Questo articolo è uscito il 2 aprile 2022 a pagina 23 del numero 21 dell’Essenziale. Puoi abbonarti qui.

Con un mese d’anticipo rispetto alla Biennale di Cecilia Alemani, costruita intorno alle donne artiste che hanno lasciato un segno nella definizione del contemporaneo, Venezia accoglie la prima grande mostra personale in Italia di Marlene Dumas (nata nel 1953), pittrice sudafricana che oggi è una tra le più importanti e influenti al mondo.

A Palazzo Grassi è aperta open-end, esposizione con oltre cento opere provenienti dalla collezione Pinault, ma anche da musei internazionali e da raccolte private, che offre una panoramica molto vasta sul lavoro di Dumas e si candida a essere una delle mostre dell’anno. Venezia, tra Biennali ed esposizioni collettive, è il luogo nel nostro paese che è stato più attento alla carriera della pittrice di Città del Capo e Palazzo Grassi, con la sua struttura e la sua luce, è uno spazio in grado di sottolineare la natura ambivalente dei dipinti di Dumas e dare a ogni quadro il giusto risalto e la giusta contestualizzazione.

Caroline Bourgeois, curatrice della mostra, la considera un’artista che “prende rischi più di chiunque altro”, e sono rischi che riguardano “i temi, i soggetti, il modo di dipingere e anche i colori”. Ma, e questo è il punto fondamentale intorno al quale è costruita tutta l’esposizione, Marlene Dumas in più si prende cura della propria pittura e soprattutto di ciò che in essa viene raffigurato.

Questo atteggiamento, che è parte della sua pratica artistica, cambia completamente la percezione dei quadri, e forse perfino il loro senso più profondo. Perché se è vero che si tratta di opere che nascono da immagini “di seconda mano”, come fotografie di giornali o fotogrammi di film e polaroid scattate dalla stessa artista, è anche indubitabile che le sensazioni che arrivano al pubblico sono “di prim’ordine”, per usare le parole di Dumas.

Soggetti difficili

I soggetti dei quadri possono essere difficili, tratti dalla pornografia o dall’attualità, come la Ragazza turca del 1999 che ostenta i genitali oppure il Bendato del 2002, quadro basato sull’immagine di un giovane palestinese arrestato in un campo profughi. In entrambi i casi a colpire è il modo in cui il soggetto viene costruito pittoricamente: a contare veramente sono i colori e le pennellate che definiscono i personaggi.

Solo a quel punto, sulla base solidamente figurativa della pittura di Marlene Dumas, si innestano gli aspetti politici e sociali, che sono ovviamente cruciali, ma che da soli non bastano a spiegare l’urgenza del suo lavoro.

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Altro tema importante per avvicinarsi alla mostra e all’artista è quello del colore. Elemento chiave in dipinto imponente come Tempo e Chimera, dove la figura femminile brilla di una pura luce dorata, il colore in Dumas può però essere anche sporco, contaminato, a volte frutto del caso. Perché la sua pittura è spesso gestuale e ha molti elementi performativi che le conferiscono una quota d’imponderabilità, nella quale – come accade per esempio con le artiste surrealiste che saranno uno dei cardini della futura Biennale – si trova la magia più grande del suo lavoro.

La portata dei dipinti di Dumas si misura proprio dove neppure lei può arrivare a esercitare il suo controllo autoriale. È il caso del Revival occulto, accostamento di due magnifici ritratti della stessa Dumas e di un suo amante, la cui fascinazione deriva da elementi che stanno fuori dal perimetro del quadro: per esempio gli sguardi delle due figure e lo sfondo scuro, quel nero che la pittrice usa come elemento di affermazione e non di negazione o di assenza.

In mostra si possono incontrare anche una poderosa amazzone di schiena, ispirata alla figlia dell’artista, ma anche lo schermo di un iPhone, nerissimo mentre due mani lo stanno utilizzando: ci sono i volti di grandi uomini e l’inquietante ritratto del fratello da bambino. Ma soprattutto c’è la coerenza di uno stile pittorico che si aggiorna di continuo pur rimanendo se stesso.

Questo articolo è uscito il 2 aprile 2022 a pagina 23 del numero 21 dell’Essenziale. Puoi abbonarti qui.