Per quindici anni sono stata felicemente sposata con un uomo che, purtroppo, è morto diverso tempo fa. Era il secondo matrimonio per entrambi. Ho mantenuto un rapporto cordiale con la sua prima moglie e i loro due figli, ormai adulti. So che mio marito amava i suoi figli, ma anche che con loro aveva delle difficoltà.

Tra i suoi effetti personali c’erano diversi diari contrassegnati come “privati” o “confidenziali”. Li ha tenuti per anni, e si interrompono circa un anno dopo l’inizio della nostra storia e il successivo matrimonio. Ci sono anche molti documenti relativi all’annullamento delle prime nozze. Ho dato rapide occhiate a una parte di questo materiale e credo che contenga informazioni intime che non erano destinate agli occhi di nessun altro.

Vedo tre possibilità: distruggere tutto, consegnare questo materiale ai figli di mio marito o custodirlo e lasciare che venga scoperto dopo la mia morte. Quanto a quest’ultima opzione, anche se non si può mai sapere, non ho motivo di pensare che la mia morte sia imminente, e non desidero conservare ancora queste carte.

Penso che probabilmente rispetterei il desiderio di mio marito distruggendo tutto, e sono pronta a farlo. Mi sono chiesta però se non sia una decisione che dovrebbero prendere i suoi figli. Potrebbero, per esempio, trovare qualcosa che li aiuterebbe, magari nell’affrontare questioni irrisolte legate al padre o alla fine del matrimonio dei genitori. Ma potrebbero anche scoprire qualcosa di doloroso o scioccante.

È una decisione che spetta a me? E se sì, ho il dovere di informare i suoi figli prima o dopo aver distrutto i diari? Se glielo dicessi solo a cose fatte potrei suscitare risentimenti. Ma se spiegassi la situazione in anticipo, potrebbero chiedermi di consegnare tutto a loro. Se accettassi, mi sentirei complice di una violazione della privacy di mio marito. D’altra parte, chi può dire che non sarebbe stato contento se il risultato finale, per i suoi figli, fosse una qualche forma di “chiusura” su questioni che io neppure conosco? Qual è la risposta “giusta”? –Lettera firmata

I diari di tuo marito erano suoi e spettava a lui decidere cosa farne, ma ora appartengono a te, visto che te li ha lasciati. Se ti avesse dato istruzioni precise, sarebbe tuo dovere rispettarle. Ma non lo ha fatto. Perciò devi cercare di fare quello che secondo te lui avrebbe voluto.

Le persone scrivono diari per i motivi più diversi. Nell’Importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, un personaggio descrive il proprio come “un semplice resoconto dei pensieri e delle impressioni di una ragazza giovanissima, e dunque destinato alla pubblicazione”. Tony Benn, politico britannico e uomo di (molte) lettere, pensava che i diari offrissero “tre occasioni per istruirsi”: mentre accade qualcosa, mentre lo si mette per iscritto e, più tardi, quando si rilegge ciò che si è scritto e si fanno i conti con i propri errori. Era felice di condividere l’ultima di queste esperienze con un pubblico più ampio. Ma molti diari in realtà sono pensati solo per chi li tiene, e per nessun altro.

Tu chiaramente ritieni che tuo marito appartenesse a quest’ultima categoria e che non avrebbe voluto far conoscere ai figli il contenuto dei suoi diari. Se ne sei certa, non sei obbligata a tener conto di cosa desiderano i figli, o di ciò che potrebbero guadagnare o perdere leggendoli. Tuo marito aveva il diritto di mantenere privati questi documenti. Ora tu hai ereditato questo diritto insieme ai diari. Puoi distruggerli. E non c’è nessun bisogno di dirlo ai figli. Anche questo rientra nella tutela del diritto di tuo marito alla privacy.

Vivo in un piccolo condominio e siamo una comunità piuttosto affiatata. Nell’ottobre del 2015 uno dei due anziani signori che vivevano nell’appartamento accanto al mio non spense la sua sigaretta e provocò un incendio che colpì tre abitazioni della nostra palazzina (compresa la mia). Purtroppo, entrambi gli uomini persero la vita.

Di recente sono tornata a vivere nel mio appartamento ristrutturato e i nuovi vicini si sono trasferiti nell’unità dall’altro lato dell’appartamento in cui scoppiò l’incendio. Finora nessuno si è trasferito in quella casa, ma vediamo persone che vengono a darle un’occhiata.

Se qualcuno ci chiedesse cosa è successo agli ex inquilini, dovremmo dirglielo? Il mio padrone di casa mi aveva offerto quell’appartamento, con elettrodomestici nuovi, pavimenti in parquet e così via, perché avevo dovuto aspettare sette mesi che il mio fosse ristrutturato. Ho rifiutato perché, francamente, non volevo vivere nel luogo dove erano morti i miei vicini. Ero in casa quando successe e riuscii a scappare appena in tempo, ma vidi portare via i miei due vicini, ed è stata un’esperienza molto triste.

Ne abbiamo parlato qui nel condominio: alcuni pensano che dovremmo essere totalmente sinceri (se ci viene chiesto); altri pensano che dovremmo limitarci a dire che erano anziani e sono morti (senza ulteriori particolari); altri ancora che dovremmo inventarci qualcosa (per esempio che sono andati in una casa di riposo). Nessuno di noi pensa che dovremmo offrire volontariamente dei dettagli, ma cosa dovremmo dire se ci viene chiesto?–Tracee L., Portland, Oregon

Dite la verità. Se stessi per trasferirti in quella casa, vorresti saperlo. Perché non estendere la stessa cortesia ai tuoi potenziali nuovi vicini? Nulla di quanto hai detto è una buona ragione per non farlo.

Mia moglie ha la demenza. La mattina, quando si sveglia, di solito le dico dove si trova e chi sono io, a volte devo ricordarle perfino come si chiama. È difficile capire quanto sia consapevole del mondo che la circonda. Qualche tempo fa sua madre, che viveva in un altro stato, si è ammalata ed è stata ricoverata in ospedale. Io ho detto a mia moglie cosa era successo. In seguito sua madre è morta e ho deciso di dirglielo. Forse lo ha capito. È stata una decisione difficile e avevo passato ore a chiedermi se era giusto farlo.

Che cosa ha diritto di sapere una persona? La risposta è diversa se quella conoscenza la farà soffrire e probabilmente poi verrà dimenticata? Che bene può fare? Ora comincio a pensare che la gentilezza debba prevalere sulla verità, perfino nelle questioni più serie, ma mi domando se mi trovo su un terreno scivoloso.–Rob St. Amant

C’è chi pensa che dire la verità serva a preservare la propria purezza morale. Ma la ragione davvero fondamentale è permettere agli altri di avere una comprensione corretta del mondo e agire di conseguenza. A parità di altre condizioni, ci sentiamo meglio se sappiamo come stanno davvero le cose. Se dire la verità non ha alcuna possibilità di raggiungere questo scopo, non ne vedo il senso.

Nel tuo caso il problema non è il diritto di tua moglie di sapere, ma la sua capacità di comprendere e di agire sulla base di quanto comprende. Questa capacità ormai sembra venuta meno, quindi non c’è una ragione morale per continuare a dirle certe cose. E bada bene che non dire spontaneamente una verità non è la stessa cosa che mentire. Ma se tua moglie dovesse chiederti direttamente di sua madre, ti troveresti davanti a una scelta difficile. Come ho detto, a parità di condizioni ci sentiamo meglio sapendo come stanno le cose. Ma in questo caso le condizioni sono davvero pari?

Anche se potesse capire pienamente quello che le diresti, l’importanza di essere in contatto con la realtà potrebbe non valere il dolore di sopportare la verità. Ci piacerebbe avere una formula che risolva questo contrasto di valori. Nel tuo caso, la gentilezza sicuramente prevale sulla sincerità. Ma entrambe contano, e ci si muove su un terreno scivoloso, alla ricerca di un punto d’appoggio.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

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