×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

In Arizona gli ispanici vogliono dare una lezione a Donald Trump

Un manifesto elettorale nei dintorni di Page, nel nord dell’Arizona, agosto 2016. (Alessio Marchionna per Internazionale)

Sergio Arellano ha un’aria piuttosto rilassata per essere uno che fa un lavoro apparentemente impossibile. Sulla targa della porta del suo piccolo ufficio nella sede del Partito repubblicano dell’Arizona, alla periferia di Phoenix, c’è scritto “direttore delle iniziative strategiche”, che non rende bene l’idea di quanto il suo compito possa essere frustrante e complicato: convincere gli elettori di origine latinoamericana a votare per i repubblicani alle prossime elezioni, cioè a votare per Donald Trump, il candidato più detestato dalle minoranze che si sia mai presentato alle elezioni presidenziali.

Trump ha annunciato la sua candidatura, circa un anno e mezzo fa, accusando il Messico di mandare negli Stati Uniti stupratori e trafficanti di droga e promettendo di costruire un muro “grandissimo e bellissimo” tra i due paesi; dopo di che ha detto di voler di espellere gli undici milioni di immigrati senza documenti che vivono nel paese e ha attaccato Gonzalo Curiel, il giudice (nato in Indiana da genitori messicani) titolare di una class action contro la Trump university, sostenendo che doveva essere sollevato dall’incarico per via delle sue origini latinoamericane; e nei mesi seguenti ha continuato a promettere legge e ordine per fermare l’invasione dei migranti dal sud, fino al dibattito del 19 ottobre, quando ha promesso di cacciare i “bad hombres” dagli Stati Uniti.

Tutte queste prese di posizione hanno accelerato il processo di allontanamento degli elettori ispanici dal Partito repubblicano (secondo gli ultimi sondaggi, Hillary Clinton ha un vantaggio di circa cinquanta punti tra gli elettori di origine latinoamericana su Trump al livello nazionale) e hanno messo in seria difficoltà politici e attivisti conservatori negli stati tradizionalmente di destra dove i cambiamenti demografici hanno aumentato l’influenza politica dei cittadini di origine latinoamericana: il Texas, la Georgia, il Nevada e, soprattutto, l’Arizona.

L’Arizona è il termometro perfetto per misurare le condizioni di salute della destra americana

Qui i latinos sono passati dal 16 al 31 per centro della popolazione tra il 1980 e il 2015, e oggi rappresentano il 22 per cento dei votanti, un numero che è destinato a crescere nei prossimi anni. Con il risultato che uno stato che negli ultimi sessant’anni ha votato solo una volta per il candidato democratico alle presidenziali (Bill Clinton nel 1996) potrebbe presto diventare territorio ostile per i repubblicani. Forse non succederà in queste elezioni (secondo le previsioni del New York Times, Donald Trump ha il 60 per cento di possibilità di conquistare l’Arizona l’8 novembre), ma il solo fatto che sia diventato uno stato conteso è già di per sé notevole.

Oggi l’Arizona è il termometro perfetto per misurare le sempre peggiori condizioni di salute della destra americana: una sconfitta qui potrebbe essere un preoccupante segnale d’allarme per stati come Texas e Georgia, e potrebbe aprire la porta a uno scenario in cui i repubblicani, che tanti anni fa hanno definitivamente perso il voto dei neri, si troverebbero a essere il partito dei bianchi in un paese dove presto i bianchi non saranno più la maggioranza della popolazione.

Sulla linea del fronte, a difendere le ultime roccaforti conservatrici, ci sono persone come Sergio Arellano, che hanno passato questa strana campagna elettorale a fare complicati esercizi di equilibrismo: sostenere Donald Trump e allo stesso tempo tenersene un po’ a distanza, per evitare di essere travolti in caso di sconfitta del candidato repubblicano.

Sergio Arellano nella sede del Partito repubblicano a Phoenix, agosto 2016.

Quando gli chiedo di spiegarmi come cerca di convincere i latinos a votare per i repubblicani nell’anno di Trump, Arellano risponde con il tipo di frase evasiva che abbiamo sentito tante volte dai dirigenti repubblicani nell’ultimo anno: “Non puoi lasciare che un solo candidato parli per un intero partito. Un partito è la combinazione di tante persone, e quando andiamo nelle comunità cerchiamo di fargli capire che, indipendentemente da chi sarà il prossimo presidente, è importante concentrarsi su quello che succede al livello locale, dove vengono prese le decisioni più importanti sulla loro vita. Per esempio, nei consigli scolastici, nei municipi, nei parlamenti statali”. Provo a insistere un po’: cosa direbbe a un elettore di origine messicana spaventato dalle parole di Trump? “Che Hillary Clinton è molto peggio”, risponde.

Per Arellano “andare nelle comunità” significa visitare i quartieri e le chiese dove vivono e pregano gli abitanti di origine latinoamericana, partecipare alle feste dei santi patroni cattolici e farsi conoscere da persone che nella maggior parte dei casi non hanno mai avuto contatti con il Partito repubblicano, spesso neanche con la politica in generale: “Organizziamo incontri e fiestas in tutto lo stato. Bussiamo a ogni porta e diciamo: ‘Hey, venite a mangiarvi una pizza e a vedere un film’. In quelle occasioni ci presentiamo e gli spieghiamo quali sono le nostre idee”. Che tipo di film? “Film conservatori, come Sick and sicker, un documentario sugli effetti disastrosi dell’Obamacare e della sanità pubblica, o Home of the braves, che racconta le storie di un gruppo di reduci della guerra in Iraq”.

Mentalità conservatrice
Arellano è nato a Tucson, nel sud dello stato, da genitori messicani. Ha 33 anni, la testa rasata e un sorriso enorme sempre stampato in faccia che usa per nascondere i segni di un passato complicato. Nel 2001, a 18 anni, si è arruolato nell’esercito, e due anni dopo è partito per l’Iraq come soldato di fanteria. È tornato a casa nel 2006, dopo che è rimasto coinvolto nell’esplosione di una bomba artigianale.

“Quando sono rientrato negli Stati Uniti avevo perso molti ricordi e avevo un disturbo da stress postraumatico. Bevevo molto, avevo incubi e non sapevo come gestire gli attacchi di panico e di ansia. Per un po’ di tempo ho vissuto come un senzatetto, non avevo soldi per comprare il latte per mio figlio di tre anni. Ho ancora a che fare con questi problemi ma oggi le cose vanno meglio, grazie alle terapie”.

Arellano racconta che appena tornato dalla guerra avrebbe potuto chiedere i soldi dei sussidi per i veterani, ma ha preferito non farlo. “Per via della mia cultura”, dice. “Bisogna lottare e cavarsela da soli”.

Nella sede del Partito repubblicano a Phoenix, agosto 2016.

Anche se parla come un conservatore della vecchia scuola – religione, lavoro, legalità – la sua carriera politica è cominciata nell’orbita del Partito democratico. “Dopo l’Iraq ho partecipato ad alcune iniziative legate ai reduci di guerra, e in quel periodo ho conosciuto Gabrielle Giffords, deputata dell’Arizona alla camera dei rappresentanti. Siamo diventati amici e lei mi ha assunto come consigliere per le questioni legate ai reduci”.

Nel 2011 Jared Loughner, un ragazzo di 22 anni, sparò a Giffords durante un comizio. Uccise sei persone e ferì alla testa la deputata. Quegli eventi convinsero Arellano a impegnarsi di più in politica. Ma, poiché non apprezzava il candidato scelto dai democratici per sostituire Giffords, decise di sostenere il repubblicano Frank Antinori, che come lui era un reduce di guerra.

Le politiche migratorie non sono il tema che interessa di più ai latinos

Arellano fa di tutto per mostrarsi ottimista in vista dell’8 novembre: “Non c’è nessuna possibilità che Hillary Clinton vinca in Arizona”, dice sprofondando nella sua sedia di pelle nera. La sua sicurezza, mi spiega, deriva dal fatto che i latinos sono molto più conservatori di quanto si tenda a pensare. “Sono in maggioranza cattolici, quindi sono contrari all’aborto e ai matrimoni gay. I latinos sono per la libera iniziativa economica e credono che ognuno debba provvedere a se stesso: lavora duro, spaccati la schiena, non dipendere da nessuno, continua a lavorare, perché prima o poi i sussidi finiscono e a quel punto nessuno si occuperà di te”.

Gli chiedo se non pensa che le affermazioni di Trump sull’immigrazione e sul controllo delle frontiere possano offendere gli elettori di origine latinoamericana e spingerli verso la sinistra. “No”, risponde Arellano senza pensarci, “perché le politiche migratorie non sono il tema che interessa di più ai latinos. Questi elettori sono preoccupati soprattutto per quello che li riguarda direttamente: la situazione economica, la mancanza di lavoro, i costi troppo alti dell’istruzione”.

Alcuni sondaggi sembrano dargli ragione: nel 2015 uno studio del Pew research center mostrava che solo il 34 per cento degli elettori di origine latinoamericana pensa che l’immigrazione sia il tema politico più importante. I dati dicono anche che molti ispanici sono favorevoli ad aumentare i controlli ai confini e pensano che le persone arrestate per crimini gravi debbano essere espulse dal paese, ma in stati come l’Arizona quasi tutte le famiglie di latinos hanno amici o parenti che vivono illegalmente nel paese, e tendono a vedere le frasi di Trump come un attacco a tutta la loro comunità.

Lo sceriffo fa paura
Ma il problema principale, per Arellano e per i suoi colleghi di partito, è che in Arizona i latinos hanno cominciato a detestare i repubblicani tanti anni fa. Molto prima che entrasse in scena Donald Trump c’è stato lo sceriffo Joe Arpaio, che da anni mette in atto grosso modo alcuni degli stessi provvedimenti proposti oggi dal candidato repubblicano alla presidenza. Arpaio è stato eletto sceriffo della contea di Maricopa – che ospita la capitale Phoenix e dove vivono circa quattro dei sette milioni di abitanti dello stato – nel 1993, e da allora ha dichiarato guerra agli immigrati senza documenti.

È stato più volte accusato di abuso di potere e il dipartimento di giustizia l’ha messo sotto inchiesta per racial profiling, cioè per aver compiuto arresti e formulato accuse sulla base dell’appartenenza etnica. La contea – cioè i contribuenti – ha speso più di 140 milioni di dollari per coprire le spese legali e i risarcimenti nei processi aperti contro di lui. Poco dopo essere entrato in carica ha fatto costruire accanto alla prigione di Maricopa una tendopoli che ospita soprattutto migranti senza documenti, e che lui stesso ha definito un campo di concentramento.

Due donne si mettono al riparo dall’arrivo di una tempesta di sabbia alla periferia di Phoenix, agosto 2016.

Arpaio ha accolto con entusiasmo la candidatura di Trump (i due sono accomunati anche dalla convinzione che Barack Obama non sia nato negli Stati Uniti) e il candidato alla presidenza ha voluto che lo sceriffo tenesse un discorso alla convention repubblicana di Cleveland.

Il 21 luglio, mentre la folla lo acclamava e urlava “build the wall”, costruiamo il muro, Arpaio ha detto che “Trump è l’unico leader capace di proteggere gli americani” e ha di fatto invocato uno stato di polizia.

Lo sceriffo, che ha 83 anni ed è al sesto mandato, è stato anche uno dei principali sostenitori della legge SB 1070, una delle norme più dure nei confronti degli immigrati che siano mai state approvate negli Stati Uniti. La legge, chiamata anche “show me your papers”, mostrami i documenti, consente agli agenti delle forze dell’ordine di verificare la situazione migratoria di una persona in qualsiasi situazione se hanno il “ragionevole sospetto” di avere di fronte un immigrato senza documenti.

Nel voto anticipato, finora in Arizona si sono registrati e hanno votato democratico più elettori che nel 2012

Alle centinaia di migliaia di persone di origine latinoamericana che vivono nello stato, e non solo per quelle senza documenti, Arpaio fa molta più paura di Trump. A Page, una piccola città nel nord dello stato, ho conosciuto Alberto e Maria, una coppia di messicani che ha passato gli ultimi anni a scappare dallo sceriffo. Alberto mi ha raccontato di essere arrivato a San Diego, in California, nel 1991.

All’epoca entrare negli Stati Uniti era molto più facile di oggi: “Negli anni novanta entravo e uscivo di continuo. Ogni volta che mi trovavano senza documenti mi mandavano indietro, ma riuscivo subito a rientrare senza problemi. In quegli anni era meno pericoloso e meno costoso. Oggi costa tanto, almeno ottomila dollari, e rischi di non arrivare vivo”.

In uno dei suoi rientri forzati in Messico, alla fine degli anni novanta, ha conosciuto la sua futura moglie. Per un po’ hanno vissuto a Mesa, una città di 500mila abitanti a una mezz’ora da Phoenix, nella contea di Maricopa, territorio di Arpaio. Con il passare degli anni, mentre i provvedimenti contro gli immigrati irregolari aumentavano, hanno capito che vivere lì era troppo pericoloso, perché rischiavano di essere fermati ed espulsi in qualsiasi momento. E quando il parlamento statale ha approvato la legge SB 1070 hanno fatto le valigie e si sono trasferiti in Kansas. In tanti sono scappati dall’Arizona in quel periodo (secondo le stime del Pew research center, tra il 2007 e il 2012 gli immigrati senza documenti nello stato sono passati da 500mila a circa 300mila).

La diga di Glen canyon sul lago Powell, a Page, nel nord dell’Arizona, agosto 2016.

Ma il Kansas non faceva per loro: troppo freddo, troppo diverso da Zacatecas, lo stato messicano dove entrambi sono cresciuti, e troppo lontano dagli amici e i parenti che vivono negli Stati Uniti. Così qualche mese fa sono tornati in Arizona, ma stavolta si sono stabiliti più a nord, vicino al confine con lo Utah. A Page, mi ha detto Maria, la situazione è un po’ più tranquilla, anche se i rischi sono comunque alti.

La città, nata nel 1957 come dormitorio per gli operai che dovevano costruire la diga di Glen canyon, sul lago Powell, oggi serve da base per i milioni di turisti che ogni anno visitano alcune delle bellezze naturali più famose degli Stati Uniti, come il Grand canyon, la Monument valley e il Brice canyon. Ufficialmente conta circa settemila abitanti, ma questa cifra non include i tanti immigrati senza documenti che vivono nell’ombra, la maggior parte dei quali lavora nelle decine di tavole calde e stazioni di servizio che fanno da cornice ai due stradoni che attraversano il centro.

Le cose cambiano
Come Alberto e Maria, che lavorano per una catena di cibo messicano in un negozio che si affaccia sul parcheggio di un supermercato. Guadagnano 75 dollari ciascuno alla settimana (più o meno un terzo del prezzo che si paga per notte in uno dei lussuosi alberghi della città) e vivono in una roulotte in un parcheggio ai margini della città con le loro quattro figlie, tutte nate negli Stati Uniti. Nel 2014, quando il presidente Barack Obama ha approvato un decreto per regolarizzare cinque milioni di immigrati irregolari, tra cui anche i genitori di bambini e adolescenti nati negli Stati Uniti, Alberto e Maria hanno intravisto uno spiraglio di speranza. Ma poi il provvedimento è stato bloccato da un giudice del Texas, e in seguito la corte suprema l’ha definitivamente bocciato.

È successo a giugno, nello stesso periodo in cui Donald Trump si è di fatto assicurato la nomination del Partito repubblicano. Ho chiesto ad Alberto e a Maria cosa pensassero ascoltando le frasi di Trump contro i messicani. Sono scoppiati a ridere, all’unisono. “Ci fa ridere”, mi ha detto Alberto. Poi ha riflettuto per qualche secondo e ha aggiunto: “Ma ci fa anche paura”.

Ma ora tante cose stanno cambiando in Arizona. Quando Arpaio è entrato in carica, nel 1993, i latinos formavano meno del 20 per cento della popolazione. Oggi sono circa un terzo, e sono parte integrante del sistema economico e politico dello stato. Secondo alcune stime, gli immigrati irregolari rappresentano più o meno il 10 per cento della forza lavoro. Nel 2012 la legge SB 1079 è stata in buona parte bocciata dalla corte suprema. E due settimane fa Arpaio è stato incriminato per oltraggio alla corte per aver ignorato l’ordine di un giudice in un caso di racial profiling. A novembre gli abitanti della contea di Maricopa voteranno di nuovo per eleggere il loro sceriffo.

La moschea del Centro islamico di Phoenix, agosto 2016. È il punto di riferimento spirituale per gli oltre 50mila musulmani che vivono nella regione intorno alla città.

Secondo i sondaggi Arpaio, che è stato rieletto cinque volte ma ogni volta con un margine di voti sempre minore, potrebbe perdere contro Paul Penzone, il candidato democratico. Sembrava che solo l’età potesse sconfiggerlo, e invece a quanto pare saranno gli elettori, probabilmente con un contributo fondamentale delle minoranze, a far uscire Arpaio di scena. E ora perfino John McCain, che è stato candidato repubblicano alla presidenza nel 2008 e che rappresenta l’Arizona al congresso dal 1987, non è così sicuro di conservare la sua poltrona.

Niente di tutto questo ha spinto i repubblicani a cercare di costruire un rapporto diverso con le minoranze. Sergio Arellano, nuova leva del partito e figlio di immigrati, ne è una dimostrazione evidente. Come Alberto e Maria, anche i suoi genitori sono entrati negli Stati Uniti illegalmente, all’inizio degli anni ottanta. Poco dopo sono stati espulsi con il figlio piccolo in Messico e qualche anno dopo sono rientrati sfruttando un’amnistia voluta da Ronald Reagan, che nel 1986 regolarizzò più di tre milioni di immigrati senza documenti.

“Devo ringraziare un presidente repubblicano se sono negli Stati Uniti”, mi dice sorridendo. Gli chiedo se oggi sarebbe favorevole a un provvedimento simile a quello voluto da Reagan trent’anni fa, e se ha sostenuto il decreto approvato da Obama nel 2014 e poi bocciato dalla corte suprema. “No”, risponde convinto, “non sarebbe giusto per chi aspetta da anni di entrare legalmente. E poi bisogna prima fare quello che né Reagan né Obama sono riusciti a fare: chiudere la frontiera”.

Dalle marce al voto
Qualche giorno fa un articolo della Cnn rivelava dati interessanti sul voto anticipato per le elezioni presidenziali. Negli Stati Uniti per votare bisogna essere registrati nelle liste elettorali, e in molti stati si può dichiarare la propria affiliazione a un partito (repubblicano, democratico, indipendente o altro), quindi è possibile sapere quanti elettori che si sono registrati come democratici e quanti come repubblicani hanno votato finora. Naturalmente i dati non indicano una tendenza politica generale e non possono essere usati per prevedere il risultato finale, ma offrono comunque delle informazioni utili.

Nell’articolo l’elemento più interessante riguarda l’Arizona: i numeri mostrano non solo che finora gli elettori registrati come democratici hanno votato più di quelli registrati come repubblicani, ma rivelano soprattutto che gli elettori democratici stanno votando molto di più (quasi settantamila voti in più) di quanto avessero fatto alle elezioni del 2012. Significa, molto probabilmente, che quest’anno la base democratica è più attiva, e buona parte del merito potrebbe essere degli elettori di origine latinoamericana.

Se la partecipazione politica dei latinos sta aumentando, il merito è soprattutto delle decine di attivisti e volontari che da anni cercano di aiutare gli immigrati e i cittadini di origine latinoamericana a inserirsi nella società. Una delle organizzazioni più note è Mi familia vota, che è nata circa dieci anni fa e oggi ha centinaia di volontari e uffici in varie città dell’Arizona.

La sede centrale del gruppo, un appartamento di quattro stanze nella zona nordest di Phoenix, è tappezzata di cartelli con le date delle scadenze elettorali e appelli per la riforma dell’immigrazione scritti in inglese e in spagnolo. Eduardo Sainz, un ragazzo giovanissimo dall’aria rassicurante, è il vicedirettore. Ha 24 anni ed è nato a Obregón, nello stato messicano di Sonora. Si è trasferito negli Stati Uniti con la sua famiglia all’inizio degli anni duemila, grazie a un visto di lavoro ottenuto dai genitori nell’ambito del Nafta, il trattato di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada.

Eduardo Sainz negli uffici di Mi familia vota, a Phoenix, agosto 2016.

Ci tiene a sottolineare che Mi familia vota non è un’organizzazione politica, non fa campagna elettorale e non riceve finanziamenti da nessuno dei due partiti principali. “Il nostro obiettivo è aiutare le persone nel procedimento per diventare cittadini americani. Per farlo organizziamo ‘feste della cittadinanza’, incontri in cui i nostri volontari spiegano ai richiedenti cosa devono fare per avere la cittadinanza e li aiutano a compilare i moduli. Dopo di che i nostri avvocati si accertano che la pratica sia presentata nel modo corretto agli uffici dell’immigrazione. Infine, organizziamo lezioni per preparare i richiedenti all’esame che devono superare per ottenere la cittadinanza”.

Per la maggior parte delle persone il primo scoglio da superare è la paura, spiega Sainz. Negli Stati Uniti possono fare richiesta di cittadinanza gli immigrati che hanno vissuto legalmente nel paese per cinque anni (tre per chi è sposato con un cittadino o una cittadina statunitense), ma nella maggior parte dei casi le persone che si rivolgono a Mi familia vota sono negli Stati Uniti da almeno dieci anni, alcune anche da quarant’anni, però non erano abbastanza informate o temevano di non superare l’esame, una prova scritta composta da domande di educazione civica e storia degli Stati Uniti.

“Una volta che hanno ottenuto la cittadinanza”, continua Sainz, “li aiutiamo a registrarsi per partecipare alle elezioni locali, statali e nazionali. Generalmente le persone provenienti da paesi latinoamericani arrivano negli Stati Uniti con un’idea molto negativa della politica. Noi cerchiamo di convincerle che il loro voto è importante e che impegnandosi e partecipando possono fare la differenza”.

In effetti i dati dimostrano che gli ispanici vanno a votare in percentuali molto minori rispetto ai neri e ai bianchi: tra il 1988 e il 2012 l’affluenza degli elettori di origine latinoamericana ha raggiunto il 50 per cento solo una volta, mentre l’affluenza degli afroamericani nello stesso periodo è stata intorno al 65 per cento. E non aiuta il fatto che negli ultimi anni l’Arizona, come tanti altri stati, abbia approvato leggi pensate per complicare le procedure di voto – provvedimenti che colpiscono in modo particolare le minoranze – e abbia ridotto il numero di sezioni in cui è possibile votare.

Ma adesso l’effetto Trump potrebbe cambiare le cose. Eduardo Sainz conferma: “Continuano ad arrivare da noi persone che ci dicono ‘vogliamo registrarci e andare a votare per evitare che Trump diventi il nostro presidente’”. Alla fine di settembre Mi familia vota era riuscita a registrare nelle liste elettorali più di 75mila elettori di origine latinoamericana. A quanto pare il “gigante addormentato”, come i commentatori amano definire il blocco elettorale ispanico, si sta lentamente svegliando. Ma per Sainz e tutti i volontari di Mi familia vota il lavoro non è ancora finito: la loro ultima missione sarà portare più persone possibile alle urne l’8 novembre.

Il murale “Bienvenidos a Arizona”, realizzato nel 2010 da DOSE e Gennaro Garcia, a Phoenix, agosto 2016.

A una ventina di minuti a piedi dagli uffici di Mi familia vota c’è la calle 16, il cuore della street art di Phoenix. La città ha sempre espresso la sua parte più ribelle e arrabbiata dipingendo sui muri. I murales spuntano come funghi e spesso nei luoghi più inaspettati – sulla facciata di una casa abbandonata accerchiata da palazzi in costruzione, nascosti dietro ai cassonetti nel retro di una vecchia tavola calda – dando un’anima a un paesaggio urbano grigio e schematico.

All’angolo con East Edgemont avenue c’è una delle opere più popolari della città. Dipinta sulla parete di un negozio di articoli sportivi, è lunga una decina di metri: al centro si vede il volto di una donna dai tratti ispanici rappresentata come la vergine di Guadalupe, con la testa coperta da un velo e una collana celeste, e sopra la scritta “Bienvenidos a Arizona”; ai due lati una serie di simboli della cultura messicana e la scritta “build ur own american dream”, costruisciti il tuo sogno americano.

Gli artisti DOSE e Gennaro Garcia l’hanno realizzata tra ottobre e dicembre del 2010, poco dopo l’entrata in vigore della legge “show me your papers”. All’epoca l’indignazione per quel provvedimento fu così grande e spontanea che riuscì a superare i confini dell’Arizona, e perfino quelli degli Stati Uniti.

Tante delle migliaia di persone che scesero in piazza contro la legge probabilmente pensavano di protestare semplicemente contro una brutta legge voluta da un governo intollerante, ma in realtà stavano assistendo – due anni dopo l’elezione del primo presidente nero – ai primi segni di una tendenza che di lì a poco sarebbe diventata la caratteristica dominante della politica statunitense: la reazione rabbiosa della destra bianca per arginare la crescente influenza delle minoranze.

Lo slogan principale di quelle manifestazioni era “oggi marciamo, domani votiamo”. L’8 novembre sapremo se i latinos sono pronti a trasformare la società statunitense.

pubblicità