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I semafori rossi che provano a fermare il virus in Cina 

Pechino, 5 novembre 2021. (Gilles Sabrie, Bloomberg/Getty Images)

Per prevenire l’epidemia, la polizia stradale della contea di Yanshan, nella provincia del Jiangxi, aveva deciso di regolare tutti i semafori sul rosso a partire dal 30 ottobre. Alla popolazione si richiedeva di minimizzare il traffico e gli spostamenti in conformità con i requisiti del controllo epidemico. Dopo le ore 21 del giorno 30, tutti i veicoli che fossero passati con il rosso sarebbero stati puniti in base alla legge.

A volte, tentare di raccontare la Cina ti dà la sensazione esaltante di essere un romanziere russo dell’ottocento, un Gogol’ dei Racconti di Pietroburgo o di Le anime morte, il creatore immortale di un grottesco che sfocia nell’assurdo, specie quando c’è di mezzo qualche circolare o misura amministrativa. Però, dato che siamo in Cina, nulla è semplice fantasia letteraria.

Penso agli abitanti automuniti della contea di Yanshan, nella provincia del Jiangxi. Uscivano di casa e potevano solo girare in tondo, perché in Cina quando è rosso si può comunque svoltare a destra, proprio come negli Stati Uniti, solo che laggiù è permesso se non arriva nessuno da sinistra, qui invece si fa generalmente senza pensarci – è o non è consentito? – quindi non si contano i pedoni che devono schivare paraurti anche se attraversano con il verde o incidenti stradali in cui si scontrano due auto in mezzo a un incrocio, una dritta e una di traverso. Avrebbero girato forse all’infinito attorno al proprio isolato, i nostri abitanti automuniti della contea di Yanshan con licenza di svolta a destra.

Dopo che la notizia di questa misura ha fatto il giro del paese, pare che la polizia l’abbia revocata, o quanto meno ha fatto sparire il comunicato dal suo sito. Peccato non poter andare a verificare di persona, dato che in questo momento, in Cina, “io parto ma dove vado se parto, sempre ammesso che parto”, come dicevano Cochi e Renato.

Un esempio “umano”
C’è per esempio la storia di quei due treni veloci che da Shanghai andavano a Pechino, con i loro 350 passeggeri finiti in quarantena centralizzata senza giungere mai a destinazione. Su entrambi c’era una persona dell’equipaggio che aveva avuto un contatto con un caso conclamato. I mezzi d’informazione cinesi riportano che qualche viaggiatore si è lamentato per la “sfortuna”, ma che comunque gli hotel della quarantena sono stati forniti gratis.

A proposito di gratuità, 33mila persone sono rimaste bloccate dentro Disneyland Shanghai il 31 ottobre, dopo l’arrivo della notizia di un positivo che aveva visitato il parco divertimenti il giorno prima. Tampone per tutti. Dopo la verifica che nessuno fosse positivo, sono stati rispediti a casa su mezzi pubblici a spese della municipalità, che in questi giorni sta incassando plausi da ogni parte (giornali e gente comune) per la sua gestione “umana” del problema. Infatti, non solo l’organizzazione è stata efficiente e gentile, ma mentre i 33mila se ne stavano in compagnia di Topolino in attesa di fare il test, è stato improvvisato anche uno spettacolo pirotecnico per intrattenerli. Shanghai è indicata in questi giorni come l’esempio di come vada gestita l’emergenza (in Italia non sarebbe emergenza, ma per i cinesi sì) ed è contrapposta a quelle zone dove s’improvvisano misure assurde e penalizzanti per le masse, tra semafori rossi e treni bloccati. L’impressione è che le orecchie fischino soprattutto nell’austera Pechino, città dell’imperatore gestita ormai come una città fortificata, dove è difficile entrare e uscire.

Nei pareri su come vada affrontato il pericolo covid e nella maggiore o minore esasperazione per le restrizioni si intravede già una frattura di classe

Se i fuochi d’artificio di Disneyland-Shanghai ci ricordano i circenses, il panem che di solito li accompagna lo ritroviamo nel comunicato del ministero del commercio cinese, che ha esortato i governi locali ad assicurare le forniture alimentari e le famiglie a fare scorta di beni di prima necessità. Inquietudine e ampio dibattito sui social (40 milioni di view per la notizia ufficiale), dove qualcuno ha collegato l’esortazione all’ipotesi di una imminente guerra con Taiwan. Mezzi d’informazione e autorità si sono affrettate a tranquillizzare, specificando che al momento ci sono abbondanti riserve per tutti, ma emergono almeno due aspetti interessanti: i comunicati ufficiali determinano quasi sempre un’eterogenesi dei fini, i cinesi leggono tra le righe e dibattono, in continuazione; l’antico metodo dei granai imperiali (dove venivano stoccate le scorte per evitare carestie e inflazione) è sempre in auge.

Funzionari in gara
Il nuovo focolaio cinese è cominciato intorno al 10 ottobre, al termine della settimana di vacanza per la festa nazionale. Per ora si tratta di alcune decine di casi al giorno e nessun morto, ma gli esempi fatti sopra ci dicono che la politica dei “casi zero” su cui si è attestata Pechino, provoca reazioni a catena, controreazioni, una sensazione di imprevedibilità diffusa dovuta alla discrezionalità di singole amministrazioni locali, dove i funzionari fanno a gara per mostrarsi particolarmente zelanti nell’applicazione delle linee guida che arrivano dall’alto.

Un’amica del ceto medio colto pechinese dice che le autorità di Pechino e Guangzhou hanno smarrito il senso del ridicolo perché hanno perso la ragione, mentre a Shanghai sono più elastici e illuminati. Qual è la differenza? Che nelle prime due città – dice la donna – seguono alla lettera le prescrizioni di Zhong Nanshan (85 anni), l’epidemiologo eroe della lotta contro la sars dei primi anni duemila, l’uomo che di fronte al panico generale scatenato dalla prima ondata di coronavirus nel gennaio del 2020 si è “inventato i casi zero”; nella terza città, va invece per la maggiore il medico Zhang Wenhong (52 anni), “uno che lavora a contatto con la gente” e che sostiene da tempo l’impossibilità di andare avanti così. Poi però parli con il tassista di turno o con la vicina di casa, che ti spiegano quanto la Cina sia il posto più sicuro al mondo, mentre il riparatore di biciclette ti rimprovera con il ditino alzato perché non indossi la mascherina. Si è all’aperto e nessuna misura la prescrive, ma sei straniero e quindi un rimprovero te lo meriti comunque a prescindere.

Shanghai, 3 novembre 2021. Turisti a Disneyland, il giorno della riapertura dopo i controlli su visitatori e lavoratori.

Nei pareri su come vada affrontato il pericolo covid e nella maggiore o minore esasperazione per le restrizioni si intravede già una frattura di classe: da un lato, il bisogno di andare oltre, con discernimento, tenendo conto delle esigenze complesse di una società complessa; dall’altro, il rassicurante abbraccio securitario sorretto dalla mobilitazione di massa. È significativo che le autorità cinesi abbiano recentemente messo in riga Zhang e ribadito la linea Zhong: casi zero sarà.

Modello replicabile
Sui social media cinesi, in questi giorni si dibatte anche attorno a un divertente articolo a proposito delle “masse di Chaoyang” (Chaoyang qunzhong), cioè “il quinto servizio di intelligence al mondo” dopo la Cia, il Mossad, l’Mi6 e il Kgb. Chaoyang è il distretto di Pechino dove abita pure il sottoscritto e almeno dal 2013 vi si susseguono casi di personaggi variamente ricchi e famosi che vengono sbattuti in galera, generalmente per reati di droga e prostituzione, grazie a segnalazioni delle “masse”.

L’ultimo episodio risale al 21 ottobre, quando l’ufficio di pubblica sicurezza del distretto ha annunciato che il “principe del pianoforte” Li Moudi (39 anni) è stato arrestato con alcune presunte prostitute proprio grazie a un rapporto delle “masse di Chaoyang”, che evidentemente avevano notato qualche giro un po’ strano collegato al pianista. I netizen si sono subito divisi tra chi è preoccupato per questo andazzo, chi invece celebra le virtù del quinto servizio segreto al mondo e chi, molto semplicemente, si gode lo spettacolo senza una particolare opinione (in Cina si dice “mangiare il melone”, come da noi si dice “sgranocchiare popcorn”). Tra gli eroi del popolo, campeggia una certa “zia Wang” che come una novella miss Marple pare abbia sgominato da sola un giro di prostituzione perché si era accorta che un giovane nuovo inquilino della sua comunità residenziale non solo non andava mai al lavoro, ma ordinava almeno sette-otto porzioni di cibo d’asporto a ogni pasto. Gatta ci cova, ed ecco la segnalazione alla polizia che fa scattare la retata.

Ovviamente le masse di Chaoyang vengono da lontano – dice l’articolo – e già nel 1974 aiutavano le autorità ad arrestare “spie revisioniste sovietiche” che si annidavano tra il popolo pechinese. Sono inoltre un modello replicabile in tutta la città e nella Cina intera, si possono o chiamare “Zie di Xicheng, Popolo di Tongzhou, Netizen di Haidian, Squadra di Persuasione di Fengtai e Posto di Guardia di Dongcheng” (dai nomi di alcuni distretti pechinesi), ma sono sempre loro, il popolino costantemente all’erta. Anche in questo caso è palese una differenza di classe: la borghesia delle professioni e della creatività che si concede inconfessabili trasgressioni, le “masse” che sorvegliano e ristabiliscono l’ordine.

Conversione di un capitalista
Chen Wen è un imprenditore immobiliare. L’avevamo già incontrato nel 2018, in piena bolla del mattone, quando ci mostrava interi quartieri appena costruiti (da lui) a Taiyuan, capoluogo dello Shanxi. Oggi, il caso Evergrande ha messo a nudo storture e debolezze del sistema di cui anche lui fa parte, quello della costruzione e ricostruzione continua basata sul debito infinito.

Chen sta cercando di differenziare le sue attività, dato che “l’era dell’immobiliare è finita”, dice. “In occidente, le crisi economiche hanno una ciclicità di otto-dieci anni, da noi c’è stata una crescita lunghissima che va dalle riforme e aperture di Deng Xiaoping – cioè dal 1978 – a oggi. Quando si toccherà il fondo, magari noi cinquantenni saremo già morti. Io intanto ho trovato una mia piccola nicchia, cioè l’assistenza agli anziani”.

Un tempismo perfetto, quello di Chen, scopre la filantropia proprio quando il presidente Xi Jinping lancia la nuova parola d’ordine della “ricchezza condivisa”, cioè la necessità di ridistribuire alla società parte di quella ricchezza che i super-ricchi hanno accumulato negli ultimi 40 anni. Ma lui dice che a questa nuova vocazione ci pensava già dal 2018 e un anno dopo ha cominciato a costruire una casa di riposo nella località dello Hunan da cui proviene. Poi il covid ha rallentato un po’ il cantiere, ma ritiene che a luglio dell’anno prossimo sarà pronto. “È un piccolo ricovero”, aggiunge, “con 300 posti letto. Vediamo un po’, noi ci proviamo. Cerchiamo di trovare un po’ di consolazione per la nostra vecchiaia”.

La conversione di Chen Wen è anche ideologica, quasi sorprendente. Lui, che continua a essere contrario al diritto di sciopero, è rimasto folgorato sulla via di Damasco leggendo Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo di David Harvey, uno dei principali intellettuali marxisti viventi. Nella sua nuova vita improntata alla sobrietà e alla filantropia, dopo aver gioiosamente cementificato per anni villaggi ed espropriato contadini (dietro compenso, si intende), l’imprenditore si è reso conto che il problema del capitalismo “è che bisogna far crescere sempre più i profitti, quindi aumenta anche lo sfruttamento, per esempio quello delle risorse naturali a esclusivo beneficio di alcuni, come nel caso dell’acqua minerale. Come ha fatto con l’acqua, il capitalismo può escogitare qualche diavoleria tecnologica per farti pagare anche l’aria che respiri e a quel punto la società va a rotoli”. Lui ha una ricetta pronta: “Anche i soldi, come la verdura, dovrebbero andare a male, per evitare una accumulazione di capitale senza fine. Se per esempio si stabilisse che dopo vent’anni non sono più tuoi, la gente non si dedicherebbe all’accumulazione perenne”.

Questa nuova verve anticapitalista del capitalista Chen è una di quelle contraddizioni-non contraddizioni con cui la Cina ti stupisce quotidianamente.

Radicato patriottismo
Credo ci sia un filo rosso – rosso anche alla lettera – che collega queste storie: “lotta di popolo” contro il covid e mobilitazione dei funzionari per tendere ai “casi zero”; sorveglianza delle masse nei confronti di comportamenti devianti da parte della nuova borghesia delle professioni, creative e non; crisi immobiliare e ricchezza condivisa.

Potrebbero descrivere un nuovo patto sociale in via di definizione tra il partito-stato e il popolo nell’era della pestilenza, della guerra ibrida scatenata dagli Stati Uniti, della frattura nella catena globale di rifornimento e del possibile decoupling (una sorta di sganciamento commerciale e produttivo delle aziende statunitensi in Cina) tra le due maggiori economie mondiali.

Lo spirito rivoluzionario/propulsivo dei decenni di Mao Zedong, veicolato fino a ieri verso il mercato dall‘“arricchirsi è glorioso” di Deng Xiaoping, sembra riproposto oggi come eroismo collettivo, mobilitazione generale, in un’epoca di difficoltà, turbolenze internazionali, che richiedono uno sforzo comune, un tenersi insieme. Si offre in cambio la promessa di una “prosperità condivisa” a chi è rimasto indietro nella fase precedente e la possibilità di conservare ricchezza a chi è andato avanti, purché faccia il bravo e contribuisca, dato che da questo dipenderà la conservazione del suo status. Frugalità, puritanesimo socialista per proseguire la marcia, come vogliamo chiamarlo?

Ancora Chen Wen: “Il nostro vantaggio è che siamo abituati alle ristrettezze. Cioè, anche se abbiamo raggiunto un certo livello di benessere, non è che non siamo più capaci di stringere la cinghia e adattarci. Inoltre, desideriamo la ricchezza e quindi lavoriamo molto, forse il nostro vantaggio è proprio che anche nei momenti difficili conserviamo una sorta di spinta. Non credo che in Europa sia così, voi al pomeriggio andate a bere il caffè. Negli Stati Uniti, se la gente sta male cade il governo, qui anche uno come me si adatta. La nostra educazione non la cambi da un giorno all’altro: siamo molto patriottici, è qualcosa che si è sedimentato in migliaia di anni”.

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