Mi sono bloccato subito sotto il terzo piano. Ed è stata colpa mia. Solo mia e di quella stupida abitudine di premere sempre il pulsante stop, pensando che tanto gli ascensori non si fermano mai.

Avevo un appuntamento dall’osteopata. Pardon, avevo appuntamento da un mago, a quanto pare un uomo con le mani d’oro capace di rimettere a posto qualunque schiena. E quindi anche la mia, tipica schiena rotta da madre di tre figli, con l’aggravante che io sono un padre.

Ero partito in anticipo, per essere sicuro di non tardare neanche un minuto all’appuntamento che avevo faticosamente ottenuto due settimane prima. Ho messo il piccolo nella culla, ho dato un bacio alle bambine e ho lasciato le ultime istruzioni alla tata.

In ascensore però, subito sotto il terzo piano, mi sono reso conto di non avere con me il telefono e quindi, zac, ho premuto stop senza pensarci e mi son messo a cercare le chiavi di casa.

Buffo. L’ascensore si ferma, ma non riparte. Riproviamo: niente. Allora provo con gli altri pulsanti: sei, tre, due, quattro. Macché. Premo di nuovo stop. E di nuovo ancora e ancora: stop, stop, stop, stooop. Ma l’aggeggio non dà segni di vita. Bloccato subito sotto il terzo piano.

Allora faccio per prendere il telefono e chiamare il guardiano del palazzo, un portoghese tutto fare che si affaccenda in questo e altri tre edifici vicini. Non è certo un campione di simpatia, ma per fortuna è sempre pronto a intervenire.

Ops, ma io il telefono non ce l’ho. Giusto, l’avevo dimenticato a casa.

E ora che faccio? Passa almeno un minuto e mentre me no sto lì a guardarmi allo specchio mi rendo conto che la luce gialla dell’ascensore non mi dona affatto: oh, ma che mi stanno venendo le rughe?

Poi mi rassegno a fare l’impensabile, quello che per 35 anni di onorata carriera su e giù per palazzi romani non avevo mai fatto: suono il campanello d’allarme.

Mi aspettavo, appunto, un campanello. Una campana, al limite. E invece parte una sirena anti bomba: UUUUUOOOOOOOOOOO. Per un attimo ho temuto di spaventare troppo gli altri condomini, perché io al posto loro avrei pensato che la Francia avesse finalmente sferrato il suo attacco decisivo contro la Svizzera.

Considerate che in questo paese c’è ancora il servizio militare obbligatorio, rifugi antiatomici e, nascoste nessuno sa dove, scorte alimentari per garantire l’autosufficienza della Svizzera per almeno un anno. A quanto pare la neutralità ha lasciato un segno sulla psiche di questa gente.

Eppure il mio allarme non sembra scomporre nessuno. In effetti il frastuono è talmente forte e violento che non ricorda affatto un campanello d’allarme. In un palazzo dove, nell’anno e mezzo in cui ci abbiamo abitato, non c’è stato un solo giorno in cui non si facessero lavori di ristrutturazione in qualcuno degli appartamenti, questo rumore infernale sembra solo l’ennesimo aggeggio per limare i parquet. O forare il muro o segare un tubo d’acciaio. Insomma, niente che possa spingere nessuno a mettere il naso sul pianerottolo e controllare cosa succede.

Intanto i minuti passano. E io sento nella tromba delle scale le grida delle mie figlie che giocano allegre. La cosa mi mette una certa tranquillità: pensa se mi fossi bloccato qui dentro con loro. Peggio, pensa se mi fosse successo con il neonato. Ma poi - oltre il danno, la beffa - tra le urla delle bambine sento chiaramente il mio telefono che squilla. È proprio lui, qualcuno mi sta cercando, senza immaginare che sono inghiottito nell’ascensore.

Se solo non l’avessi dimenticato, potrei chiamare la mia vicina, una simpatica versione ispano-borghese di Lady Gaga. E, soprattutto, potrei chiamare il mago della schiena e avvisarlo del mio simpatico contrattempo. E invece sono qui con questo stupido trombone bellico come unico contatto col mondo.

Improvvisamente, sono passati dieci minuti, sento delle voci. “Oui, c’est bloqué”. Sono un uomo e una donna che parlano, o almeno cercano di parlare sopra il suono della mia sirena antimissile che ora va all’impazzata: “Je suis ici! Vous m’entendez?!”.

Le voci sono lontane, probabilmente al primo piano, ma riesco comunque a intuire che parlano dell’ascensore. Hanno capito. Finalmente posso togliere il dito dalla sirena, e aspettare che vengano a dirmi qualcosa.

E invece li sento parlottare ancora, poi ridere, poi salutarsi e poi stacchettare giù per le scale finché il sordo e inconfondibile rumore del portone mi fa comprendere la dura realtà: se ne sono andati! Ecco, adesso comincio ad agitarmi un po’. Riguardandomi di nuovo allo specchio noto che ho delle goccioline di sudore sulla fronte. E ho la netta impressione che le rughe stiano aumentando.

Decido di smettere di suonare l’allarme, perché tanto non mi sente nessuno. Tutto il palazzo è avvolto da un tetro silenzio, interrotto solo dal vento che s’infiltra nella tromba delle scale e dalle urla lontane delle mie figlie.

È passata mezz’ora. La bellezza di mille e ottocento secondi.

Sto perdendo l’appuntamento con l’osteopata più richiesto della città. Ed è solo colpa mia: prima ho dimenticato il telefono, e poi ho avuto la geniale idea di premere lo stop.

Da piccolo, quando facevo da solo su e giù tra il primo e il quinto piano, dove abitava mia nonna, avevo ricevuto istruzioni ben precise: “Anche se è tutto buio”, mi aveva spiegato mio padre, “resta tranquillo, mettiti seduto e grida aiuto”.

In effetti mettersi a gridare sembra un’opzione più efficace della sirena antibomba. E così, non appena sento qualcuno entrare nel palazzo mi metto a urlare. Ma prima ci penso qualche secondo: cosa dovrei urlare? “Au secours”? “Il y a quelqu’un”? “Mesdames et messieurs”? Alla fine scelgo un sobrio ma elegante: “Excusez-moi?”. Ma lo urlo talmente forte che finalmente qualcuno si accorge di me.

“Vous êtes bloqué, monsieur?”. Sì, sono qui dentro. “Et qu’est-ce qu’il faut faire?”. Andiamo bene, mi è capitato il vecchio del palazzo: bisogna chiamare il concierge, che venga ad aprire la porta.

Quaranta minuti dopo quello stupido stop, duemilaquattrocento interminabili secondi dopo, il portiere viene finalmente a liberarmi. E mentre sguscio via sul terzo piano, tutta la mia rabbia si trasforma improvvisamente in vergogna.

“È da molto che era lì dentro?”. Mah, no, sarà stato un quarto d’ora, anche meno. “Ma un quarto d’ora è comunque tantissimo! Perché non mi ha chiamato?”. Perché avevo il telefono scarico, ma non fa niente, ne ho approfittato per riposarmi un po’. “E com’è successo, si è fermato all’improvviso?”. Esattamente. Stavo scendendo come tutti i giorni quando a un certo punto si è fermato.

Che codardo che sono. Ma dopo tutto quello stress meritavo di dover fare anche una figura di merda? Forse sì. Ma comunque.

Rientrando in casa le bambine mi hanno fatto un sacco di feste: “Papà, sei tornato! Vieni a giocare”. No, bambine, non sono tornato, ho solo dimenticato il telefono e adesso devo scappare via, che ho un appuntamento con un mago. Se prendo un taxi forse faccio ancora in tempo. Ma stavolta però scendo le scale a piedi.

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