Chi ha bambini piccoli spesso ha un problema: non sa a chi affidarli. Nei paesi con pochi servizi e pochi sussidi, una famiglia con entrambi i genitori che lavorano e due figli piccoli può spendere per accudirli quanto per l’affitto. Questo spinge molte coppie ad aspettare prima di pensare a una gravidanza. Oppure costringe le madri a restare a casa.
È un tema su cui i politici fanno sentire puntualmente la loro voce, scrive l’Economist. Negli Stati Uniti, il vicepresidente JD Vance ha implorato le donne di fare più figli, ma finora l’amministrazione repubblicana ha fatto poco di concreto per convincerle. I democratici sono stati più intraprendenti: a novembre la governatrice del New Mexico ha reso gratuita per tutte le famiglie l’assistenza all’infanzia; il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani intende seguirla; il Vermont e Washington hanno stanziato sussidi generosi.
L’Australia ha deciso di estendere l’accesso ai centri sovvenzionati; il Regno Unito dallo scorso settembre garantisce trenta ore di nido gratuito a settimana alle famiglie con un reddito inferiore a centomila sterline (circa 120mila euro); la Spagna ha stanziato 175 milioni di euro per un piano simile rivolto ai contesti vulnerabili; da luglio, i genitori neozelandesi con stipendi medio-bassi possono farsi rimborsare il 40 per cento delle spese per i servizi all’infanzia (prima era il 25 per cento); e a partire dal 2029 per quelli olandesi, se lavorano, il rimborso sarà del 96 per cento.
Tuttavia, anche se l’idea di sostenere le famiglie e far crescere insieme i più piccoli è allettante, alcune ricerche indicano che i nidi e le scuole dell’infanzia universali e gratuiti (o quasi) possono addirittura avere un effetto nocivo su bambine e bambini.
Com’è possibile, soprattutto visto che ci sono prove a favore di questi programmi? Lo studio più citato risale al 1962, quando fu creato una sorta di asilo, la “Perry preschool”, all’interno di una scuola primaria vicino a Detroit, negli Stati Uniti. Accoglieva bambine e bambini di tre anni provenienti da contesti svantaggiati, prevedendo per due anni attività in gruppi ristretti e visite settimanali a domicilio.
Sono stati forse i bambini e le bambine piccole più influenti di sempre, nota l’Economist. I ricercatori li hanno ritrovati dopo, a intervalli di anni. L’impatto dell’asilo sulle loro vite era stato indubbiamente positivo: molti si erano diplomati e pochi avevano commesso dei reati. Nel 2010 il premio Nobel per l’economia James Heckman e i suoi colleghi sono partiti dalla Perry preschool per stimare che spendere nei servizi per la prima infanzia rende alla società quanto investire in borsa, ma con benefici più ampi.
Esperimenti come quello di Detroit e studi come quello di Heckman hanno favorito il moltiplicarsi di iniziative simili in tutto il mondo. Ma poi c’è il Québec.
Nel 1997 la provincia canadese elaborò un piano destinato a tutti i bambini sotto i cinque anni, al costo di 5 dollari al giorno. I posti sovvenzionati nei nidi quasi triplicarono, permettendo a decine di migliaia di madri e di nonne di tornare al lavoro (oggi in Québec l’87 per cento delle donne con figli ha un impiego). Si badò meno alla formazione degli operatori e alla cura delle attività didattiche. Tuttavia, come spiega il sociologo Bruce Fuller sul sito The Hechinger Report, il programma sembrava funzionare, soprattutto per le famiglie a basso reddito e monoparentali.
Nel 2005 tre ricercatori hanno esaminato i dati raccolti dagli asili della provincia per confermare quella sensazione, ma hanno rilevato il contrario di quello che ci si sarebbe aspettati: problemi comportamentali e un calo delle capacità motorie e sociali. Una decina di anni dopo, quando quei bambini frequentavano la scuola superiore, hanno ripetuto lo studio, ma le conclusioni non sono state migliori. Nel 2025 un altro team ha trovato risvolti positivi anche se non ha nascosto i punti critici.
Il Québec aveva cercato di riprodurre un piccolo progetto pilota su larga scala, mantenendo bassi i costi. Per questo ha ottenuto risultati contraddittori. Per l’Economist, bisogna guardare agli esperimenti di Perry e del Quèbec come ai due estremi di uno spettro: “Mirato contro universale, alta qualità contro bassa qualità; iscrizione dai tre anni contro iscrizione dalla nascita; poche ore contro l’intera giornata”. La combinazione di queste variabili può portare a realtà più o meno esemplari.
Un paese in cui le discussioni sui limiti degli asili non hanno attecchito è la Norvegia, che ha osservato alla lettera le indicazioni di Heckman: qui i servizi per l’infanzia sono visti come un investimento, quindi pochi pensano che vadano ridimensionati, e nessuno crede che possano rovinare i bambini o le famiglie.
L’obiettivo che sembra essersi data la Norvegia, scriveva due anni fa Jackie Mader sul Christian Science Monitor, è costruire una comunità di adulti soddisfatti offrendogli un’infanzia felice, protetta e accogliente. Nei barnehagene, le strutture equivalenti ai nostri nidi e scuole dell’infanzia, è normale vedere bambine e bambini correre nei cortili, scendere in bicicletta da una collina o saltare nelle pozzanghere, con le maestre che non li fermano ma, anzi, li incoraggiano. In estate passano in media due terzi del tempo all’aperto, in inverno solo un po’ meno. Nessuno è escluso.
Mader fa un confronto con il suo paese. Riconosce che le condizioni di partenza sono particolari: la Norvegia è piccola, ha una popolazione relativamente omogenea e, grazie al petrolio, ha un reddito pro capite alto.
Questo però non basta a spiegare perché nei rapporti internazionali domina le classifiche sul benessere dei più piccoli. Il segreto della Norvegia è che spende molto.
Ogni anno il paese destina quasi l’1,4 per cento del pil a programmi per la prima infanzia. L’85 per cento dei costi operativi di questi programmi è coperto dallo stato; le rette sono calmierate e diminuiscono con il numero di figli. Il posto al nido è garantito dal compimento dell’anno di età, cioè più o meno quando finisce il congedo retribuito dei genitori. Le norme e i requisiti sono uguali per tutte le strutture, pubbliche e private.
La legge sugli asili, entrata in vigore nel 2006, insiste sul rispetto della dignità umana e della natura, sulla libertà intellettuale, sull’uguaglianza e sulla solidarietà. Nel testo la parola gioco ricorre decine di volte. I bambini sono affidati a gruppi di sette (o di quattordici se più grandi) a una responsabile didattica, con una laurea magistrale o un titolo equivalente, affiancata da due educatrici. La qualità è controllata da un monitoraggio continuo, più orientato al confronto che alle sanzioni.
Certamente il sistema non è perfetto, e la popolazione sta cambiando, precisa Mader (quasi un bambino su cinque ha i genitori che parlano una lingua diversa da quelle scandinave o dall’inglese).
Alcuni ricercatori dubitano che l’approccio informale del paese valga come in passato. “Questa pedagogia funzionava meglio in una società più omogenea di quella attuale”, ha detto Veslemøy Rydland dell’università di Oslo. E spesso anche le famiglie immigrate preferirebbero un approccio più strutturato, tanto che molte scelgono di tenere i figli a casa approfittando di un sussidio noto come cash-for-care. “Sì, siamo il paese che spende di più per i servizi all’infanzia”, commenta il direttore di un barnehage. “È fantastico, ma forse non è abbastanza”.
Tra il piccolo esperimento di Perry e l’espansione frettolosa del Québec, la Norvegia prova a tenersi nel mezzo: universale ma con risorse adeguate. Chi è disposto a seguirla?
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