A Prato lo sciopero funziona
“Anche i cinesi si ribellano allo sfruttamento”, era scritto a caratteri cubitali sulla prima pagina di un giornale locale esposto all’esterno di un’edicola di Prato il 23 maggio. La notizia si riferiva a due operai di origine cinese: Shi You e Ma Xue Yan, che per la prima volta avevano incrociato le braccia per protestare contro i turni massacranti imposti dall’azienda per cui lavoravano, gestita nella città toscana da connazionali.
In solidarietà con i due lavoratori, il 22 maggio davanti ai cancelli della fabbrica si erano radunati altri operai e sindacalisti del Sudd Cobas e la notizia aveva cominciato a circolare. Non era mai successo infatti che fossero proprio degli operai di origine cinese a scioperare nel settore tessile, perché c’è un sistema di controllo molto forte della comunità che scoraggia questo tipo di azioni.
Per avere protestato i due operai sono stati costretti a lasciare l’alloggio in cui abitavano, precedentemente messo a disposizione dal datore di lavoro. Ma gli altri lavoratori e i sindacalisti hanno lanciato una raccolta fondi per sostenerli, raccogliendo quasi duemila euro in poche ore per permettergli di trovare una sistemazione temporanea.
“Facciamo turni massacranti di 18 ore al giorno e ci pagano solo tre centesimi a bottone”, ha raccontato Ma Xue Yan, che ha denunciato orari disumani, compensi a cottimo, arretrati non pagati, nessun giorno di riposo, domeniche e festivi in fabbrica senza che fossero previsti degli straordinari e addirittura un’aggressione da parte del datore di lavoro, quando erano andati a chiedere i soldi che gli spettavano. Ma pochi giorni dopo è arrivata una buona notizia: il 25 maggio l’azienda ha accettato di versare tutti gli arretrati non pagati e ha stanziato un risarcimento economico per i due operai tessili, impiegati nell’applicazione dei bottoni agli abiti.
Una vittoria sindacale che si va ad aggiungere a diverse altre che negli ultimi mesi hanno fatto emergere un sindacato di base, la Sudd Cobas, nato nel 2018 per sostenere le vertenze nel settore della logistica, ma che poi si è concentrato sulle rivendicazioni dei lavoratori del distretto tessile più grande d’Europa, in cui la maggior parte della manodopera è di origine immigrata.
“Le condizioni di lavoro – sia che si parli di fast fashion sia che si parli di lusso – sono di dodici ore al giorno per 6-7 giorni alla settimana, con una presenza abbastanza alta di lavoro nero, ma anche di contratti part time fasulli”, spiega Francesca Ciuffi, sindacalista dalla Sudd Cobas.
La piana tra Firenze e Pistoia è la sede dei più importanti segmenti della produzione tessile e della moda italiana. Nella zona di Firenze c’è tutto il settore della pelletteria e del lusso, a Pistoia c’è la produzione di filati e tessuti, mentre a Prato ci sono gli stabilimenti della cosiddetta fast fashion, o pronto moda, i vestiti “da mercato”, abiti molto economici che finiscono sui banchi degli ambulanti di tutta Europa.
“In questi anni, incontrando e iniziando a conoscere i lavoratori impiegati nel settore – che sono quasi esclusivamente stranieri, in particolare cinesi, pachistani e bangladesi – abbiamo avuto modo di capire che in tutti questi segmenti produttivi le condizioni di sfruttamento erano praticamente identiche e che non si trattava di casi isolati, ma di condizioni di lavoro diffuse”, continua Cioffi.
Il sistema grigio
Il settore tessile e della moda è caratterizzato da esternalizzazioni: tutto il processo produttivo è svolto da committenti in appalto che si concentrano su fasi precise del processo produttivo. Se fino a qualche decennio fa in questa stessa zona sorgevano grandi stabilimenti che producevano tutti i materiali fino a comporre il capo finito, ora le fasi della lavorazione sono distribuite tra diverse aziende in cui lavorano pochi operai che svolgono una fase specifica della lavorazione.
“La maggior parte dei lavoratori di questo settore è straniero, ma si tratta di persone che hanno un permesso di soggiorno, sono spesso dei richiedenti asilo. Per quanto riguarda i lavoratori cinesi invece in molti casi sono irregolari, cioè sono persone arrivate in Italia con un visto turistico che poi lasciano scadere ed entrano nell’irregolarità”, spiega la sindacalista. Questo determina una condizione che è lavorativa, ma anche sociale e abitativa. Per lavorare con paghe così basse sono costretti a vivere in case condivise con altri lavoratori, spesso in subaffitto. A volte, soprattutto nel caso dei lavoratori cinesi, l’alloggio è fornito dagli stessi datori di lavoro.
“Quando noi abbiamo cominciato a fare attività sindacale, le persone prendevano paghe di 800 o 900 euro al mese per 84 ore alla settimana. In questi anni di lotte e sindacalizzazione i salari medi per lo stesso monte orario sono arrivati tra i 1.200 e i 1.500 euro al mese, che significa 3-4 euro all’ora”, spiega Cioffi.
Nel territorio di Prato e della sua provincia ci sono centinaia di aziende con nomi riconoscibili: Moda Sofia, Moda Persona. Sono marchi che poi si ritrovano sui cartellini dei vestiti “da mercato”. Ci sono degli show room, dei capannoni in cui sono esposti dei campioni dei vestiti. Da tutto il mondo i grossisti arrivano a Prato per ordinare gli stessi modelli per pochi euro ed esportarli sui banchi dei mercati.
È un lavoro stagionale: nei mesi della primavera e dell’estate si lavora di più, poi tra dicembre e gennaio c’è un calo del lavoro. Mentre in passato le aziende non mettevano in regola i lavoratori, recentemente molte aziende adottano un sistema che viene definito di “grigio”, per non incorrere nelle sanzioni previste in caso di controlli dell’ispettorato del lavoro.
“Magari si fanno contratti part time fittizi da quattro o sei ore, che in caso di eventuali controlli danno comunque una parvenza di regolarità. Ma in realtà nascondono turni di lavoro da dodici ore o più. E questo vale anche per le garanzie previste dai contratti: ferie, malattia, tfr. Sono previste sulla carta, ma non sono rispettate”, continua la sindacalista.
Gli scioperi hanno funzionato
Il lavoro del sindacato è cominciato nelle tintorie, che sono le aziende più grandi del distretto e impiegano trenta o quaranta operai ognuna. “L’obiettivo dei lavoratori non era in quel caso alzare il salario a parità di ore di lavoro, ma alzarlo dimezzando le ore di lavoro. Cioè, volevano lavorare otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana e, ovviamente, ricevere la paga prevista dal contratto nazionale, più alta di quella che percepivano per lavorarne dodici”, spiega Cioffi.
Da queste battaglie, che in molti casi sono state vinte, è nato il movimento 8x5, cioè una campagna che unisce le diverse lotte del distretto tessile e in sostanza chiede di ridurre l’orario di lavoro a otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana invece di sette, con l’applicazione del contratto nazionale.
“È una lotta per ridurre le ore di lavoro, ma anche per alzare il salario, perché ti permette di guadagnare come prima – o a volte anche di più – lavorando la metà delle ore. Ma principalmente è una lotta per liberare tempo di vita, perché quello che i lavoratori ci hanno sempre detto è che non stavano vivendo come esseri umani, perché erano in una specie di catena di lavoro-sopravvivenza che non gli permetteva di avere una vita normale”, afferma Cioffi.
Nei primi scioperi nel 2018-2019 ai picchetti arrivava spesso la polizia e li sgomberava. C’era una criminalizzazione dei lavoratori e dei sindacati che organizzavano gli scioperi. I sindacalisti erano spesso aggrediti dai datori di lavoro. L’ultimo episodio contro un sindacalista è avvenuto il 7 maggio quando a essere preso a calci e pugni è stato Arturo Gambassi, anche lui sindacalista del Sudd Cobas.
Gli operai della stamperia Mix stavano scioperando davanti alla sede dell’azienda per ottenere il pagamento di due mensilità arretrate. Mentre Gambassi tentava di concordare una data certa per il saldo, il datore di lavoro lo ha aggredito. Ma il pestaggio è stato ripreso da un cellulare e si è diffuso rapidamente, portando a una mobilitazione ancora più larga a cui hanno partecipato attivisti e lavoratori della zona. Nonostante questo la situazione è migliorata per i lavoratori: ad aprile il sindacato ha fatto sapere che negli ultimi mesi sono state 21 le aziende che hanno firmato accordi sindacali nel distretto tessile in seguito a 27 scioperi proclamati.
“Abbiamo ottenuto contratti full time a tempo indeterminato con il giusto livello di inquadramento nel contratto nazionale tessile”, riepiloga. Quando l’azienda applica il contratto del tessile artigianato, noi chiediamo dei miglioramenti rispetto al contratto nazionale. Per esempio, nel contratto artigianato i primi tre giorni di malattia non sono pagati e noi invece facciamo un accordo affinché lo siano. Visto che la maggior parte dei lavoratori sono stranieri, in tutti gli accordi inseriamo sempre la possibilità di fare quaranta giorni consecutivi di ferie in un anno per poter tornare al proprio paese. Ma quello che chiediamo nella maggior parte dei casi è un contratto di otto ore a tempo indeterminato e il giusto inquadramento in base al contratto nazionale”.