Sono una donna afroamericana di una famiglia battista molto religiosa del sud degli Stati Uniti. Ora vivo in Europa con mio marito, che è ateo, e i miei due figli. Sono spirituale, ma non religiosa in un senso che la mia famiglia potrebbe capire. Ai nostri figli stiamo insegnando a conoscere tutte le religioni, oltre che a essere persone buone, compassionevoli e umili.
Stiamo per andare a trovare la mia famiglia allargata nella Bible belt e sono davvero preoccupata per quello che potrebbe succedere. Non ho parlato con loro delle mie idee, e hanno pochissimi contatti con me e i miei figli, quindi l’argomento non è mai venuto fuori. Ci saranno sicuramente molti riferimenti a Dio e a Cristo e daranno per scontata la nostra fede. Dire la verità con ogni probabilità provocherebbe rabbia, drammi e una possibile esclusione dalla famiglia.
Vorrei che in quel fine settimana i miei figli vivano un’esperienza positiva con la mia famiglia e con la cultura afroamericana. Dovrei dirgli di limitarsi ad assecondare la convinzione che siamo cristiani praticanti, spiegandogli il motivo? Oppure dovrei “fare coming out” con la mia famiglia allargata per insegnare ai miei figli a essere fedeli a se stessi?–Lettera firmata
Parli di “fare coming out” con la tua famiglia, e l’analogia con la situazione di lesbiche e gay in famiglie religiose che condannano l’omosessualità è calzante. Non dire nulla ai tuoi parenti significa nascondere qualcosa che vorrebbero sapere, anche se non ne hanno il diritto. Eppure, trovare un modo per condividere l’informazione con loro, se ci riesci, potrebbe essere molto positivo.
Di fatto, probabilmente, è anche necessario se i tuoi figli vogliono mantenere rapporti significativi con il resto della famiglia nel lungo periodo. Hai chiesto cosa dovresti dire ai tuoi figli, il che mi fa pensare che siano abbastanza grandi da capire la questione. Perciò discuterei con loro quali sono i pro e contro di rendere nota la vostra eterodossia.
Tieni presente, tuttavia, che c’è qualcosa da dire a favore della sincerità attenuata dalla cortesia. Per un solo fine settimana, non c’è niente di male nell’abbassare il capo durante la preghiera prima dei pasti e nell’assecondare un clima religioso. Questa è la parte della cortesia.
Ma, e questa è la parte della sincerità, se chiedessero a qualcuno di voi se frequentate la chiesa o se avete ricevuto la salvezza, non dovreste mentire. Potreste provare a sottrarvi dicendo che vi dispiace, ma non vi va di parlare di religione, oppure che le vostre posizioni sono complesse. Il modo in cui affronterai tutto questo in anticipo con i tuoi figli aiuterà a educarli sugli aspetti etici della situazione e a prepararsi ad affrontare queste domande, se arriveranno.
Come medico di pronto soccorso, rianimo pazienti in condizioni critiche. Le procedure invasive comportano grossi rischi ma sono necessarie per mantenerli in vita. Quando è possibile, un collega rimanda queste procedure per ore, fino al cambio turno, lasciando tutto a me. Mi ritrovo quindi senza altra scelta se non cominciare quasi subito il supporto vitale oppure guardare il paziente morire.
Ho detto al mio collega che rinviare le misure rianimatorie fino a quando tocca a me eseguirle è ingiusto verso di me e verso il paziente che peggiora. Oltretutto la mia irritazione per questo “scaricabarile” mi distrae, e quindi rischio di commettere più errori, di cui sarei responsabile io, e non lui. Cosa dovrei fare?–Lettera firmata
Il tuo collega non fa il suo dovere e tu gliel’hai detto. Ora è il momento di informare le autorità ospedaliere. La sua riluttanza a eseguire queste procedure non si limita a caricarti di un lavoro che spetterebbe a lui: mette a rischio i pazienti (dal punto di vista legale, potrebbe mettere a rischio anche l’ospedale).
So che i codici impliciti delle professioni scoraggiano di “fare la spia” sui colleghi, e che potresti essere mal visto dagli altri se lo fai. Ma questo è un aspetto deplorevole di quei codici. È l’onore tra ladri che sostiene il furto. Difenditi, e difendi i pazienti che il tuo collega lascia in difficoltà.
Sono stata profondamente offesa da una recente telefonata di una vecchia amica. Da adolescenti, in India, ci conoscevamo appena, ma negli anni ottanta entrambe ci siamo trasferite negli Stati Uniti, dove la nostra amicizia si è rafforzata. Ora viviamo su coste diverse e ci sentiamo soprattutto per i compleanni. Dopo un lungo intervallo, mi ha chiamata per parlarmi dei suoi problemi coniugali.
Conosco suo marito da prima che si sposassero, e mi sento più vicina a lui. Viene nella città in cui vivo diverse volte all’anno, di solito passiamo una serata da me e la mattina dopo lo accompagno all’aeroporto. Le nostre chiacchierate sono libere e schiette. Parla anche dei suoi problemi con la moglie. Non riferisco all’uno le conversazioni che ho con l’altra, e viceversa.
Durante la telefonata la mia amica mi ha accusata di essere una pessima amica perché non l’avevo consultata prima di ospitare suo marito per la notte. Ha detto che “era risaputo” che ero alla ricerca di un partner (sono vedova e single da 14 anni) e che ospitarlo era una scorrettezza, che una vera amica si sarebbe assicurata che per lei non fosse un problema. Ho perso la calma e le ho detto che le comunicazioni tra coniugi sono affari loro, e che non spettava a me dirle dove si trovava suo marito. Non avrei dovuto perdere la calma, ma ero ferita dalle sue insinuazioni e dall’attacco alla mia integrità. La nostra amicizia è finita.
Mi rendo conto che qui sono in gioco i valori che ci portiamo dietro dalla nostra cultura d’origine. Viviamo entrambe negli Stati Uniti da più di trent’anni, e sono consapevole di avere una vita interiore complessa, in cui le radici culturali indiane stridono con le sensibilità statunitensi a cui mi sono adattata. In India, nella maggior parte delle case ci sono dei domestici che “parlano”, e le apparenze vanno salvaguardate perché le famiglie sono strettamente intrecciate.
Non ho nessuna mira verso suo marito, e nella nostra amicizia (quella tra me e il marito) trovano spazio conversazioni su molti problemi – come l’invecchiare, l’essere immigrati negli Stati Uniti, l’essere genitori. Pensi che avrei dovuto consultarla?–Lettera firmata
La persona che doveva consultare la tua amica era suo marito. Tu stavi rispettando le confidenze che entrambi ti avevano fatto all’insaputa dell’altro. E sarebbe stato sbagliato interferire nella loro relazione rivelandole che il marito aveva intenzione di fermarsi da te senza averglielo detto.
Hai ragione quando dici che perdere la calma probabilmente non ha aiutato, soprattutto perché, considerando il vostro background comune, puoi capire perché la tua amica era turbata. Ma hai anche motivo di rimpiangere di non aver insistito affinché il marito informasse la moglie che si fermava da te. Quando un uomo sposato eterosessuale passa la notte a casa di una donna eterosessuale e non lo dice alla moglie, di regola c’è una violazione della fiducia coniugale. In questo non c’è molta differenza tra Stati Uniti e India.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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