Nella notte tra il 10 e l’11 aprile un uomo con le gambe in cancrena è arrivato all’ospedale Ruggi d’Aragona di Salerno. Si chiamava Paul Neeraj. Aveva 36 anni. Era originario dell’India. Era ancora vivo quando è entrato nel pronto soccorso, ma la cancrena era in uno stato avanzato.
Per due settimane è rimasto sospeso tra la vita e la morte. I medici hanno provato a sottoporlo a degli interventi per contenere un’infezione che ormai aveva invaso gli organi. Ma non c’è stato niente da fare: il 24 aprile il cuore ha ceduto.
Di Paul Neeraj non sappiamo molto. All’inizio si era ipotizzato che fosse un bracciante impegnato della raccolta nella piana del Sele, in provincia di Salerno, uno dei comparti agricoli più importanti d’Italia, e che fosse stato esposto a pesticidi o ad agenti chimici tossici.
La sua morte ricordava quella di un altro bracciante di origine indiana, Satnam Singh, morto il 19 giugno 2024 a Roma in seguito a un incidente sul lavoro avvenuto nell’agro pontino, dove una numerosa comunità d’immigrati di origine indiana lavora nei campi in condizioni vicine allo schiavismo.
Per la morte di Singh è in corso un processo che vede imputato il suo datore di lavoro, Antonello Lovato, accusato di omicidio colposo, per avere abbandonato il lavoratore in fin di vita con un braccio amputato davanti a casa, invece di chiamare i soccorsi o portarlo in ospedale. La sentenza di primo grado dovrebbe arrivare a luglio.
Per Neeraj siamo lontani dalla ricostruzione dei fatti. Secondo il procuratore di Salerno Raffaele Cantone, che ha aperto un’indagine sulla morte dell’uomo e ha disposto l’autopsia, Neeraj non è stato abbandonato davanti all’ospedale e non era un bracciante. “Non risulta che il cittadino indiano abbia lavorato nella piana del Sele”, è scritto nel comunicato diffuso dalla procura. E non è vero che ”fosse stato abbandonato” davanti all’ospedale, dove in realtà era arrivato “con mezzi propri, accompagnato da alcuni connazionali, tra cui un congiunto, che si è intrattenuto nel pronto soccorso durante l’intera fase degli accertamenti sanitari preliminari al ricovero”.
Secondo la prima ricostruzione della procura, Paul Neeraj non viveva a Salerno, ma nella provincia di Napoli, ed era affetto da diverse malattie tra cui la cirrosi epatica. Era arrivato a Salerno proprio per raggiungere un parente, perché le sue condizioni di salute erano peggiorate. Secondo fonti mediche, inoltre, si era già rivolto all’ospedale di Nola, una cittadina di 34mila abitanti a 26 chilometri da Napoli nell’area vesuviana: un’area in cui c’è una forte presenza di persone immigrate, soprattutto dal Bangladesh e dal Marocco, che lavorano nell’industria tessile e nell’agricoltura.
Neeraj e gli altri
Quello di Paul Neeraj non è un caso isolato, secondo le associazioni che si occupano di lotta al caporalato e condizione lavorativa degli stranieri nella provincia di Napoli.
“Non conoscevamo Neeraj e per noi che siamo molto presenti sul territorio è quello che ci fa più male. Nessuno di noi lo ha intercettato, non è mai venuto ai nostri sportelli”, racconta Giulio Iocco, responsabile per l’inclusione abitativa e lavorativa del progetto Supreme 2 a Poggiomarino, una cittadina vesuviana tra la provincia di Napoli e quella di Salerno.
“Conosciamo bene la condizione di persone come Neeraj che vivono nella provincia di Napoli e provengono soprattutto dal Bangladesh, dall’India e dal Marocco”, continua l’operatore. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori impiegati nell’industria tessile, ma spesso lavorano saltuariamente anche nell’agricoltura. “Proprio in questi giorni si sono rivolti a noi due lavoratori di origine indiana, arrivati in Italia con il decreto flussi, la promessa di essere assunti. Ma che poi sono stati truffati dai loro intermediari”, racconta Iocco, che sottolinea che molti lavoratori sono truffati e in seguito vengono loro sottratti i documenti, condizione che li espone maggiormente allo sfruttamento.
Negli sportelli di Poggiomarino e di Scisciano ne arrivano una cinquantina al giorno per chiedere aiuto con i documenti o proprio per denunciare condizioni lavorative di sfruttamento o ancora per problemi di salute che non riescono a curare, perché temono di andare al pronto soccorso, non avendo la tessera sanitaria e non conoscendo i loro diritti. “Sono quasi tutti vittime di caporalato, nel senso che dipendono da un intermediario, chiamato in hindi dalal, a cui pagano un compenso per lavorare e avere un posto dove dormire”, racconta Iocco.
Sono quasi tutti vittime di caporalato, nel senso che dipendono da un intermediario, chiamato in hindi dalal, a cui pagano un compenso per lavorare e avere un posto dove dormire”
“Il numero di giornate agricole registrate nella provincia di Napoli è molto basso, da noi c’è un fenomeno di trasversalità del lavoro. Le persone lavorano nel tessile e poi fanno qualche giornata nel comparto agricolo. Soprattutto nel distretto tessile di Palma Campania, San Gennaro vesuviano, San Giuseppe vesuviano”, spiega l’operatore.
In questo distretto ci sono molte fabbriche tessili piccole e medie che si occupano di confezione di vestiti, ma anche di trapunte, piumini. Spesso sono subappalti anche gestiti direttamente da stranieri, però inseriti in filiere più grandi. Nel giugno del 2025 la procura di Napoli ha documentato una rete criminale che tra San Giuseppe vesuviano e Ottaviano istituiva pratiche e truffe ai danni di cittadini bangladesi per farli arrivare in Italia a lavorare nelle aziende tessili locali.
“Ci capita spesso di vedere contratti falsi o contratti part time che nascondono un lavoro a tempo pieno. Spesso il datore di lavoro è un connazionale e le aziende sono piccole e impiegano una trentina di operai. Ci sono casi in cui le fabbriche sorgono negli appartamenti o negli scantinati e sono del tutto illegali, altri casi in cui sono alla luce del sole in magazzini o stabilimenti. Ma in questo settore è molto diffuso il lavoro nero o il lavoro grigio, le paghe sono molto basse. I lavoratori sono chiamati anche solo per delle giornate o per dei periodi in cui c’è più lavoro, non sono garantite le condizioni di sicurezza e i lavoratori possono stare a contatto con agenti chimici e altre sostanze tossiche”, racconta Giulio Iocco, secondo cui la situazione è nota e tollerata.
“C’è molto sommerso. E le traiettorie lavorative degli stranieri spesso si muovono a ridosso del settore tessile e di quello agricolo. Subito vicino al distretto del tessile c’è anche l’agro nocerino-sarnese, che è una zona abbastanza importante per la trasformazione alimentare e per l’orticoltura. Ci sono persone straniere che vivono facendo entrambi i lavori”, assicura.
La truffa del decreto flussi
Al primo piano della stazione della ferrovia circumvesuviana di Poggiomarino S. H., un ragazzo di 28 anni originario di Dacca, in Bangladesh, è venuto a festeggiare un giorno importante allo sportello dell’associazione che l’ha aiutato nella sua lunga trafila.
Dopo due anni in Italia vissuti tra difficoltà e truffe, ha finalmente ottenuto un permesso di soggiorno, perché le autorità hanno riconosciuto che è stato vittima di sfruttamento. Un’ispezione dell’ispettorato del lavoro e dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) nell’azienda tessile in cui era impiegato ha riscontrato che insieme ad altre tredici persone stava lavorando senza contratto. Ma i suoi problemi erano cominciati molto prima, quando in Bangladesh si è rivolto a un’agenzia di intermediazione per ottenere un visto di lavoro che gli permettesse di arrivare in Italia grazie al cosiddetto decreto flussi.
Per quattromila euro aveva ottenuto un biglietto di sola andata e un visto per l’area Schengen, con la proposta di lavoro di un’azienda tessile nella provincia di Napoli. H., studente di economia e commercio all’università di Dacca, ha dovuto chiedere un prestito alla banca per pagare l’agenzia e il viaggio, ma era sicuro che con qualche anno di duro lavoro avrebbe ripagato la spesa.
Invece una volta arrivato in Italia non ha trovato né il dalal, l’intermediario, né l’azienda per cui avrebbe dovuto lavorare. Nessun posto di lavoro. Si è rivolto a dei conoscenti e ha trovato dove dormire per 250 euro al mese. In quel momento ha capito che avrebbe dovuto accettare qualsiasi lavoro per pagare l’affitto e le rate del suo debito, cioè 350 euro al mese. “Sono stato abbandonato, senza soldi, senza lavoro e con un debito da ripagare. Il mio intermediario aveva trattenuto anche i documenti”, racconta. “Molte persone sono nella mia condizione e sono disposte a tutto pur di lavorare”, racconta parlando in inglese accanto a un suo connazionale che ha vissuto gli stessi problemi.
Così H. ha cominciato a lavorare in una fabbrica di abbigliamento femminile a San Giuseppe Vesuviano. Erano una trentina di lavoratori, pagati a ore. Il proprietario era un bangladese. All’inizio la paga era di tre o quattro euro all’ora, senza contratto. Quasi tutti quelli che lavoravano con lui non avevano un contratto. Arrivava a guadagnare 800 euro al mese, non sempre sufficienti per mandare del denaro a casa. Fino a quando un anno fa c’è stata un’ispezione nella fabbrica in cui lavorava, è arrivato l’ispettorato del lavoro e ha trovato una decina di lavoratori non in regola.
La fabbrica è stata chiusa e H. ha perso il lavoro. Ma ha chiesto aiuto allo sportello diritti all’interno della stazione circumvesuviana di Poggiomarino e ha fatto una richiesta perché gli fosse riconosciuto un permesso di soggiorno come vittima di sfruttamento lavorativo.
Oggi lavora in un’altra fabbrica di vestiti nella stessa zona, ha un contratto a tempo indeterminato, un part time, a cinque euro all’ora. Arriva a guadagnare mille euro al mese. È contento soprattutto di avere ottenuto un documento che gli permette di lavorare alla luce del sole e di non essere più un fantasma come invece è successo a Paul Neeraj: “Questo è il momento più bello, dopo tanti anni di sofferenza, posso pensare al futuro”.
“Il 90 per cento delle persone bangladesi che arrivano ai nostri sportelli di Poggiomarino e Scisciano hanno subito una truffa con il decreto flussi. Una parte di questi è anche vittima di sfruttamento lavorativo”, spiega Emilio Mesanovic, coordinatore dello sportello diritti della rete vesuviana solidale di Poggiomarino.
Secondo l’operatore, i bangladesi versano fra i 13mila e i 25mila euro a delle agenzie di intermediazione per un visto nell’area Schengen. “Il governo italiano si è vantato del fatto di essere riuscito a fare arrivare cinquecentomila persone in Italia senza farle morire in mare nell’ultimo anno. Però il numero di persone che riesce davvero a regolarizzarsi con il decreto flussi è bassissimo. Quindi il sistema consegna queste persone nelle mani dei caporali”, spiega Mesanovic, secondo cui i lavoratori stranieri arrivati legalmente con il decreto flussi rimangono per almeno un paio di anni in un limbo di irregolarità.
La fotografia è confermata dalla campagna “Ero straniero” che ha più volte denunciato la mancanza di controlli e l’inefficienza del cosiddetto decreto flussi. Per esempio, su 350mila domande presentate da cittadini bangladesi nel 2024, solo 1.262 hanno ottenuto il permesso di soggiorno, cioè poco più dello 0,3 per cento del totale. Secondo il rapporto annuale, il sistema è inefficace e porta a esiti diversi a seconda dei territori, inoltre “la delega ad agenzie private estere espone i passaggi a ricatti e intermediazioni illecite”: “Le persone devono sopravvivere, quindi accettano qualsiasi lavoro, anche in nero, anche senza documenti, anche pagati pochissimo. Puglia, Calabria e Campania sono le regioni dov’è più facile trovare questo tipo di situazione”.
Lo scrittore napoletano Roberto Saviano raccontava già vent’anni fa nel libro Gomorra la condizione di queste fabbriche clandestine in Campania controllate dalla criminalità organizzata in cui lavoravano per lo più operai di origine immigrata. La situazione sembra non essere cambiata.
“Secondo me è peggiorata, soprattutto sul piano dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori”, conclude Mesanovic. “A livello ambientale siamo sempre allo stesso punto: continuiamo a vedere rifiuti del tessile sversati ovunque nelle campagne. Questo è un settore poverissimo che sopravvive solo grazie alla manodopera a basso costo e allo sfruttamento. Qui è tutto normalizzato, accettato, tollerato. E i controlli sono troppo pochi rispetto al necessario”.
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