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Reclusi sottoterra in Libia, le storie dei migranti della Diciotti

Migranti scendono dalla nave Diciotti al porto di Catania, il 13 giugno 2018. (Fabrizio Villa, Getty Images)

Giona non è reticente a parlare, intreccia una parola dopo l’altra, nomi e numeri del tragitto che ha percorso dalla sua città – Tessenei, al confine tra Eritrea e Sudan – fino all’appartamento in cui si trova quando lo incontro, nella diocesi di Frosinone, in Italia, il 31 agosto, dove è arrivato dopo essere sceso dalla nave Diciotti della guardia costiera italiana. Settemila chilometri di un gioco dell’oca in cui è rimasto intrappolato insieme a sua moglie e ai suoi compagni, rischiando molte volte di perdere la vita. A ogni tappa si è augurato di morire, proprio come il profeta della Bibbia di cui porta il nome. Ma alla fine è sopravvissuto e ora vuole denunciare l’orrore di cui è stato vittima e testimone: estorsioni, torture, compravendita di esseri umani, stupri, bambini nati morti in un carcere sotterraneo.

Ricorda i nomi dei trafficanti, i soldi che a ogni tappa la sua famiglia sparsa ai quattro angoli del mondo ha dovuto versare per liberarlo, i nomi dei compagni, il numero delle persone che c’erano in ogni carcere in cui è stato rinchiuso e quello di chi è morto. Vuole parlare. Si sente un sopravvissuto e vorrebbe che chi è rimasto indietro fosse liberato. “Ci sono almeno tremila eritrei nel carcere di Nesma in cui sono stato rinchiuso prima di partire. Il trafficante che li tiene prigionieri si chiama Abdesalam, è eritreo. Chiunque possa fare qualcosa dovrebbe intervenire. L’unica strada è evacuare i migranti dai lager libici che sono come l’inferno”.

Ha vissuto in Libia per un anno e tre mesi, e per tutto il tempo è stato recluso. Per molti mesi è stato sepolto vivo insieme a centinaia di migranti, quasi tutti eritrei, in un carcere sotterraneo a Beni Walid. Non entrava né aria né luce, un piatto di cibo al giorno da condividere con gli altri. “Con un piatto di pasta mangiavamo in sette”, racconta. È stato venduto da un trafficante eritreo a un gruppo di libici che a loro volta lo hanno venduto ad altri libici, poi è tornato nelle mani dell’eritreo a Nesma, una città a sud di Tripoli, in un centro di detenzione sovraffollato in cui dovevano fare a turno per dormire, perché non c’era spazio per stendersi a terra tutti insieme.

Quisanet, sua moglie, lo guarda con ammirazione e tenerezza, abbassa lo sguardo ogni volta che lui pronuncia parole dolorose e le lacrime si affacciano sulla superficie trasparente dei suoi occhi. Quisanet ha incontrato Giona a Khartoum, in Sudan, e lì ha deciso di sposarlo e di proseguire il viaggio con lui. Il 31 agosto sono stati accolti dalla Caritas di Frosinone e dalla diocesi, che si è assunta tutte le spese dell’accoglienza. Sognano di raggiungere i Paesi Bassi, dove vive la zia di Giona, ma per ora non possono accedere a nessun programma europeo di ricollocamento. Quisanet ha un fazzoletto fucsia avvolto intorno ai capelli, i tratti del viso minuti, folte ciglia nere che le incorniciano gli occhi. È molto giovane e sul braccio ha una grossa cicatrice orizzontale.

Giona ha studiato, ha 24 anni ed è partito dall’Eritrea nel 2016. Era cadetto nella scuola militare, ma è scappato perché era orfano di madre e primogenito di una famiglia numerosa. “Mio padre era malato e la famiglia aveva necessità che io lavorassi”, racconta. “Sono tornato a Tessenei, per un periodo ho lavorato in nero con dei commercianti sudanesi che facevano import-export, poi ho temuto che le guardie del regime di Isaias Afewerki mi trovassero e mi mettessero in prigione perché ero disertore e quindi ho deciso di scappare”.

La sua storia è simile a quella di migliaia di eritrei della sua generazione costretti a lasciare il paese per sottrarsi all’obbligo della leva, che si trasforma in servizio militare a vita. Un rapporto delle Nazioni Unite definisce l’Eritrea “un paese governato dal terrore” a causa della repressione del regime e della mancanza di qualsiasi libertà di espressione. “Ho salutato la mia famiglia e ho deciso di partire insieme a un gruppo di commercianti sudanesi che mi hanno nascosto nella loro auto per attraversare il confine. Ho pagato diecimila nacfa (circa 500 euro)”, continua Giona.

La prima tappa del suo viaggio è stata una cittadina di confine, in Sudan, per poi arrivare a Khartoum. Giona ha vissuto sette mesi nella capitale sudanese, grazie a un po’ di soldi che gli mandava sua zia dai Paesi Bassi. Lì ha incontrato Quisanet: “Era la mia dirimpettaia, ci siamo innamorati e sposati”, racconta, mentre lei sorride. Un giorno ha deciso di riprendere il viaggio verso l’Europa: “Ho chiesto a mia zia di non mandarmi più i soldi per vivere in Sudan, ma di metterne insieme abbastanza per pagarmi il viaggio fino in Libia, così mi ha mandato 1.600 dollari”.

Comprati e venduti
Il viaggio è duro per gli uomini, ma quello che accade alla donne è indicibile: “Ogni volta che ci si ferma, qualche miliziano si sente in diritto di molestare una donna o di farle violenza”. Giona e la moglie hanno attraversato il Sahara a bordo di un camion insieme ad altre 150 persone, i mezzi erano stracarichi, alcuni uomini sono morti per asfissia, schiacciati dai corpi ammassati dei compagni di viaggio. Ci sono voluti tre giorni da Khartoum per arrivare a Cufra, in Libia. “Pensavamo che aver pagato una somma così alta ci avrebbe garantito condizioni di viaggio buone e invece i trafficanti ci hanno trattato come animali, ma non sapevamo che era solo l’inizio. Quello che ci aspettava sarebbe stato molto peggio”.

Migranti in un centro di detenzione a Tripoli, in Libia, l’8 giugno 2017.

A Cufra sono stati rinchiusi in un carcere insieme ad altre quattrocento persone e sono finiti nelle mani del trafficante eritreo Abdesalam. Il trafficante ha chiesto a ciascuno di pagare 5.500 dollari per uscire dal carcere e imbarcarsi per l’Europa. Nessuno aveva questa somma. È cominciato un calvario durato due mesi: i trafficanti portavano ai detenuti un cellulare con cui potevano fare uno squillo a casa per poi attaccare. Dopo lo squillo, si aspettava che i familiari chiamassero. “Se non pagate ci ammazzano”, dicevamo al telefono.

Quelli che rimangono a casa attraversano così un inferno simile a quello dei reclusi, perché per tutto il tempo non fanno altro che cercare soldi, vendere i loro averi, chiedere prestiti ai vicini e agli amici pur di liberare i parenti che sono nelle mani dei trafficanti. “Mio padre ha dovuto vendere la casa, molti finiscono a chiedere l’elemosina o a fare una colletta in chiesa. Per il dispiacere e la preoccupazione i genitori di alcuni nostri compagni di viaggio sono morti”. Giona è arrivato a maledire il giorno in cui è nato. Mentre racconta, certi passaggi diventano troppo dolorosi. Il racconto s’interrompe, le parole sembrano deboli per descrivere l’orrore. Allora Giona si ferma, prende fiato e riprende il filo del discorso, affidandosi ai numeri e ai nomi, come per disegnare una mappa mentale della sofferenza che ha attraversato.

Dopo i primi quattro mesi di prigionia, Giona e Quisanet hanno pagato il riscatto e sono stati portati a nord. Pensavano che si sarebbero imbarcati per la traversata del Mediterraneo. Dopo due giorni di viaggio sono arrivati nel carcere sotterraneo di Beni Walid, 170 chilometri a sudovest di Tripoli, dove hanno vissuto il periodo peggiore della loro permanenza in Libia. Sono stati portati a Beni Walid dagli uomini del trafficante eritreo, ma una volta arrivati sono passati di mano e sono stati presi in custodia da miliziani libici.

“Ci siamo resi conto solo una volta arrivati che eravamo stati venduti”, racconta. Nel carcere sotterraneo hanno incontrato altri due eritrei, Hagos ed Eden, un’altra coppia con cui hanno condiviso il viaggio fino in Italia. “Eravamo in un bunker”, raccontano. Nel carcere sotterraneo erano in 403, non entrava la luce, le persone erano ammassate. I primi giorni sono stati di attesa.

“Non capivamo che cosa volessero da noi i libici del carcere, non ci chiedevano soldi all’inizio, dicevano che il mare non era buono per partire”, racconta Giona. Il carcere sotterraneo era gestito da un libico che si chiamava Mohammed “Whisky”, il suo nome era conosciuto tra gli eritrei perché si raccontava che in passato facesse parte del gruppo Stato islamico e avesse ucciso diversi eritrei che non si erano convertiti all’islam. “Quando lo abbiamo sentito nominare ci si è gelato il sangue nelle vene. Ma i giorni passavano e non capivamo che volesse il libico da noi”.

I bambini morti in carcere
“Abbiamo visto l’inferno, ma siamo stati testimoni anche di miracoli”, esclama a un certo punto Giona. Due donne hanno dato alla luce dei bambini nel primo bunker. “Nel buio, mentre tutti noi non potevamo fare altro che pregare, le donne partorivano i loro figli”, racconta Giona. “Non so come abbiano fatto”. Tuttavia, forse a causa delle scarse condizioni igieniche, entrambi i neonati sono morti dopo poche settimane.

“La pelle dei bambini s’infiammava, forse la mancanza d’igiene e di luce e la vicinanza con i corpi degli adulti gli provocava delle infezioni”, racconta Quisanet che prende coraggio per raccontare uno degli spettacoli più terrificanti a cui ha dovuto assistere. Piega il capo e nasconde la testa tra le mani mentre racconta.

Dal primo carcere, gli eritrei hanno provato a scappare scavando un tunnel sotterraneo con le mani, ma i carcerieri se ne sono accorti e hanno deciso di trasferirli in un’altra prigione sotterranea a poca distanza dalla prima. Anche nel secondo carcere sono nati dei bambini e una donna è morta dopo aver abortito.

“Non capivamo che volevano da noi, il tempo passava e non ci dicevano che cosa volevano”, racconta Giona. Poi ci hanno chiesto di nuovo un riscatto: altri 2.500 dollari a persona. “Per ognuno di noi erano moltissimi soldi, le nostre famiglie avevano già dato tutto quello che avevano”.

Sono cominciate di nuovo le torture, i migranti erano svegliati nel cuore della notte dai carcerieri, oppure picchiati sotto le piante dei piedi. “Ad alcuni hanno rotto i piedi”. Ci sono voluti sei mesi per raccogliere i soldi necessari a uscire. Da Beni Walid Giona, la moglie e altri 160 eritrei sono stati portati a Nesma.

“Quando abbiamo visto il sole per la prima volta dopo mesi, i nostri occhi non vedevano più”, racconta. Nel centro di detenzione a sud di Tripoli c’erano almeno tremila persone, la maggior parte di nazionalità eritrea. Come in un angosciante circuito chiuso gli eritrei sono tornati al punto di partenza, nelle mani del primo trafficante di uomini, quello che li aveva venduti ai libici. Il centro di detenzione era sempre di proprietà di Abdesalam, l’eritreo.

Sono stati in questo centro più grande per alcuni mesi prima di partire per la spiaggia di Al Khoms, una cittadina costiera a est di Tripoli da cui partono in questo momento la maggior parte delle imbarcazioni dirette in Italia. “Ci siamo imbarcati di notte su una barca di legno, abbiamo navigato due giorni e due notti senza vedere nemmeno una barca. I trafficanti ci hanno dato una bussola e indicato la direzione e ci hanno dato un telefono satellitare e dei numeri da chiamare”.

“Dopo due giorni è arrivata una nave molto grande, ci hanno distribuito dei salvagenti e il cibo, ma non ci hanno soccorso, se ne sono andati”, racconta Giona. Poi sono arrivate le motovedette italiane che hanno soccorso i migranti e li hanno portati a bordo della Diciotti. “Il capitano era molto gentile con noi, ma abbiamo capito subito che qualcosa non andava, che nessuno ci voleva far scendere”, continua il ragazzo. Sapevano di essere a sette ore dalla costa italiana, ma per giorni hanno visto la terraferma da lontano.

Migranti in un centro di detenzione a Tripoli, in Libia, l’8 giugno 2017.

“Avevamo paura di essere riportati in Libia”. Giona ha parole di gratitudine per gli uomini dell’equipaggio della guardia costiera italiana, che hanno fatto di tutto per farli sentire a loro agio: “Non avevamo docce e facevamo fatica a lavarci i denti, ma il capitano ci rassicurava. Ci diceva che non ci sarebbe successo niente di male. Che Dio lo benedica per il bene che ha fatto per noi!”, esclama.

Una volta scesi, al quinto giorno di fermo nel porto di Catania, i migranti sono stati trasferiti prima nell’hotspot di Messina, poi nel centro di accoglienza di Rocca di Papa, nel Lazio, in attesa di essere distribuiti nelle diverse diocesi italiane che nel frattempo hanno dato disponibilità ad accoglierli. Il 31 agosto i primi 34 migranti hanno lasciato il centro Mondo migliore di Rocca di Papa. Giona, Quisanet, Hagos ed Eden sono stati portati a Frosinone.

“La disponibilità del vescovo di Frosinone Ambrogio Spreafico ad accogliere alcuni dei migranti della Diciotti è venuta naturale”, spiega Marco Toti, direttore della Caritas del capoluogo laziale. La città ospita richiedenti asilo dall’epoca dell’emergenza Nordafrica, ci sono sia Sprar sia Cas, ed era già stata data la disponibilità in passato ad accogliere delle famiglie siriane arrivate con i corridoi umanitari organizzati dalla comunità di Sant’Egidio.

“Ci sembrava un piccolo gesto, si tratta di partire dai fatti e dalle persone e non dai pregiudizi”, afferma Toti, che assicura che nella città non ci sono mai stati episodi di intolleranza. “Se in passato c’è stata agitazione rispetto all’arrivo dei profughi ne abbiamo sempre parlato, ascoltando le ragioni di chi aveva delle resistenze, a partire dalle parrocchie. Ma complessivamente abbiamo sempre avuto una buona accoglienza”, conclude. “Gli aspetti più negativi li vediamo sui social network, più che dal vivo”. Per Toti si tratta di “segni”, perché la chiesa cattolica non sarebbe in grado di sostenere la spesa di tutti i richiedenti asilo che sono presenti in Italia. “Cento persone sono un piccolo gesto”, conclude.

Ora Giona vuole solo arrivare a destinazione nel nord dell’Europa e cominciare una nuova vita insieme con Quisanet. Il suo sogno è raggiungere la zia nei Paesi Bassi e poter celebrare di nuovo il matrimonio insieme a una parte della famiglia. “Voglio lavorare per aiutare la mia famiglia in Eritrea a ricomprare la casa che ha dovuto vendere per permettermi di arrivare in Europa”, afferma.

“Vorrei ringraziare il papa, so che ha avuto un ruolo in questa storia”, dice Quisanet prima di salutarmi. Eden invece vorrebbe soltanto ritrovare la pace: “Vorrei che la mia testa smettesse di essere agitata, vorrei rendermi conto che sono finalmente arrivata in un paese in cui non rischio di morire, vorrei ritrovare un po’ di serenità. Ancora non mi sono resa conto di essere arrivata”. Helen, la mediatrice del centro di accoglienza della Caritas, insieme a suo marito Mussie e al figlio Yared, ha portato un po’ di ingera, il pane tipico eritreo, per i profughi appena arrivati da Rocca di Papa. “Sono anni che non ne mangiamo, per noi stasera sarà come essere a casa”, dice Eden mentre saluta affettuosamente i suoi nuovi vicini.

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