Una sera, dopo aver cenato con un amico, stavo tornando a casa lungo una tranquilla strada residenziale. Due bambini tra gli otto e i dieci anni, e una donna di mezza età, percorrevano la stessa strada in bicicletta. Ho immaginato che fosse la madre. La ruota anteriore della bici del secondo bambino ha sfiorato il bordo del marciapiede e il piccolo ciclista è finito per terra. Il bambino, che sembrava avere un ginocchio sbucciato e l’orgoglio ferito, cercava di trattenere le lacrime.

Mi sono fermato, aspettandomi che la madre lo aiutasse a rialzarsi. Invece l’ho vista rallentare e urlargli: “Guarda dove vai, idiota! Adesso alzati! Dai, devo precipitarmi a vedere che è tutto a posto? Forza!”. A quel punto il bambino si è messo a piangere. Sono rimasto così sbalordito che per poco non ho risposto io stesso alla sua domanda retorica. Ma ho tenuto a freno la lingua accorgendomi che un’altra passante davanti a me – che aveva rallentato anche lei vedendo cadere il bambino – si è infilata le cuffie e si è allontanata rapidamente. Sarebbe stato giusto intervenire o era più corretto lasciare che la madre lo educasse come preferiva, anche se era chiaramente doloroso per il bambino e offensivo per la sensibilità comune?–Sebastian Marotta, Toronto

Sono contento che tu abbia menzionato l’altra passante, perché – parlando per un momento in termini psicologici – hai sicuramente ragione nel pensare che abbia influito sulla tua reazione. Nelle scienze sociali molti studi rilevano che un individuo tende a non fare nulla quando ci sono altri intorno a lui che non fanno nulla. Di fatto questo fenomeno ha un nome: effetto spettatore.

Come ho già detto in passato, siamo andati troppo oltre nel ritenere che solo i genitori possano intervenire se un bambino è in difficoltà. Un bambino che si è scaraventato sul marciapiede potrebbe benissimo aver riportato una ferita che richiede attenzione. Tu dici che sembrava avere un ginocchio sbucciato e l’orgoglio ferito. Ma bisognava controllare. Era compito della madre, ma visto che lei era venuta meno al suo dovere, qualcun altro avrebbe dovuto farlo.

Avresti almeno potuto chiedere al bambino se stava bene. In una situazione in cui due persone avevano già trascurato di farlo, il tuo mancato intervento è psicologicamente comprensibile, ma eticamente non giustificabile. Se tu o l’altra passante vi foste fermati, la madre avrebbe potuto sentirsi abbastanza imbarazzata (o infastidita) da tornare indietro e fare le necessarie verifiche.

La tua reazione potrebbe essere stata motivata dalla preoccupazione per il benessere psicologico del bambino. Non vogliamo inavvertitamente minare l’autorità di una madre, e la maggior parte dei genitori insisterebbe a ragione sul fatto che non si può capire granché da un singolo episodio. Ma le poche evidenze di cui disponi suggeriscono che al bambino sia capitata una madre che ha preso lezioni di genitorialità da Il grande Santini.

Un singolo intervento non lo salverebbe. E tu chiaramente non avevi motivi sufficienti per segnalare l’accaduto ai servizi per la tutela dei minori. Una parola gentile, però, gli avrebbe fatto capire che nel mondo esistono persone più premurose di sua madre. Il mondo migliora grazie a gesti di gentilezza come questo (anche se è possibile che un bambino educato secondo le usanze contemporanee rimanga turbato perfino dall’attenzione di uno sconosciuto cortese).

Se questo era un episodio tipico nella vita del bambino, il tuo intervento non avrebbe compensato la generale durezza della madre. Se non lo era, non ci sono stati grandi danni a lungo termine. Perciò, in un caso o nell’altro, il mondo probabilmente non è diventato molto peggiore a causa della tua inazione.

Sto con il mio ragazzo da diversi anni e lo amo molto. Abbiamo deciso entrambi di studiare all’estero nel semestre primaverile del nostro penultimo anno di università e ci siamo ritrovati agli estremi opposti del pianeta. Saremo lontani per quasi sei mesi e non avremo sempre accesso al telefono e a internet.

Prima di partire, abbiamo concordato che sarebbe stato meglio aprire temporaneamente la nostra relazione. Volevamo goderci fino in fondo le nostre esperienze e cogliere l’occasione per sperimentare rapporti con altre persone. Abbiamo deciso che non avremmo parlato di queste avventure fino al nostro ritorno. Probabilmente davamo implicitamente per scontato che non ci saremmo innamorati di nessun altro.

Anche se prima di partire quella ansiosa ero io, ora mi trovo in una situazione piuttosto delicata. Mi sto innamorando di una donna che ho conosciuto durante il programma di studio all’estero. So che la nostra non è solo una storiella passeggera e che sto sviluppando dei veri sentimenti per lei. Mi sento come se stessi tradendo il mio ragazzo, e sono sicura che lui avrebbe la stessa sensazione, anche se tecnicamente non sto violando le regole della nostra relazione.

Comunicare è complicato, e l’idea di parlargli di tutto questo mentre il segnale va e viene è un po’ angosciante. Penso che questa notizia lo ferirebbe profondamente e potrebbe impedirgli di godersi appieno il resto del semestre. Allo stesso tempo, so che non è quello che aveva in mente quando abbiamo scelto di aprire la relazione, e mi sembra di ingannarlo ogni volta che parliamo. Dovrei dirgli cosa sta succedendo?–Lettera firmata

Le relazioni chiuse hanno i loro vantaggi. Possono tenerti lontana da situazioni come quella in cui sei finita. Accettare di aprire una relazione per un certo periodo comporta dei rischi. Se ti fossi considerata la partner esclusiva del tuo fidanzato, forse non avresti cominciato questa nuova storia. Da quello che racconti, hai rispettato l’accordo, ma ne hai violato lo spirito. A meno che tu non abbia deciso di tornare dal tuo fidanzato, gli stai nascondendo un fatto centrale per il vostro rapporto.

Tuttavia, quello che è fatto è fatto. Che gli piaccia o no, stringendo l’accordo con te il tuo ragazzo si è assunto questo rischio. Una relazione, una volta cominciata, non è completamente sotto il nostro controllo. Innamorarsi non è esattamente una scelta. Temi di rovinargli il resto del semestre: sarebbe una buona buona scusa? Una volta saputo che non tornerai da lui, potrà elaborare la notizia e andare avanti.

Se la comunicazione in tempo reale non è adatta per una vera conversazione, perché non gli mandi un messaggio per spiegarti (come hai fatto con me) e chiedere scusa (come probabilmente dovresti)? Le scuse esprimono rammarico, non sempre ammettono una colpa. Perciò potresti farlo anche se pensi di non aver fatto nulla di sbagliato.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

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