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ang Jie è stata la prima, e per lungo tempo l’unica, iscritta cinese al sindacato Sudd Cobas. Si descrive come infaticabile fin da quando era bambina, sempre pronta a spostarsi per migliorare le sue condizioni.

Da adolescente aveva sentito dire che la regione del Sichuan era “divertente”, e così aveva lasciato lo Yunnan, di nascosto ai suoi genitori. A diciott’anni un’amica che si era sposata e trasferita a Quanzhou, nella regione del Fujian, le aveva raccontato che lì si poteva guadagnare raccogliendo il longan, un frutto. Aveva deciso di raggiungerla con un’altra amica.

Dopo diversi giorni e diverse notti passate in treno erano arrivate a Fuzhou, il capoluogo della regione, senza un centesimo in tasca. Alla stazione qualcuno si era offerto di aiutarle, ma le aveva prese con sé solo per rivenderle come mogli a un uomo di Changle, una cittadina della regione. All’inizio aveva creduto che la stessero semplicemente presentando a potenziali partner, ma presto si era accorta che l’uomo che le accompagnava era già stato pagato: “Era un trafficante di esseri umani”.

In ogni caso scelse di rimanere in Fujian e di crescere lì i suoi tre figli perché “era più semplice viverci” rispetto alle aree montuose dello Yunnan da cui proveniva e perché a Changle “gli uomini non ti organizzano la vita e sono le donne a prendere le decisioni”.

Ma quello che la portò da un paesino di montagna dello Yunnan alle coste del Fujian non fu il viaggio più lungo di Wang Jie.

Nel 2004, grazie alle conoscenze di un amico, viaggiò per tre mesi: da Chang-le andò a Pechino e poi a Mosca, e poi via terra attraversò la Bielorussia, l’Ucraina, la Polonia, la Germania e la Francia per raggiungere l’Italia. Mentre era in Ucraina, prese una brutta intossicazione alimentare ma non si poteva fermare, perché in quei giorni doveva superare il confine.

Il suo gruppo partì a notte fonda e attraversò foreste disabitate. Wang era debole e le gambe non le reggevano, ma due trafficanti bianchi di tanto in tanto se la caricavano di peso. “Erano alti e forti. Mi prendevano uno da un lato e uno dall’altro e mi portavano con facilità”, ricorda mentre spiega come ha raggiunto la Polonia. Ogni volta che varcavano un confine, altri trafficanti locali li prendevano in carico fino al successivo.

In Francia, nell’ultimo tratto del suo lungo viaggio, dovettero fermarsi a Parigi, perché dopo gli attentati di Madrid del marzo 2004 i controlli alle frontiere e sui mezzi di trasporto erano stati inaspriti in tutto il continente. Passarono tre giorni e tre notti in un magazzino abbandonato nei pressi della stazione, prima di ricevere il segnale che avrebbero potuto continuare il tragitto.

La prima tappa

Finalmente Wang riuscì ad arrivare via treno a Milano. Il trafficante chiamò un suo parente per confermargli che era in Italia, e qualcuno la venne a prendere. Solo allora la famiglia rimasta in Cina finì di pagare i trafficanti e si chiuse quel lungo viaggio clandestino.

Per gli immigrati cinesi senza documenti raggiungere l’Europa significava fare una lunga traversata via terra. E per tutti la prima tappa in Italia era Prato, dove c’erano già molte fabbriche gestite da cinesi e quindi opportunità di lavoro.

Il primo impiego di Wang era identico a quello di molti altri migranti appena arrivati: operaia in una stireria. Con il vapore doveva piegare i vestiti e ripulirli dai fili delle imbastiture. “Era un inferno”, ricorda. “Lavoravamo più di diciotto ore al giorno ed eravamo in competizione l’uno con l’altra. Dormivamo poco e appena ci stendevamo qualcun altro si alzava per mettersi a lavorare”. Condivideva una piccola stanza con gli altri operai: “Come avrei potuto riposare?”.

Dopo appena due giorni viveva come in trance e non ce la faceva più. Quando se ne andò aveva guadagnato solo una quarantina di euro. Non era neanche arrivata in Italia e già voleva tornare indietro.

A Prato lavorare in quel modo era la norma. Wang racconta che un suo collega che aveva fatto un turno di più di trenta ore di seguito era collassato appena uscito dai cancelli, addormentandosi all’istante. Il suo era considerato un caso fortunato: “Molti operai cercano di rispettare le scadenze lavorando più di dieci ore senza interruzioni. Staccano per farsi una doccia e muoiono. Succede più spesso di quanto si creda”.

Manodopera a basso costo

Quando alla fine degli anni ottanta dalla regione dello Zhejiang arrivarono i primi cinesi a Prato, erano impiegati in fabbriche possedute da italiani. Con il tempo aprirono le loro fabbriche e appaltarono i contratti di lavoro. La seconda ondata di cinesi arrivò dal Fujian. Queste persone venivano assunte dalle fabbriche ormai in mano ai cinesi dello Zhejiang e cominciarono a mettersi in proprio nella seconda metà degli anni novanta.

Intorno al 2000 licenziamenti massicci investirono le aziende di stato del nord e del nordest della Cina, producendo una terza ondata di migrazione che offrì nuova manodopera a basso costo alle fabbriche di Prato. Quando Wang arrivò nella città toscana c’erano più di duemila aziende cinesi e il numero raddoppiò nel giro di cinque anni.

Dopo aver lasciato la stireria, Wang Jie andava tutti i giorni a leggere gli annunci di lavoro e di stanze in affitto all’entrata del supermercato Xiaolin in via Pistoiese, la Chinatown di Prato. Era in Italia da appena una ventina di giorni e aveva già fatto diversi lavori, dal cucire vestiti alla baby-sitter per i bambini del suo capo, ma nessuno sembrava adatto a lei.

Grazie alla raccomandazione di un suo compaesano, fu chiamata come tuttofare in un magazzino di Firenze: doveva cucinare per la famiglia del capo e dare una mano a trasportare pacchi dal magazzino. A fine giornata si reggeva in piedi a stento.

Dopo alcuni mesi, mentre sollevava una scatola da terra pensando che come al solito contenesse giubbotti e altri indumenti, si accorse che era piena di etichette di grandi marche. Nel momento in cui la alzò sentì un colpo alla schiena e si accasciò a terrà, senza riuscire a muoversi. Wang fu costretta a letto per oltre sei mesi a causa di un’ernia del disco: uno dei periodi più difficili di tutta la sua vita, in cui non tornò in Cina solo perché non aveva ancora ripagato il debito che aveva contratto con i trafficanti. Si rimise in sesto solo grazie alla cura e all’ospitalità di due ragazze di un centro massaggi.

Nel 2009, a seguito di una serie di sanatorie, Wang ottenne il permesso di soggiorno in Italia e il ricongiungimento con il più piccolo dei suoi tre figli poco prima che diventasse maggiorenne.

Ora che aveva i documenti R., un italiano, la fece assumere come addetta alle pulizie dei bagni pubblici al parco delle Cascine di Firenze. Ha fatto questo lavoro per quindici anni: non era assunta dal comune di Firenze, ma da un’agenzia che aveva vinto un appalto.

Nel dicembre 2024 il comune ha indetto una gara che è stata vinta da un’altra azienda. E solo quando si sono trovate a chiudere il contratto, Wang e i suoi colleghi si sono accorti che i conti non tornavano. Non avevano ricevuto il tfr (trattamento di fine rapporto), una somma dovuta che in Italia il datore di lavoro trattiene ogni mese e che deve restituire al dipendente quando finisce il rapporto, e che quindi dopo più di dieci anni di servizio è piuttosto alta. Inoltre hanno scoperto che il loro contratto non corrispondeva al vero: era per sei ore al giorno, ma Wang e i suoi colleghi avevano spesso lavorato per tredici o più ore di fila, senza che gli straordinari gli venissero pagati o i contributi versati. Inoltre i loro stipendi venivano segretamente decurtati.

“Si approfittavano del fatto che non capivamo l’italiano”, denuncia Wang. È andata da R. a lamentarsi. R., oltre a offrire aiuto ai migranti trovandogli lavoro o aprendogli dei canali nell’area grigia delle regolarizzazioni, era anche iscritto alla Uil, una delle tre maggiori organizzazioni sindacali italiane.

Wang pensava che contattare il sindacato sarebbe stato utile, ma R. le aveva consigliato di “stare al suo posto”. All’inizio si è consolata pensando che questo lavoro era comunque meglio delle quindici, sedici ore nelle fabbriche di Prato.

Alcuni colleghi pachistani, però, le hanno consigliato di contattare un piccolo sindacato di Prato, che poteva aiutarla a riavere i suoi soldi. Wang ha aderito: “Dovevo farlo, l’azienda mi aveva già tolto troppo”.

E così Wang e i suoi colleghi si sono uniti al sindacato dei Sudd Cobas e il 18 aprile 2025 hanno manifestato di fronte a Palazzo vecchio, la sede del comune di Firenze. Pioveva e faceva freddo, ma sventolavano le bandiere arancioni del sindacato e c’era uno striscione: “Vogliamo il tfr, i contratti a tempo pieno e nove euro l’ora”. Per Wang Jie era il primo sciopero a cui aderiva. Appena due settimane più tardi avrebbe partecipato a una manifestazione ancora più grande.

Wang Jie a Firenze, 18 febbraio 2026 (Agnese Morganti)

Bandiere arancioni

Il 1 maggio 2025 lei e i suoi colleghi si sono fatti mezz’ora di treno e da Firenze sono andati a Prato per il corteo organizzato da Sudd Cobas, urlando slogan come “Sciopero, sciopero!” e “Otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana”. Striscioni in diverse lingue recitavano: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Il ritmo dei tamburi dava potenza ai cori, centinaia di lavoratori sventolavano le bandiere arancioni del sindacato e c’erano cartelli in molte lingue, perfino uno in cinese: “Non vogliamo più lavorare in nero”.

Ho visto Wang per la prima volta proprio a quella manifestazione: una donna minuta con gli occhiali da sole. Era in testa al corteo. Aveva una piccola bandiera e un gilet catarifrangente con su scritto “8x5” con lo spray.

Quando l’ho conosciuta, mi ha spiegato che non lavorava nell’industria tessile come la maggior parte dei lavoratori rappresentati da Sudd Cobas che erano lì e ha ammesso che se i suoi capi fossero stati cinesi probabilmente non avrebbe osato partecipare al corteo.

I cinesi ormai sono i datori di lavoro e chi proviene dall’Asia meridionale e orientale è la nuova classe operaia. I cambiamenti dell’industria mondiale, i problemi causati dai flussi migratori e le questioni etniche sono diventate indistricabili, cosa che rende la lotta per i diritti dei lavoratori ancora più complessa.

Dopo che il movimento ha raggiunto la massima partecipazione, Wang ha visto i video dello sciopero di Prato sui social media e ha avuto qualche ripensamento: non sopportare i lunghi turni di lavoro per contestare i propri capi? Dal suo punto di vista, non era necessario alimentare il conflitto. “Si può sempre andare altrove”, come aveva fatto lei quando aveva lasciato Prato tanti anni fa. La sua affermazione, che un tempo poteva anche sembrare razionale, pronunciata oggi non ha più senso. Anzi, è la dimostrazione che i pilastri su cui si è sviluppata l’industria tessile a Prato negli ultimi quarant’anni si stanno sgretolando.

Per i primi lavoratori cinesi il “poter sempre andare altrove” non significava semplicemente ambire a orari e stipendi migliori: all’epoca l’industria locale era in fase di espansione e chi cambiava lavoro aveva l’opportunità di acquisire nuove competenze. La mobilità era verso l’alto. I migranti arrivati di recente, invece, sono in una situazione diversa. Che vengano dall’Asia meridionale o dalla Cina settentrionale, generalmente non hanno una rete sociale né la possibilità di crescere professionalmente.

Oggi per un migrante senza documenti in regola è quasi impossibile trovare un altro lavoro. E, cosa ancora più importante, l’industria è satura. Flessibilità e mobilità oggi non significano più opportunità, ma poche sicurezze e, spesso, la trappola del lavoro nero. L’attitudine al lavoro di Wang Jie negli anni si è trasformata, tanto che lei pensa di somigliare sempre più agli “stranieri” che spendono quasi tutto quello che guadagnano. Torna in Cina ogni anno e si concede dei viaggi in Italia con gli amici.

La causa contro la sua azienda è ancora in corso. Il 3 luglio la coordinatrice del sindacato ha indetto una riunione. Alle sette e mezza di mattina Wang e i suoi colleghi sono arrivati uno dopo l’altro in uno spazio per i lavoratori vicino alla stazione di Firenze. Il “gruppo a sostegno dei diritti” è internazionale: due filippini, tre pachistani e una cinese. Tra loro s’intendono, si prendono in giro, scherzano e si aiutano. Wang è chiamata da tutti “mamma”, perché è la più anziana.

L’incontro era organizzato principalmente per discutere due questioni. Sudd Cobas aveva sottoposto al giudice le prove che l’azienda non aveva pagato i tfr e aveva ottenuto un incontro tra il sindacato, il comune di Firenze e due rappresentanti dei lavoratori da eleggere: la richiesta era garantire un contratto a tempo indeterminato e a tempo pieno ai lavoratori dei bagni pubblici, a prescindere dall’azienda che avrebbe vinto l’appalto. Dopo qualche discussione, è stato chiesto a Wang e a un suo collega di partecipare all’incontro come rappresentanti dei lavoratori. All’inizio lui era reticente, ma poi ha deciso di accettare. Dopo l’incontro, i due colleghi pachistani si sono caricati gli zaini delle consegne sulle spalle e se ne sono andati: dopo il loro turno quotidiano di sette ore ai bagni pubblici, avrebbero fatto un paio d’ore di “straordinari” con le consegne a domicilio.

Una settimana più tardi nelle sale del municipio i rappresentanti del sindacato, i lavoratori, il comune e il capo della nuova azienda a cui erano stati assegnati si sono incontrati. Hanno discusso un piano per la compensazione del tfr, e l’azienda ha verbalmente accettato di assumere tutti i lavoratori con un contratto indeterminato e a tempo pieno.

Wang Jie ha raccontato che, anche se non aveva parlato molto per via del suo scarso italiano, era molto soddisfatta del risultato. Si sarebbe iscritta al sindacato, e avrebbe pagato anche un contributo di dieci euro al mese. Il motivo? Grazie al sindacato “qui anche i poveri possono parlare, mentre in Cina possono farlo solo i ricchi”. ◆ cag

Biografia

◆ 1972 Nasce nello Yunnan, in Cina.
◆ 1990 Si trasferisce nella regione del Fujian per cercare lavoro.
◆ 2004 Dopo un lungo viaggio con dei trafficanti di esseri umani, arriva in Italia. ◆ 2009 Ottiene il permesso di soggiorno e trova lavoro in una ditta italiana di pulizie, ma viene sfruttata e sottopagata.
◆ 2025 Si iscrive al sindacato Sudd Cobas e partecipa a una manifestazione a Firenze.


Questo articolo è un lavoro premiato dalla Frontline Fellowship. L’editore è Ku Yu-ling (顧玉玲). Fondata nel 2021, la fellowship sostiene scrittori di lingua cinese in tutto il mondo con finanziamenti e supporto editoriale per raccontare storie importanti e personali.

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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati