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La rotta più pericolosa del mondo 

Un salvataggio condotto dalla ong Proactiva Open Arms al largo della Libia, il 30 giugno 2018. (Olmo Calvo, Ap/Ansa)

“Proviamo a visualizzare le ultime 63 persone morte in mare. È un autobus pieno di gente che sparisce in un momento”: Gabriele Eminente, il direttore generale di Medici senza frontiere, ha provato a spiegare in tv a un pubblico ormai assuefatto cosa sta succedendo in questo momento sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Da quando l’Italia ha chiuso i porti alle navi delle ong e si è lanciata in un braccio di ferro con gli altri paesi europei violando numerose leggi internazionali e obbligando le organizzazioni umanitarie a ritirarsi, il numero dei morti nella traversata è aumentato esponenzialmente.

Il coordinamento dei soccorsi è passato nelle mani dei libici, con il benestare delle autorità marittime internazionali che il 28 giugno hanno riconosciuto a Tripoli la sua zona di ricerca e soccorso esclusiva, nonostante numerosi rapporti dell’Onu abbiano denunciato che la Libia non è un porto sicuro (place of safety) in cui far sbarcare le persone soccorse, posizione confermata da numerose sentenze dei tribunali italiani.

Una persona su dieci
Nel primo weekend in cui Tripoli ha coordinato i soccorsi in mare ci sono stati tre naufragi che hanno portato il numero complessivo dei morti e dei dispersi nel solo mese di giugno a 679. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il dato in meno di un mese è più che raddoppiato. Matteo Villa, un ricercatore dell’Ispi, ha elaborato i dati dell’Unhcr e dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) sulle morti registrate in relazione alle partenze dalla Libia e ha stabilito che dal 1 giugno la rotta del Mediterraneo è diventata la più pericolosa al mondo: “Muore una persona ogni dieci”.

Un dato allarmante che riporta il tasso di mortalità e il numero assoluto dei morti ai livelli di quelli registrati prima della riduzione delle partenze nel luglio del 2017. “Dopo la repentina diminuzione delle partenze dal 16 luglio 2017, il numero assoluto dei morti e dei dispersi si è ridotto, ma ora siamo tornati incredibilmente ai livelli di prima”, afferma Villa (il tasso di mortalità invece era comunque aumentato nell’ultimo anno secondo l’Oim). Per il ricercatore questo fattore è legato a tre elementi: “Le ong sono coinvolte sempre di meno nei salvataggi, i mercantili non intervengono perché temono di essere bloccati per giorni in attesa di avere indicazioni sul porto di sbarco (come è successo al cargo danese Maersk) e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né la competenza per occuparsi dei salvataggi”.

Per Villa, infatti, l’aumento repentino della mortalità coincide con l’incremento delle operazioni affidate ai libici: “Nei primi sei mesi del 2018 solo la metà dei migranti che sono partiti dalla Libia sono riusciti a raggiungere l’Italia, il 44 per cento delle persone partite è stato intercettato dalle motovedette libiche”, che hanno riportato i migranti nei centri di detenzione del paese (nel 2017 solo il 12 per cento era stato intercettato dai libici).

Il soccorso non è un incentivo
I nuovi dati diffusi dall’Ispi smentiscono ancora più categoricamente l’idea che le organizzazioni non governative siano un pull factor, cioè un fattore di attrazione per i migranti. La formula “taxi del mare” ha avuto molta fortuna tra i politici e i giornalisti e poi nell’opinione pubblica e ha rafforzato il sospetto sollevato da alcuni magistrati, come il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che le navi umanitarie favoriscano il traffico di esseri umani.

La teoria del pull factor, sostenuta anche da Frontex – l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione – anche se molto suggestiva non è avvalorata dai fatti: esattamente come era successo nei primi quattro mesi del 2015, quando era stata sospesa la missione di ricerca e soccorso Mare nostrum, con il blocco delle ong le partenze non si sono fermate.

Nonostante le navi delle ong non siano più presenti davanti alle coste libiche, nel mese di giugno le partenze dalla Libia sono addirittura aumentate e sono passate da 4.321 persone partite a maggio alle 6.954 partite a giugno del 2018. Una tendenza che conferma un dato già rilevato in diversi altri studi: a luglio del 2017, quando tutte le ong erano in mare le partenze dalla Libia si sono fermate per via degli accordi conclusi dall’Italia con Tripoli, e nei primi sei mesi del 2018 le partenze sono rimaste stabili nonostante la minore presenza delle navi umanitarie.

Nonostante questi studi, nel documento finale del Consiglio europeo del 28-29 giugno fa capolino la teoria del pull factor quando al punto 5 del capitolo sull’immigrazione si afferma: “Per smantellare definitivamente il modello di attività dei trafficanti e impedire in tal modo la tragica perdita di vite umane, è necessario eliminare ogni incentivo a intraprendere viaggi pericolosi”. Nel paragrafo approvato dai capi di stato e di governo dell’Unione si rafforza l’idea che il soccorso in mare sia un incentivo alla partenza.

Anche a causa di questo orientamento politico, le navi delle ong di fatto sono state allontanate dalla zona di ricerca e soccorso. La nave Aquarius è ferma nel porto di Marsiglia, dopo essere stata fatta sbarcare a Valencia nella precedente missione, la nave Open Arms di Proactiva sta facendo rotta verso Barcellona dove arriverà il 4 luglio con 59 persone a bordo soccorse al largo della Libia sotto il coordinamento di Tripoli.

La nave Lifeline è sotto sequestro perché avrebbe fatto un soccorso non coordinandosi con la guardia costiera italiana. SeaWatch 3 è in stato di fermo nel porto della Valletta, senza che sia stato fornito all’ong tedesca nessun elemento di chiarimento o notifica ufficiale. In un comunicato l’organizzazione ha dichiarato: “SeaWatch interpreta la decisione di Malta come una grave e ingiustificata restrizione della libertà di circolazione della propria imbarcazione e del diritto di procedere con lo svolgimento delle proprie attività”.

Ma, come sottolinea il professore di diritto Fulvio Vassallo Paleologo, non è l’unico caso in cui non è stato notificato alcun atto ufficiale per una decisione che limita l’attività delle ong: “In Italia, senza adottare un provvedimento formale, come tale impugnabile davanti ad un giudice, hanno negato alle navi delle ong l’accesso alle acque territoriali e l’ingresso nei porti, anche solo allo scopo di un rifornimento”.

Nonostante i dati e il quadro giuridico internazionale indichino un’altra strada, l’Italia e l’Europa hanno deciso di voltare le spalle al Mediterraneo e chiudere il canale umanitario aperto con la Libia nel 2013 nella consapevolezza che la rotta non si chiuderà, ma invece aumenterà la mortalità lungo la traversata. Un dato che tuttavia non provoca più nessuna preoccupazione.

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