Mia sorella è la più grande benedizione della mia vita. Io e i miei genitori eravamo in ospedale quando sua madre biologica entrò in travaglio, quindi è sempre stata con noi. I miei genitori non le hanno mai detto che è stata adottata e mi hanno chiesto di non dire nulla. Volevano dirglielo quando sarebbe stata abbastanza grande da capire, ma hanno continuato a rimandare. Sanno che secondo me hanno fatto un grave errore.

Io credo che lei sospetti qualcosa. A volte mi chiede, per esempio, perché è molto più bassa di tutti noi. Anche se faccio del mio meglio per sviare le sue domande, è sempre una sofferenza. Io e mia sorella siamo molto complici e ci vediamo spesso. Mi pesa molto tenere in piedi questa menzogna, ma a questo punto non so se sapere la verità le farebbe davvero bene.

Di recente le è stato diagnosticato un disturbo bipolare e si sta impegnando molto per mantenere un equilibrio. Scoprire ora di essere stata adottata potrebbe farla sprofondare nella depressione. Ma ho paura che con i test del dna per corrispondenza oggi disponibili, o nel caso di un’emergenza medica, la verità verrà a galla e lei non mi perdonerà. Voglio che mia sorella si senta amata profondamente come davvero la amiamo, e non so cosa fare.–Lettera firmata

Come finiamo intrappolati in certe situazioni? Facilmente. E, in un certo senso, razionalmente. Il paradosso del sorite – dal greco “mucchio” – è il nome di un paradosso filosofico. Un granello di sabbia non è un mucchio, e aggiungere un altro granello non lo fa diventare un mucchio. E mentre continui ad aggiungere granelli di sabbia, pensi che un altro ancora non potrà trasformare il tuo cumulo di granelli in un mucchio. Eppure, a un certo punto, quello che hai è proprio un mucchio. Nella dimensione temporale esiste un problema analogo. Molto spesso, aspettare ancora un giorno per fare qualcosa non provoca danni. Così si continua a rimandare finché, a un certo punto, si è aspettato troppo.

Questo può succedere anche alle persone con le migliori intenzioni. Forse, quando avete cominciato a frequentarvi, tua moglie voleva dirti che in passato aveva avuto una storia con tuo fratello, ma non sembrava mai il momento giusto per farlo. Non c’è stato un istante preciso in cui ha superato il confine tra un rinvio accettabile e un silenzio colpevole. Eppure, dieci anni dopo, le si contorce lo stomaco ogni volta che ci pensa, sperando che tu non venga a saperlo. Rivelazioni del genere possono mettere in crisi un rapporto.

A volte possono scuotere perfino le nazioni. A settant’anni lo scrittore tedesco Günter Grass, che spesso era definito la coscienza del suo paese, rivelò di aver prestato servizio nelle Waffen-Ss quando era adolescente. L’opinione pubblica ne rimase sconvolta. E non per le conseguenze di una decisione giovanile, ma perché aveva taciuto così a lungo. Se si torna all’inizio della sua carriera, non c’è mai stato un giorno preciso in cui avesse l’obbligo di parlare di quella dolorosa circostanza. Poi passarono gli anni, e divenne un segreto carico di vergogna.

Ma ora torniamo al tuo dilemma. Erano i tuoi genitori ad avere la responsabilità di dire la verità a tua sorella, e senza dubbio intendevano farlo, ma non in un momento preciso (in quale giorno del calendario cade “abbastanza grande da capire”?). Poi è passato tanto di quel tempo che non potevano più giustificare il fatto di non averglielo detto.

Il paradosso del sorite aiuta a spiegare come possiamo gradualmente ritrovarci in una situazione disastrosa per pura inerzia, ma purtroppo non offre soluzioni. Posso però avanzare un suggerimento generale sul tipo di procrastinazione a cui evidentemente hanno ceduto i tuoi genitori. Se non è chiaro quando qualcuno è pronto a sentire una rivelazione, la domanda “posso dirglielo oggi?” ti incoraggia ad agire di più rispetto a “devo dirglielo oggi?”.

E adesso che fare? I tuoi genitori ti hanno chiesto di non dire nulla, la promessa che probabilmente hai fatto va presa sul serio. Ma conta che te l’abbiano estorta durante l’infanzia, e conta anche che non abbiano rispettato la loro parte dell’accordo. Tua sorella ha davvero il diritto di conoscere questo fatto fondamentale della sua vita, e loro non hanno il diritto di importi il silenzio per sempre (ma dovresti avvertirli se intendi parlare).

L’argomento principale contro l’opportunità di informare tua sorella è che al momento si trova in una condizione delicata. Poiché la conosci bene, sarai tu a dover valutare il possibile impatto della rivelazione. Potresti chiedere al suo terapeuta di consigliarti quando e come è sicuro dirglielo. Ma per parlare al terapeuta, probabilmente, avrebbe senso chiedere prima il consenso di tua sorella.

Forse oggi non è il momento migliore per darle la notizia. Forse non lo sarà nemmeno domani. Ma non lasciare che passino ancora troppi giorni.

Nel 2005 a mia sorella fu diagnosticato un tumore al seno, all’epoca aveva 66 anni. Nel giro di due anni morì. Durante la malattia non volle informare nostra madre, che aveva 88 anni, della gravità delle sue condizioni. Viveva a 160 chilometri di distanza, quindi per lei non sarebbe stato facile andare a trovarla. Mia sorella la chiamava quando ne aveva la forza e mia madre mi diceva: “Cos’ha tua sorella? Non ha una bella voce e non mi dice più di andarla a trovare”. Io rispondevo: “Non lo so, mamma. Gliel’hai chiesto?”. E intanto, il tempo di mia sorella stava per scadere.

Supplicai mia sorella di dire la verità (mi aveva estorto la promessa di non parlarne con mia madre, diceva che sarebbe guarita e poi le avrebbe spiegato perché non le aveva più chiesto di vedersi). Parlai con degli amici che lavoravano nel settore della consulenza psicologica. Quasi tutti convenivano sul fatto che avrei dovuto rispettare i desideri della persona malata. E lo feci fino a due settimane prima della fine.

Portai mia madre a trovare mia sorella, che era così debole da non poter stare seduta. Ancora oggi sento di aver fatto un errore a nasconderle la verità. Potevo vedere il dolore negli occhi di mia madre per non aver potuto trascorrere più tempo con la figlia morente. Cinque anni dopo anch’io ho perso la mia figlia adorata per la stessa malattia devastante. Ho potuto prendermi cura di lei nel suo ultimo anno di vita. Avrei dovuto concedere a mia madre questo privilegio?–Lettera firmata

È stata tua sorella a prendere la decisione sbagliata. Senza dubbio voleva risparmiare una sofferenza a tua madre, ma sembra anche che non riuscisse ad affrontare la realtà della sua situazione. Quando la verità è diventata evidente, forse ha pensato che ormai era troppo tardi per confessare tutto. Un altro esempio di paradosso del sorite.

Ma anche se tua sorella ha sbagliato, è difficile rimproverarglielo. Non è facile fare le scelte giuste quando sei terrorizzato dalla prospettiva di una morte dolorosa. Avrebbe potuto trovare conforto nel chiedere alla famiglia di starle accanto. Ma era una scelta che spettava a lei, e non puoi colpevolizzarti per aver fatto quello che ti aveva chiesto, soprattutto dopo averglielo promesso.

E la decisione di informare tua madre quando ormai era chiaro che la figlia stava morendo? Non racconti come reagì tua sorella. Anche se non era d’accordo, il valore morale della promessa potrebbe essere stato superato dalla considerazione che ti ha guidato: permettere a madre e figlia di stare insieme un’ultima volta.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

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