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Ci vorrà ancora molto tempo prima che i curdi abbiano un paese

Persone aspettano di votare al referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno a Erbil, 25 settembre 2017. (Chris McGrath, Getty Images)

Il 25 settembre gli abitanti del Kurdistan iracheno sono andati a votare per un referendum sull’indipendenza. Sembra che più del novanta per cento dei votanti abbia chiesto al Governo regionale curdo (Krg) di avviare dei negoziati con il governo iracheno per la secessione. Questo ampio mandato complica la situazione in Asia occidentale. Sia la Turchia sia l’Iraq hanno condotto esercitazioni militari vicino ai confini del Kurdistan iracheno, mentre entrambi i governi hanno dichiarato che faranno tutto il possibile per boicottare tali aspirazioni.

È importante sottolineare che questo voto non rappresenta un mandato sufficiente a garantire al popolo curdo un paese indipendente. I trenta milioni di curdi nel mondo sono perlopiù sparsi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Il voto non includeva quelli che vivono in Turchia (che sono la netta maggioranza) o che vivono in Iraq e Siria. Non c’è dubbio che in questi paesi ci siano stati festeggiamenti e che l’identità nazionale curda sia uscita nettamente rafforzata da questa votazione. Non si è però trattato di un referendum per uno stato nazionale curdo, ma casomai di un invito alla secessione dell’area autonoma dell’Iraq curdo, già ampiamente indipendente dal 1991.

Quando gli Stati Uniti cacciarono le forze armate irachene dal Kuwait, nel 1991, il presidente George H.W. Bush invitò il popolo iracheno a sollevarsi e a rovesciare Saddam Hussein. Nel nord dell’Iraq i due principali partiti politici, il Partito democratico curdo (Kdp) e l’Unione patriottica del Kurdistan (Puk), risposero a questo appello. I combattenti curdi peshmerga si sono impadroniti della città petrolifera di Kirkuk, aspettandosi di ricevere una copertura aerea da parte degli Stati Uniti. Che però non è arrivata.

Ma poi l’esercito iracheno ha mobilitato le sue unità regolari e irregolari, cominciando a bloccare l’avanzata curda con i suoi elicotteri. Un milione di curdi si è riversato sul confine con la Turchia. La risoluzione 688 del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha dichiarato l’Iraq settentrionale un “rifugio sicuro”, un termine che poi si sarebbe trasformato in “regione autonoma”. Gli Stati Uniti hanno dichiarato la regione “no-fly zone”, proteggendola dagli attacchi aerei iracheni.

Kdp e Puk controllavano questa regione, difesa anche dagli aerei statunitensi. Si sono così sviluppate alcune strutture di governo, al pari di un inno e di una bandiera nazionali. L’autonomia curda si è rafforzata dopo la caduta del governo di Saddam Hussein nel 2003 e durante l’occupazione statunitense dell’Iraq. Le compagnie petrolifere americane si sono riversate in quest’enclave, come anche i beni di consumo turchi. L’esistenza di una regione autonoma curda è stata sancita dalla costituzione irachena del 2005, che ne ha garantito l’autonomia. Il leader del Puk, Jalal Talabani, è diventato presidente dell’Iraq.

Per quanto riguarda tutte le questioni pratiche, il Kurdistan iracheno è un paese indipendente dal 1991.

Il desiderio d’indipendenza è fondamentale, sarebbe sbagliato minimizzarlo: è facile infiammarlo, più difficile controllarlo

Nel corso degli ultimi anni, il leader del Kpd Masoud Barzani è stato presidente del governo regionale curdo. Le tensioni tra Kpd e Puk continuano, ma queste sono ben poca cosa rispetto a quelle, notevoli, che esistevano in passato tra il governo regionale curdo e il governo iracheno di Baghdad. Quest’ultimo ha accusato il governo regionale di Erbil di aver permesso il trasporto illegale di petrolio che, passando dalla Turchia, avrebbe raggiunto i mercati internazionali. Nell’ultimo decennio il governo iracheno ha chiesto di riportare le milizie curde (i peshmerga) sotto il controllo delle forze armate irachene. Nessuna di queste questioni è stata risolta.

I peshmerga curdi sono diventati fondamentali per i piani bellici statunitensi combattendo, con l’appoggio americano, il gruppo Stato islamico (Is) a Mosul e in altre zone. I partiti curdi hanno utilizzato quest’opportunità per conquistare più territorio possibile, compresa, ancora una volta, la città di Kirkuk, non solo ricca di petrolio ma anche etnicamente variegata.

Mentre accadeva tutto questo, il valore del petrolio è crollato. Il governo regionale curdo ha visto i suoi introiti calare. Ed è normale che, in queste situazioni, emergano accuse di corruzione. Barzani, messo sotto pressione politica, ha risposto a queste accuse con un appello per un referendum sull’indipendenza.

In altre parole questo referendum, che riguarda solo l’enclave curda in Iraq, aveva poche conseguenze sulla situazione dei curdi in Turchia, Siria e Iran. L’appello di Barzani ha indebolito i suoi oppositori interni, i quali lo hanno sostenuto, e ha aumentato la sua popolarità grazie anche alla sua partecipazione in manifestazioni di massa in tutta la regione. Il desiderio d’indipendenza è fondamentale, sarebbe sbagliato minimizzarlo: è facile infiammarlo, più difficile controllarlo.

Com’era inevitabile Turchia, Iran e il governo iracheno hanno dichiarato che faranno tutto quanto in loro potere per evitare la secessione. Il Kurdistan iracheno è una regione senza sbocchi sul mare, che si affida ai vicini per il commercio. È ricca di petrolio, che però deve in qualche modo arrivare su altri mercati. Se Turchia, Iran e Iraq impongono un embargo sul Kurdistan iracheno, questo pagherà un prezzo durissimo. È quel che è successo in Sud Sudan, che ha ottenuto la sua indipendenza ma continua a dipendere dal Sudan per trasportare il suo petrolio verso i mercati internazionali. Barzani non ha chiarito come si comporterebbe un eventuale Kurdistan iracheno isolato.

Il prezzo da pagare
Nel frattempo, il governo siriano ha sancito l’autonomia dei curdi siriani, che vivono perlopiù in una striscia di territorio a nord, lungo il confine tra Siria e Turchia. I tentativi dei curdi siriani di creare il Rojava (Kurdistan occidentale) sono stati messi in difficoltà dal governo e dall’esercito turco, che rimane pronto a intervenire sui suoi confini ed è addirittura entrato in Siria per fermare le ambizioni curdo-siriane di creare uno stato dotato di continuità territoriale. In Siria non ci sono appelli pubblici all’indipendenza. I partiti locali si sono rafforzati all’interno di un progetto di Siria federale, nel quale tutte le minoranze sono dotate di una propria autonomia.

In Turchia i vari partiti, compresa la formazione combattente del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), hanno preso le distanze dall’appello per un Kurdistan indipendente. Alcune dure misure del governo turco hanno fiaccato le ambizioni curde. Ma ancor più decisivi sono stati i cambiamenti sociali che hanno minato la possibilità di uno stato curdo nella Turchia sudorientale. Più del sessanta per cento della popolazione curda in Turchia vive a ovest di Ankara, con oltre un milione di persone nella sola Istanbul. Creare uno stato curdo imporrebbe un immenso trasferimento di popolazione, un’opzione sgradita anche ai curdi di Turchia. È per questo che il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, che si trova in prigione, e altri politici curdi chiedono oggi maggiori diritti all’interno dello stato turco più che una vera e propria indipendenza.

In Iran le aspirazioni dei curdi sono state duramente represse dal governo, tramite un giro di vite contro le manifestazioni e l’arresto o l’esecuzione dei loro leader. In Iran non esiste oggi alcuna prospettiva di una secessione curda.

Uno sguardo al passato, alle richieste del comitato Xoybûn degli anni venti e trenta del novecento, suggerisce che la richiesta dei curdi non siano più uno stato indipendente bensì il riconoscimento di pieni diritti di cittadinanza, in quanto curdi, ovunque essi vivano. Il fatto di non poter usare la loro lingua è da molto tempo una lamentela della comunità curda. Altrettanto inaccettabile per loro è il fatto di non essere visti come una comunità (per molto tempo, il governo turco li chiamava “turchi delle montagne”). Non c’è dubbio che il popolo curdo abbia desideri irrealizzati legati ai loro sogni di autonomia e alle loro realtà culturali. Quest’ultimo referendum, anche se importante per i curdi d’Iraq, non potrà certo fornire una soluzione a questo problema. Ha tuttavia fornito, a breve termine, una soluzione ai problemi del governo di Barzani.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito Alternet.

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