Il Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp) ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni politiche del 12 febbraio, conquistando 209 dei trecento seggi dell’assemblea nazionale. Un trionfo per il governo ad interim di Mohammed Yunus, il “banchiere dei poveri” che ha portato il paese al voto dopo averne assunto la guida un anno e mezzo fa in seguito alla destituzione di Sheikh Hasina, cacciata da un movimento di massa guidato dagli studenti e fuggita in India nell’agosto 2024.

Secondo gli osservatori sono state le prime elezioni libere in Bangladesh da molti anni. In un gesto di distensione, il premier indiano Narendra Modi è stato il primo leader straniero a congratularsi con il capo del Bnp, Tarique Rahman.

È significativo che le elezioni si siano svolte in modo abbastanza pacifico. Alla vigilia si temevano violenze, visto che l’esclusione dalla corsa elettorale della Awami league di Sheikh Hasina aveva privato della rappresentanza politica tra i venti e i trenta milioni di persone. Nell’ultimo anno ci sono stati diversi episodi violenti in cui sono morte circa duecento persone ed è stato registrato un forte aumento di attacchi estremisti contro le minoranze religiose, in un clima di costante ostilità verso indù, cristiani e buddisti. Per prevenire le violenze, il Bnp ha vietato di festeggiare le vittoria invitando la popolazione a pregare in moschee, templi, chiese e pagode.

Fortunatamente Shafiqur Rahman, leader dell’alleanza guidata dal partito islamista Jamaat-e-islami, che ha ottenuto solo 68 seggi, ha dichiarato che non praticherà una “opposizione” fine a se stessa, ma “una politica positiva”. Il partito ha una lunga e controversa storia di violenza e in passato è stato messo al bando per il suo presunto ruolo in stragi e attività militanti. Il Partito nazionale dei cittadini (Ncp), guidato dagli studenti che hanno fatto cadere Sheikh Hasina, si è presentato in coalizione con Jamaat e ha ottenuto solo cinque dei trenta seggi per i quali si era candidato, dopo un crollo di popolarità dovuto alla disorganizzazione e a lotte interne.

Insieme alle elezioni si è svolto il referendum voluto da Muhammad Yunus per una nuova costituzione e approvato da più del 70 per cento dei votanti. La riforma prevede l’introduzione del parlamento bicamerale, la garanzia di aumentare il numero di donne elette, vietare più di due mandati consecutivi per l’incarico di primo ministro, il ritorno all’uso di nominare un governo ad interim prima delle elezioni e il ripristino dell’indipendenza del sistema giudiziario e di quello elettorale.

Strada in salita

Cosa succederà ora in Bangladesh? Tarique Rahman, che ha trascorso 17 anni in esilio a Londra prima di rientrare a dicembre per partecipare alle elezioni, affronterà una crisi complessa e articolata. Il paese oggi non è tra quelli più poveri, ma occupa il 64° posto su 154 nelle classifiche globali sulla povertà. Questo grazie soprattutto al settore dell’abbigliamento, in forte espansione, che rappresenta l’80 per cento delle esportazioni, impiega 4,4 milioni di persone, e di fatto è la principale industria del paese.

Tuttavia questo settore è sia una manna sia una maledizione, poiché l’eccessiva dipendenza espone il Bangladesh alle incertezze dei mercati globali. Come per esempio quando gli Stati Uniti hanno imposto a Dhaka dazi reciproci del 37 per cento, poi ridotti al 19 per cento, con esenzioni per le esportazioni di capi realizzati con materiali provenienti dagli Stati Uniti, quali cotone e fibre sintetiche. Un sollievo per un paese che nel 2024 ha esportato negli Stati Uniti merci per 7,6 miliardi di dollari, al terzo posto dopo quelle di Cina e Vietnam.

Circa il 24 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con forti disparità nell’accesso all’istruzione, alla sanità e al lavoro, soprattutto tra le donne e le comunità marginalizzate. La crescita del pil, che negli ultimi vent’anni aveva registrato una media del 6 per cento, è scesa sotto le aspettative, con una previsione del 3,8 per cento per il 2026. Secondo l’Indice di percezione della corruzione del 2025 stilato da Transparency international, il Bangladesh è al 24° posto su cento.

La diaspora bangladese, che con circa 13 milioni di persone è tra le più numerose al mondo, è una fonte importantissima di riserve in valuta estera: di recente in un solo anno ha generato 14,1 miliardi di dollari, più del 12 per cento del pil nazionale. Entro il 2050 il Bangladesh sarà uno dei paesi più colpiti dal riscaldamento globale. L’innalzamento del livello del mare gli costerà il 17 per cento del territorio, tra cui il 30 per cento dei terreni agricoli. In uno dei paesi più densamente popolati al mondo, il tasso di fecondità è salito a 2,4 figli per donna, sopra la soglia di sostituzione (2,1), un’inversione di tendenza rispetto al precedente calo di lungo periodo che indica un possibile rallentamento nelle politiche di pianificazione familiare.

Altri problemi includono un’inflazione trainata dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari e delle utenze domestiche, un contesto di grave crisi finanziaria caratterizzata da svalutazione della moneta, alti livelli di crediti deteriorati – destinati a raggiungere il 15 per cento del pil – e una forte carenza di dollari.

Il Bangladesh ospita inoltre più di 1,1 milioni di profughi rohingya, fuggiti dalle persecuzioni nello stato del Rakhine, in Birmania. Si concentrano per lo più in campi sovraffollati a Cox’s Bazar, nella regione costiera sudorientale, con un’enorme pressione sulle risorse locali, sulle infrastrutture e sull’economia.

Incombe infine lo spettro di Sheikh Hasina da New Delhi, che ha definito Yunus un “fascista omicida” alla guida di un “regime fantoccio al servizio di potenze straniere” e ha promesso di rovesciare il nuovo governo. Dhaka ne chiede l’estradizione per poterla processare per le migliaia di morti avvenute quando era al governo.

È questo il contesto che dovrà affrontare Tarique Rahman, figlio dell’ex presidente Ziaur Rahman e dell’ex prima ministra Khaleda Zia, acerrima nemica di Sheikh Hasina e morta appena cinque giorni dopo il rientro da Londra del figlio. Se gli eventi dell’ultima settimana – elezioni libere nonostante la messa al bando della Awami league e una nuova costituzione democratica consegnatagli da Yunus – sono un segnale, allora forse potrebbe avere una possibilità. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati