Nonostante il gran freddo, il 5 febbraio centinaia di giornalisti e lettori del Washington Post si sono riuniti davanti al palazzo che ospita la sede del quotidiano, su K street, per partecipare a una manifestazione convocata dai principali sindacati della stampa. Un redattore che lavora al Post da tanti anni ha detto di non aver mai visto una protesta con così tante persone. Il giorno prima, in una videochiamata con il personale, i vertici del quotidiano avevano annunciato tagli drastici e il licenziamento di circa trecento giornalisti, un terzo della redazione. Si tratta di un colpo durissimo alle capacità e alle ambizioni del giornale.
Il Washington Post newspaper guild, il principale sindacato interno, ha organizzato una raccolta fondi su GoFundMe per sostenere i giornalisti licenziati e i collaboratori stranieri che non sono protetti dal sindacato, promettendo di recuperare i posti di lavoro persi e di negoziare una buonuscita migliore. “Ci hanno detto di fare di più con meno, e poi con ancora meno. Scrivere più rapidamente, pubblicare di più, evitare errori”, racconta Michael Brice-Saddler, reporter che seguiva la cronaca di Washington da sei anni e ha perso il lavoro nell’ultima ondata di licenziamenti. “Ma il margine di errore per noi continua a ridursi, mentre per quelli ai piani alti continua ad aumentare”. Alla manifestazione hanno partecipato anche giornalisti di Al Jazeera e del New York Times. Le gente distribuiva ciambelle.
Molti si chiedono perché il quotidiano non venga messo in vendita
Trattandosi di giornalisti, non sorprende che molti avessero domande da fare. Tempo prima, in una email inviata alla redazione, il direttore Matt Murray aveva comunicato che la strategia si sarebbe “concentrata su aree che mettono in risalto l’autorevolezza, l’unicità e l’impatto del Post”, tra cui la politica, la sicurezza nazionale, la scienza, la salute, la medicina, la tecnologia, il clima e il mondo delle imprese. “Questa riorganizzazione ci garantirà un futuro al servizio della nostra missione giornalistica”, aveva scritto Murray. Ma i dettagli sulla ristrutturazione in corso sembrano contraddire buona parte del nuovo “progetto”. Sarah Kaplan, giornalista che si occupava di clima e rappresentante del Washington Post newspaper guild, dice che “Murray non ha spiegato come dovremmo essere originali e innovativi e come dovremmo creare un giornale per cui la gente è disposta a pagare, con una redazione dimezzata rispetto a due giorni fa”.
Il piano di licenziamenti è impressionante. Oltre a cancellare la sezione sportiva e quella dedicata ai libri, il Post ha deciso di chiudere molti uffici all’estero, gli stessi che per molto tempo hanno sostenuto il lavoro dei giornalisti che da
Washington si occupano di sicurezza nazionale. Tra chi ha perso il lavoro ci sono giornalisti e opinionisti politici (almeno dieci), compresi il responsabile delle inchieste, un reporter che segue le campagne elettorali e un redattore specializzato nelle notizie dell’ultim’ora. È stata ridimensionata drasticamente la redazione di San Francisco ed è stato mandato a casa anche il giornalista che segue Amazon (l’azienda di Jeff Bezos, proprietario del Washington Post), oltre a nove dei quattordici giornalisti della sezione dedicata alla salute, una delle aree che nell’email di Murray veniva definita strategica.
Nella squadra che copre l’ambiente sono state licenziate quattordici persone, tra cui reporter, editor e grafici. Ne restano solo sei. I tagli cancellano anche il podcast quotidiano Post Reports, un concorrente di The Daily del New York Times, che secondo fonti a conoscenza dei dati raggiungeva i tre milioni di download al mese (il Post non ha risposto alla richiesta di un commento su queste scelte).
Smentito dai fatti
Nel complesso le decisioni dei vertici del quotidiano sembrano tutt’altro che strategiche, tanto che in molti si chiedono come mai Bezos non abbia semplicemente messo in vendita il giornale. “Non vuole parlarmi”, dice Kara Swisher, giornalista che si occupa di tecnologia ed ex dipendente del Post che in passato aveva manifestato interesse nell’acquisto del quotidiano. “Sono sicura che prima o poi venderà, a qualche tizio stupido con cui se la spassa ad Aspen”.
Per un certo periodo il Post ha avuto problemi finanziari e ha perso rilevanza culturale, mostrandosi incapace di adattarsi all’era digitale e di trattenere i talenti che formava. Poi è arrivata la prima presidenza di Donald Trump, nel 2017. Sotto la guida di Marty Baron, il quotidiano ha adottato una posizione molto dura nei confronti del presidente, riuscendo a far crescere gli abbonamenti e le assunzioni. Ma con il tempo quel senso di speranza è stato compromesso dai cambiamenti nei motori di ricerca e dal declino dell’interesse dei lettori per le battaglie politiche. Nella redazione serpeggiava il timore che i vertici del giornale non fossero in grado di affrontare queste nuove realtà. “La scarsa lungimiranza editoriale deriva anche dal fatto che noi giornalisti cercavamo costantemente di compensare l’inadeguatezza di chi si occupava del lato finanziario”, racconta un dipendente licenziato (diverse persone hanno chiesto che il loro nome non fosse rivelato, per paura di perdere anche la buonuscita). Secondo Kaplan, negli ultimi quattro anni la redazione aveva già perso circa quattrocento persone e aveva registrato un calo del 50 per cento del traffico dai motori di ricerca (in quanto azienda privata, ha dichiarato un portavoce, il Post non rende pubblici i dati sui ricavi, ma l’obiettivo è raggiungere il pareggio di bilancio entro la fine di quest’anno).
Molti puntano il dito contro Will Lewis, ex dirigente di Telegraph Media Group e Dow Jones, nominato amministratore delegato del Washington Post alla fine del 2023. “Non abbiamo notizie di Lewis. D’altronde non parla con noi da più di un anno”, rivela Kaplan. Quando Murray ha annunciato i tagli, Lewis non c’era. In seguito i giornalisti hanno scoperto che stava partecipando a una festa prima del Super Bowl a San Francisco. “Lewis è felice di veder andare via chiunque abbia un legame profondo con il giornale”, sostiene un altro dipendente licenziato.
Come segno di orgoglio per la storia del giornale, sui muri delle sale riunioni erano state affisse le prime pagine storiche del quotidiano. “Poi, un giorno, Lewis le ha fatte togliere tutte”, aggiunge la fonte. “Non vuole veder sopravvivere la versione storica del Post, quella dello scandalo Watergate, forse perché Bezos vuole fare un favore a Trump o perché Lewis ha altri piani. Non saprei dirlo, ma è chiaro che l’intenzione è distruggere il Post come lo conosciamo” (Il 7 febbraio Lewis si è dimesso).
Prima dei licenziamenti, l’amministratore delegato aveva puntato su Wp Ventures, una sezione dedicata alla sperimentazione nella creazione di contenuti, e Wp Incubator, un’iniziativa sull’intelligenza artificiale. Non è chiaro quanto il Post abbia speso per queste nuove sezioni né se abbiano generato una crescita.
Lewis aveva anche cercato di lanciare un programma di abbonamenti premium per le notizie locali, con eventi in presenza e una newsletter. Alla fine nessuno di questi progetti è andato in porto. “Alcune idee erano buone, ma le ha eseguite male”, sottolinea un dipendente licenziato. Un’idea chiara per la copertura delle notizie locali non si è mai concretizzata. Con il tempo i reporter e i redattori hanno migliorato la loro strategia per raggiungere il pubblico e lavorato per offrire una copertura originale. Ma non è bastato: dei 34 giornalisti della sezione locale, oggi ne rimangono dodici, compresi alcuni che verranno probabilmente trasferiti in altri uffici. È successo qualcosa di simile al reparto che si occupa di seguire le notizie da Washington, in cui sono stati licenziati otto redattori su dieci.
Il Washington Post manterrà una presenza in America Latina, Europa e Medio Oriente, ma chiuderà diverse sedi distaccate, licenziando giornalisti in Cina, Ucraina e Australia, oltre all’attuale squadra che segue il Medio Oriente. Un reporter che lavora in un’altra regione verrà trasferito a Gerusalemme. Il numero complessivo di chiusure e licenziamenti all’estero non è ancora definito, anche a causa delle diverse norme sul lavoro nei vari paesi. In ogni caso l’approccio adottato dai vertici del Post sembra ignorare le due priorità che la squadra esteri aveva ricevuto in precedenza: la Cina e la sicurezza nazionale.
E sembra essere smentito dai fatti anche l’invito della direzione a dare al pubblico quello che vuole. “La nostra produzione quotidiana si è ridotta drasticamente negli ultimi cinque anni”, aveva scritto Murray nell’email inviata al personale. “Le mosse di oggi ci metteranno nelle condizioni di trovare modi migliori per collegare il giornale ai lettori nelle forme che vogliono”. Ma la sezione esteri produceva aggiornamenti continui sulle notizie più importanti attirando centinaia di migliaia di lettori, la newsletter WorldView di Ishaan Tharoor, altra vittima degli ultimi tagli, aveva 500mila abbonati. “Hanno accusato la redazione di produrre poco, ma poi hanno licenziato alcune delle persone più produttive”, sottolinea un dipendente.
Idee pessime
“Una parte di me rispetta Matt Murray”, dice un giornalista licenziato, aggiungendo che il direttore dovrebbe capire come intercettare un pubblico simile a quello del Wall Street Journal (che Murray ha diretto tra il 2018 e il 2023). Ma secondo molti la sua missione rischia di essere impossibile.
Un ex dipendente dice che alcune proposte – come una sezione per creatori di contenuti, gli investimenti in un giornalismo costruito sulla riconoscibilità della singola firma – sono valide. “Ma per attuarle ci vuole molto lavoro e tempo. Invece qui si chiede a tutti di fare più di quanto possano”. Un altro dipendente mi ha raccontato che “Lewis è arrivato pieno di grandi idee, non credo che volesse intenzionalmente seppellire il giornale. Semplicemente, le sue idee facevano schifo”.
“Quando Bezos ha comprato il giornale, nel 2013, ci ha detto che il ridimensionamento era solo una strategia di sopravvivenza che alla fine porta all’estinzione”, ricorda Kaplan. “Ma se davvero sa che rimpicciolirsi spinge all’irrilevanza, perché lo sta facendo? Se non è disposto a investire in modo adeguato, non sarebbe meglio che qualcun altro si prendesse cura del giornale?”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati