Giovedì scorso, il 19 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accolto a Washington una quarantina di ospiti stranieri per la riunione inaugurale del “consiglio di pace” da lui creato e presieduto con l’obiettivo di supervisionare la ricostruzione della Striscia di Gaza, occuparsi dell’amministrazione del territorio e, più in generale, risolvere i conflitti nel mondo. Durante un discorso che Le Monde ha definito “interminabile e particolarmente sconclusionato”, Trump ha parlato di molte cose: di soldi, del documentario sulla moglie Melania e dei suoi successi personali. Ma non ha mai fatto riferimento alla popolazione di Gaza.
Il giorno prima gli abitanti della Striscia, come i musulmani di tutto il mondo, avevano celebrato l’inizio del mese sacro di Ramadan, un periodo dedicato al digiuno, alla riflessione e alla spiritualità. È il terzo da quando le loro vite sono state stravolte dalla micidiale offensiva lanciata da Israele sul territorio il 7 ottobre 2023. Anche se ora è in vigore un fragile cessate il fuoco continuamente violato dai bombardamenti israeliani, la situazione non è molto diversa dagli anni scorsi. “L’unica differenza è che le uccisioni e il bagno di sangue si sono in parte fermati”, conferma a Middle East EyeZiad Dhair, sfollato dal nord di Gaza nel campo profughi di Nuseirat.
In questo periodo di festa si fa sentire di più il peso delle persone e delle cose che non ci sono più. “Durante il Ramadan, prima dell’inizio della guerra, appendevamo le decorazioni, compravamo cibo e dolci, e guardavamo le serie tv. Oggi non esiste più niente di tutto ciò”, racconta ancora Dhair. “La nostra vita è semplice in una tenda, riusciamo a malapena a trovare un amico a cui augurare Ramadan Mubarak”. Molti familiari e amici di Dhair sono morti: “Abbiamo perso le riunioni con le persone che amiamo. Oggi non mi è rimasto nessuno”. Nei primi due giorni di Ramadan Israele ha ucciso altri due palestinesi e ne ha feriti quattro in tutta la Striscia.
Oltre alle perdite, gli abitanti della Striscia devono fare i conti con i prezzi alle stelle. Un’analisi di Al Jazeera, basata su dati ufficiali, rivela gli aumenti vertiginosi dei costi dei generi alimentari, che rendono il pasto tradizionale per rompere il digiuno quotidiano un miraggio per molti. Nei periodi in cui Israele ha inasprito il suo assedio o ha vietato completamente l’ingresso di beni e prodotti nella Striscia, i prezzi degli alimenti sono cresciuti anche più del 700 per cento. Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco a ottobre sono leggermente calati, ma restano fuori dalla portata della maggior parte della popolazione.
Un chilo di pollo che prima della guerra costava 14 shekel (3,80 euro) oggi arriva a 25 (6,79). Il pesce congelato è passato da 8 a 23 shekel al chilo (da 2,17 a 6,25 euro); una confezione di trenta uova da 13 a 35 shekel (da 3,53 a 9,51 euro). Il costo dei pomodori è raddoppiato, quello dei cetrioli è aumentato del 300 per cento. Il formaggio costa il 110 per cento in più, cosa che incide direttamente sul suhur, il pasto consumato prima dell’alba che precede l’inizio del digiuno quotidiano, spesso a base di porridge e yogurt.
Sulla base dei dati forniti dall’Ufficio centrale di statistica palestinese, Al Jazeera ha stimato il costo di un iftar (il pasto che si consuma dopo il tramonto) per una famiglia di sei persone. Calcolando due polli, riso, insalata, antipasti, una bibita analcolica, gas da cucina e olio si arriva a 150 shekel (circa 40 euro) rispetto ai 79 di prima della guerra. L’aumento dei prezzi coincide con il crollo del potere d’acquisto. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato alla fine del 2025 indicava che nell’anno precedente il reddito pro capite annuo a Gaza era precipitato a 503 shekel (poco più di 136 euro), rispetto ai 3.900 del 2022.
Il mercato del lavoro praticamente non esiste più. A ottobre Sami al Amsi, capo della Federazione generale dei sindacati palestinesi, ha affermato che il tasso di disoccupazione era superiore al 95 per cento, dato che i negozi, i terreni agricoli e i pescherecci erano stati distrutti. Il ricercatore Ahmed Abu Qamar attribuisce l’inflazione elevata alle politiche restrittive imposte da Israele sugli aiuti: “Il protocollo umanitario prevede l’ingresso di seicento camion al giorno, ma l’occupazione israeliana ne consente solo tra i duecento e i 250”.
È un Ramadan difficile anche nel resto della Palestina. Fin dai primi giorni la polizia e le autorità israeliane hanno fatto di tutto per aumentare le tensioni e inasprire i toni, soprattutto intorno alla Spianata delle moschee di Gerusalemme, chiamata Monte del tempio dagli ebrei e Al Haram al sharif (che significa il nobile santuario) dagli arabi. A gennaio il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir – che prima di assumere il suo incarico aveva ricevuto otto condanne penali, anche per sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha nominato come capo della polizia di Gerusalemme un suo alleato, il generale Avshalom Peled. Due settimane dopo la polizia ha consentito agli ebrei di entrare nel complesso portando con sé i testi stampati delle preghiere, cosa che finora non era permessa.
Il Guardian riferisce che la fondazione islamica Waqf, che gestisce il luogo ed è finanziata e diretta dalla Giordania, ha subìto molte pressioni nel periodo precedente al Ramadan. I suoi uffici sono stati perquisiti e sei membri del suo personale sono stati messi in detenzione amministrativa (senza accusa né processo), mentre ad altri 38 e a sei imam è stato impedito l’ingresso nel complesso. Il 16 febbraio l’imam di Al Aqsa, Mohammed al Abbasi, è stato fermato temporaneamente nel cortile della moschea, mentre gli agenti hanno fatto irruzione nel complesso durante la prima notte di preghiera. Nella prima settimana di Ramadan la polizia ha anche esteso l’orario di visita per ebrei e turisti nel complesso da tre a cinque ore ogni mattina. È stato invece limitato a diecimila il numero dei permessi per consentire ai palestinesi della Cisgiordania di entrare nella Gerusalemme Est occupata per partecipare alle preghiere ad Al Aqsa.
In un articolo su +972 Magazine, il giornalista palestinese cittadino d’Israele Baker Zoubi denuncia il tentativo delle autorità israeliane, amplificato dai mezzi d’informazione, di presentare il Ramadan come un periodo in cui aumenta la violenza palestinese contro gli israeliani. I vertici della polizia e i rappresentanti del ministero dell’interno hanno perfino organizzato un incontro speciale con imam e personalità pubbliche nelle comunità arabe di Israele, invitando alla calma. “Anche se l’incontro è stato caratterizzato da un linguaggio conciliante”, commenta Zoubi, “rifletteva chiaramente una percezione della sicurezza secondo la quale i cittadini palestinesi sono un fattore di rischio da gestire e non una comunità i cui diritti e la cui libertà di culto devono essere protetti”.
La realtà è l’opposto della narrativa israeliana. Durante il mese sacro i palestinesi, come tutti i musulmani, tendono a essere più calmi e riflessivi, a causa dell’importanza religiosa del periodo e del digiuno. Di solito si registra un calo delle tensioni e delle proteste e quest’anno non fa eccezione, nota Zoubi. Nelle ultime settimane c’è stata una netta diminuzione degli attacchi dei palestinesi contro gli ebrei sia in Cisgiordania sia dentro la Linea verde. Le aggressioni dei coloni invece si sono intensificate, con raid nei villaggi palestinesi quasi quotidiani. Ad alimentare le tensioni è solo Israele, conclude Zoubi, dimostrando che “la vera minaccia non è il Ramadan, ma l’incitamento omicida di questo governo e il suo tentativo d’infangare un mese sacro con discorsi di terrore e odio, il tutto per servire interessi politici e alimentare impulsi razzisti”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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