo Yemen importa il 90 per cento del cibo, dunque la distruzione delle infrastrutture ha avuto effetti catastrofici. Questi attacchi che hanno compromesso il trasporto e la conservazione del cibo, colpendo anche gli impianti di depurazione dell’acqua, sono all’origine della carestia che ha colpito lo Yemen.

L’indifferenza dei politici
Il rapporto di Cheikh non ha coinvolto emotivamente i componenti del Consiglio di sicurezza, che sono rimasti in silenzio davanti al suo intervento. L’ambasciatore cinese Liu Jieyi è il presidente del Consiglio di sicurezza per il mese di luglio. Jieyi ha dichiarato che gli esponenti silenziosi del consiglio “capiscono la gravità della situazione” e sostengono “una soluzione politica come l’unica via per mettere fine al conflitto in Yemen”. Tre negoziati di pace gestiti dalle Nazioni Unite sono già falliti. Entrambi gli schieramenti si sono rifiutati di partecipare agli ultimi incontri ad agosto dell’anno scorso.

Il nuovo dialogo, partito a maggio, prosegue a fatica. La trattativa era cominciata in Oman e sul tavolo c’erano alcune misure per ristabilire la fiducia tra le parti. Le Nazioni Unite avevano proposto di affidare la gestione del porto di Hudaydah a un paese straniero. I due schieramenti non hanno trovato un accordo su chi dovrebbe prendersi carico di questa rilevante città.

Intanto Justin Forsyth, esponente dell’Unicef, si è presentato davanti a una sottocommissione del senato statunitense per i rapporti con l’estero. Forsyth ha ribadito che bisogna fare di più. “I conflitti, gli eventi climatici estremi come la siccità, il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, la perdita di mezzi di sostentamento, la povertà: sono tutti elementi che rafforzano le carestie e le crisi umanitarie. Se non ci occuperemo di queste cause continueremo a dover affrontare crisi ricorrenti”.

Forsyth ha avuto coraggio a sollevare questi problemi, ma ne ha dimenticato qualcuno: un modello economico che favorisce le disuguaglianze, sostituisce i lavoratori con delle macchine e ignora insensibilmente le sofferenze di tutti quelli che vivono nelle aree del mondo che non sono riuscite a liberarsi dalle catene della povertà coloniale. I senatori hanno annuito. Sono perspicaci. Ma vanno avanti per la loro strada. Ci sono accordi per la vendita di armi da perfezionare. Ci sono contribuenti da convincere. Troppe cose da fare in un giorno. È difficile concentrarsi su tutti i problemi del mondo. È difficile mandare giù queste storie di sofferenza. Forse un altro analgesico con la prossima tazza di caffè?

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito Alternet.

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