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José I. Torreblanca

José Ignacio Torreblanca è professore di scienze politiche alla Uned di Madrid. È columnist di El País e dirige la sede spagnola dell’European council on foreign relations. È tra gli animatori del sito di analisi e dibattiti sulle istituzioni europee BlogEuropa.eu.

Quando la bancarotta era una soluzione

  • 25 settembre 2011
  • 10.00

C’è stato un momento in cui il potere degli stati nazionali era maggiore di quello dei mercati. I monarchi assoluti potevano indebitarsi praticamente all’infinito per finanziare guerre dinastiche, progetti illuminati o capricci personali. Quando la situazione diventava insostenibile, si dichiarava bancarotta e si ricominciava tutto da capo.

In alcuni casi, come in Francia, l’atto di remissione dei debiti era sbrigativo come l’uccisione dei banchieri: morto il creditore, veniva cancellato automaticamente il debito. Rispetto ai loro predecessori, i governanti di oggi, umiliati dalle agenzie di rating, controllati senza tregua dalle più disparate istituzioni internazionali e nel mirino delle corti costituzionali per ogni decisione presa, devono sentirsi dei poveracci. Come accade ad altri suoi colleghi europei, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel sembra impotente e vittima di queste pressioni.

Eppure non è stato sempre così. Fino all’ottocento, se uno stato dichiarava fallimento non c’era di che vergognarsi, anzi. Alcuni ministri del tesoro sostenevano che una bancarotta di tanto in tanto fosse il metodo migliore per rimettere ordine nelle finanze e ricominciare da capo. In realtà, la bancarotta era qualcosa che solo i paesi ricchi potevano permettersi e in qualche modo rifletteva il potere dello stato e del suo monarca. Non è un caso che tra il 1300 e il 1799 la Spagna abbia dichiarato fallimento ben sei volte, mentre la Francia, durante il periodo di espansione del suo potere in Europa, addirittura otto volte.

Tuttavia, dall’ottocento la Francia decise di stabilizzare le sue finanze pubbliche (il suo ultimo default risale al 1812) mentre la Spagna proseguì sulla sua strada costellata di bancarotte con altri otto fallimenti tra il 1809 e il 1882. Successivamente, nel novecento, il testimone passò a Germania, Austria e Polonia, che segnarono due bancarotte ciascuna prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.

Di fronte a questa tendenza, si ha l’impressione che fin dagli albori dello stato moderno gran parte dell’attività politica sia consistita nella ricerca del modo più adeguato per evitare che i governanti spendessero i soldi dei cittadini in maniera irresponsabile. Inoltre, si è cercato di limitare drasticamente il margine di manovra delle istituzioni politiche, che da quel momento sono state obbligate a rendere conto delle loro azioni di fronte al popolo.

Secondo la formula classica no taxation without representation, molti anni fa borghesia e monarchia strinsero un patto: la prima avrebbe pagato le tasse in cambio della condivisione della sovranità concessa dalla seconda. Ecco perché le tredici colonie statunitensi rifiutarono di pagare le tasse alla corona britannica: non erano rappresentate in parlamento. Ed ecco perché ancora oggi molti stati che non chiedono denaro ai cittadini si accontentano degli introiti derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali come petrolio o gas (pensate all’Arabia Saudita). In cambio, possono concedersi il lusso di non riscuotere le tasse e, soprattutto, di non garantire ai cittadini i diritti politici o la possibilità di controllare lo stato delle finanze pubbliche.

Tuttavia, a un certo punto i parlamenti nazionali, nonostante le misure di controllo imposte agli esecutivi, si sono resi conto che non riuscivano a placare le ansie da deficit e inflazione dei governanti. Per questa ragione, visto che i governi non avevano abbandonato il vecchio e brutto vizio di stampare altro denaro per cancellare i debiti e aumentare le possibilità di essere rieletti, nella seconda metà del novecento le democrazie hanno scelto di trasferire la politica monetaria a banche centrali indipendenti.

Nel caso dell’Europa si è fatto anche di più, trasferendo l’onere della politica monetaria alle banche centrali nazionali e successivamente alla Banca centrale europea. Ma molti governanti, grazie al sesto senso tipico dei giocatori incalliti che trovano sempre il denaro per continuare a giocare, hanno escogitato nuovi modi per indebitarsi e finanziare le loro possibilità di essere rieletti.

Per questo, mentre in passato i mercati avevano tolto ai governi la possibilità di gestire la politica monetaria, oggi li spingono a rinunciare alla gestione della politica fiscale. Questa soluzione può essere efficace dal punto di vista economico, ma fa perdere ogni valore ai parlamenti nazionali e pone una questione essenziale sull’effettivo significato della democrazia di oggi.

La storia ci insegna che senza tasse non esiste la democrazia e senza democrazia le tasse sono illegittime. Per questo, se l’obiettivo è una politica fiscale e una gestione patrimoniale comuni, dobbiamo rivedere la portata, il senso e le istituzioni dell’unione politica che accompagna questi cambiamenti. Saranno le tasse europee a regalarci la democrazia europea?

Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 916, 23 settembre 2011

C’è stato un momento in cui il potere degli stati nazionali era maggiore di quello dei mercati. I monarchi assoluti potevano indebitarsi praticamente all’infinito per finanziare guerre dinastiche, progetti illuminati o capricci personali. Quando la situazione diventava insostenibile, si dichiarava bancarotta e si ricominciava tutto da capo.

In alcuni casi, come in Francia, l’atto di remissione dei debiti era sbrigativo come l’uccisione dei banchieri: morto il creditore, veniva cancellato automaticamente il debito. Rispetto ai loro predecessori, i governanti di oggi, umiliati dalle agenzie di rating, controllati senza tregua dalle più disparate istituzioni internazionali e nel mirino delle corti costituzionali per ogni decisione presa, devono sentirsi dei poveracci. Come accade ad altri suoi colleghi europei, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel sembra impotente e vittima di queste pressioni.

Eppure non è stato sempre così. Fino all’ottocento, se uno stato dichiarava fallimento non c’era di che vergognarsi, anzi. Alcuni ministri del tesoro sostenevano che una bancarotta di tanto in tanto fosse il metodo migliore per rimettere ordine nelle finanze e ricominciare da capo. In realtà, la bancarotta era qualcosa che solo i paesi ricchi potevano permettersi e in qualche modo rifletteva il potere dello stato e del suo monarca. Non è un caso che tra il 1300 e il 1799 la Spagna abbia dichiarato fallimento ben sei volte, mentre la Francia, durante il periodo di espansione del suo potere in Europa, addirittura otto volte.

Tuttavia, dall’ottocento la Francia decise di stabilizzare le sue finanze pubbliche (il suo ultimo default risale al 1812) mentre la Spagna proseguì sulla sua strada costellata di bancarotte con altri otto fallimenti tra il 1809 e il 1882. Successivamente, nel novecento, il testimone passò a Germania, Austria e Polonia, che segnarono due bancarotte ciascuna prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.

Di fronte a questa tendenza, si ha l’impressione che fin dagli albori dello stato moderno gran parte dell’attività politica sia consistita nella ricerca del modo più adeguato per evitare che i governanti spendessero i soldi dei cittadini in maniera irresponsabile. Inoltre, si è cercato di limitare drasticamente il margine di manovra delle istituzioni politiche, che da quel momento sono state obbligate a rendere conto delle loro azioni di fronte al popolo.

Secondo la formula classica no taxation without representation, molti anni fa borghesia e monarchia strinsero un patto: la prima avrebbe pagato le tasse in cambio della condivisione della sovranità concessa dalla seconda. Ecco perché le tredici colonie statunitensi rifiutarono di pagare le tasse alla corona britannica: non erano rappresentate in parlamento. Ed ecco perché ancora oggi molti stati che non chiedono denaro ai cittadini si accontentano degli introiti derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali come petrolio o gas (pensate all’Arabia Saudita). In cambio, possono concedersi il lusso di non riscuotere le tasse e, soprattutto, di non garantire ai cittadini i diritti politici o la possibilità di controllare lo stato delle finanze pubbliche.

Tuttavia, a un certo punto i parlamenti nazionali, nonostante le misure di controllo imposte agli esecutivi, si sono resi conto che non riuscivano a placare le ansie da deficit e inflazione dei governanti. Per questa ragione, visto che i governi non avevano abbandonato il vecchio e brutto vizio di stampare altro denaro per cancellare i debiti e aumentare le possibilità di essere rieletti, nella seconda metà del novecento le democrazie hanno scelto di trasferire la politica monetaria a banche centrali indipendenti.

Nel caso dell’Europa si è fatto anche di più, trasferendo l’onere della politica monetaria alle banche centrali nazionali e successivamente alla Banca centrale europea. Ma molti governanti, grazie al sesto senso tipico dei giocatori incalliti che trovano sempre il denaro per continuare a giocare, hanno escogitato nuovi modi per indebitarsi e finanziare le loro possibilità di essere rieletti.

Per questo, mentre in passato i mercati avevano tolto ai governi la possibilità di gestire la politica monetaria, oggi li spingono a rinunciare alla gestione della politica fiscale. Questa soluzione può essere efficace dal punto di vista economico, ma fa perdere ogni valore ai parlamenti nazionali e pone una questione essenziale sull’effettivo significato della democrazia di oggi.

La storia ci insegna che senza tasse non esiste la democrazia e senza democrazia le tasse sono illegittime. Per questo, se l’obiettivo è una politica fiscale e una gestione patrimoniale comuni, dobbiamo rivedere la portata, il senso e le istituzioni dell’unione politica che accompagna questi cambiamenti. Saranno le tasse europee a regalarci la democrazia europea?

Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 916, 23 settembre 2011

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