Nel 1997 un capellone con l’aria progressista fu scelto come ministro della cultura del governo cubano. L’ambiente degli intellettuali e degli artisti tirò un sospiro di sollievo, perché gli altri candidati avevano un passato di estremismo. Per gli scrittori, Abel Prieto rappresentava una corrente di pensiero più aperta e disponibile al cambiamento. Molti riposero nel ministro la speranza della fine della censura. Ma le cose non sono andate così.

Nel corso di quindici anni quell’uomo dall’aspetto hippie si è gradualmente trasformato in un burocrate. Ha vinto alcune battaglie contro l’estremismo, ma ha perso quelle più importanti. È riuscito per esempio a rendere più flessibile la burocrazia per i viaggi all’estero di studiosi, pittori e musicisti. Con lui al ministero, le figure più importanti della nostra cultura nazionale hanno ottenuto anche alcuni privilegi, come l’accesso a internet o la possibilità di comprare una auto. Ma nel mandato di Abel Prieto ci sono stati momenti oscuri. Gli scrittori in esilio, critici nei confronti del governo, sono stati eliminati dai cataloghi delle case editrici e dai programmi di studio delle scuole.

Con il passare del tempo, pur continuando a portare i capelli lunghi, Abel Prieto è diventato il simbolo della cultura piegata al volere delle autorità. Qualche giorno fa la stampa ha annunciato che Prieto è stato “liberato dal suo incarico” per ritirarsi a vita privata e scrivere romanzi. È poco probabile che l’uomo che ha gestito l’arte come “un’arma della rivoluzione” trovi la pace di cui ha bisogno per creare personaggi immaginari.

Dovrebbe piuttosto fare un ultimo gesto d’onestà, e raccontare tutte le concessioni che ha dovuto fare, tutte le liste nere che ha contribuito a stilare.

Traduzione di Francesca Rossetti

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