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Yanis Varoufakis accusa i creditori di fare terrorismo contro la Grecia

Domenica 5 luglio si voterà per il referendum sul piano proposto dai creditori ad Atene. I sostenitori del no sono scesi in piazza ad Atene il 3 luglio e ci sono stati attimi di tensione con la polizia

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La giornata folle della Grecia e dell’Europa, raccontata dall’Economist

Davanti alla National Bank di Atene, il 2 luglio 2015. (Marko Djurica, Reuters/Contrasto)

Mercoledì primo luglio è cominciato come una nota a piè di pagina dei manuali di storia della finanza: a mezzanotte la Grecia è diventata il primo paese sviluppato a non rimborsare un prestito al Fondo monetario internazionale (Fmi) dal 1945, anno della sua fondazione. Con il passare delle ore, nella tortuosa cronologia della crisi dell’eurozona, la voce sul 1° luglio 2015 è diventata sempre più lunga, mentre i leader europei sembravano determinati a far rientrare tutta l’assurda tragedia della crisi nell’arco di una giornata.

Nessuna catastrofe. Le prime ore del giorno sono state caratterizzate soprattutto da quello che non è successo. Ufficialmente, i termini del secondo programma di salvataggio della Grecia sono scaduti il 30 giugno, lasciando il paese, per la prima volta dal 2010, senza alcun sostegno. Eppure il sistema finanziario greco era ancora in piedi, o quasi. Il default non ha provocato nessuna catastrofe.

In teoria i ministri delle finanze della zona euro, in quanto azionisti dei fondi usati per salvare Atene, avrebbero potuto mettersi d’accordo e dichiararla insolvente, in virtù delle clausole sull’“insolvenza incrociata” previste dal programma dell’Fmi. Ma, con grande sollievo della Grecia, non lo hanno fatto.

Quasi nessuno si aspettava che prendessero una decisione del genere prima del referendum di domenica 5 luglio. Ma in vari momenti della giornata non è stato chiaro se l’avrebbero fatto o meno. A metà mattinata il Financial Times ha scritto che il primo ministro greco Alexis Tsipras era pronto al compromesso. In una lettera indirizzata alla troika diceva che Atene era disposta ad accettare la proposta fatta dalla Commissione europea domenica 28 giugno (basata su quella che i greci dovranno votare, ma leggermente diversa).

Tsipras faceva qualche concessione anche su questioni delicate, come quelle dell’iva e delle pensioni. Per un momento è sembrato che fosse possibile trovare una soluzione rapida e (relativamente indolore) a quella situazione di stallo. Le borse europee sono subito risalite.

I leader europei stavano facendo di tutto per presentare il referendum in Grecia come un voto sulla permanenza o meno nell’euro

Ma l’offerta, come era prevedibile, era soggetta a “emendamenti, aggiunte e chiarimenti”. E queste modifiche riguardavano gli stessi problemi – le agevolazioni fiscali per le isole greche e l’innalzamento dell’età pensionabile – che nelle settimane precedenti avevano fatto fallire i tentativi di raggiungere un accordo.

Il referendum va avanti. Non è passato molto tempo prima che Wolfgang Schäuble, l’inflessibile ministro delle finanze tedesco, cominciasse a buttare acqua sul fuoco, subito seguito da Angela Merkel. Entrambi sono apparsi estremamente riluttanti a negoziare qualsiasi cosa prima del voto greco. Il presidente francese François Hollande, invece, sembrava pronto a concludere un accordo (prima che i tedeschi lo escludessero).

Dopo che la nuova proposta è stata messa sul tavolo e rifiutata, le agenzie stampa hanno cominciato a chiedersi se Tsipras avrebbe annullato il referendum. Ma nel pomeriggio il primo ministro ha tenuto un discorso ad Atene nel quale ha dichiarato che il voto ci sarebbe stato e che i greci avrebbero potuto avere tutto quello che volevano – restare nell’euro e strappare un accordo più favorevole – votando no all’ultima offerta dell’eurogruppo.

Invece i leader europei stavano facendo di tutto per presentare il referendum come un voto sulla permanenza o meno nell’euro. Intanto il segretario del Consiglio d’Europa (un’organizzazione intergovernativa che stranamente non rientra nella struttura dell’Unione europea) ha detto che il referendum greco potrebbe “non rispettare gli standard internazionali” a causa dell’insufficienza dei controlli e della poca chiarezza del quesito proposto.

E la giornata non era finita. La Banca centrale europea doveva ancora decidere se e come continuare a fornire aiuti di emergenza alle banche greche. Qualcuno ipotizzava che avrebbe potuto aumentare lo sconto che applica al valore delle garanzie accettate in cambio dei prestiti d’emergenza, mettendo ancora più alle strette le banche greche che sono già sotto forte pressione, nonostante la protezione dei controlli di capitale. E nel tardo pomeriggio i ministri delle finanze dell’eurozona si dovevano di nuovo riunire in teleconferenza per prendere in considerazione l’ultima proposta di Tsipras.

Ma all’eurogruppo non c’era molto da dirsi a quel punto, e non ce ne sarà fino a che continuerà a incombere il referendum, dal quale dipendono molte cose.

Cosa potrebbe succedere dopo il referendum. La vittoria del sì porterebbe probabilmente alla caduta del governo: se gli elettori rifiutassero il loro consiglio di snobbare i creditori della Grecia, Tsipras e i suoi ministri avrebbero serie difficoltà a rimanere in carica.

Questo potrebbe portare alla formazione di un nuovo governo di unità nazionale scelto all’interno dell’attuale parlamento o a nuove elezioni. Il sì scatenerebbe un torrente di benevolenza politica da parte dei creditori, che in pratica sarebbero riusciti a stringere un patto con gli elettori greci sulla testa dei loro governanti.

Anche una vittoria del sì lascerebbe pochissimo tempo per concludere un nuovo accordo di salvataggio

Una volta che si fosse formato il nuovo governo, probabilmente non guidato da Tsipras, si potrebbe cominciare subito a trattare una terza operazione di salvataggio, che comprenderebbe almeno la promessa di ristrutturare l’enorme debito del paese, che ammonta al 180 per cento del pil. I termini di questo accordo probabilmente non sarebbero molto diversi da quelli dell’ultima offerta fatta dai creditori, ma se questi si trovassero a lavorare con un governo più collaborativo non comporterebbero un’eccessiva difficoltà: in fondo sarebbero i termini che i greci avrebbero appena approvato.

Una vittoria del no, invece, metterebbe subito la Grecia sulla strada dell’uscita dall’euro. La prossima scadenza è il 20 luglio, quando dovrà rimborsare 3,4 miliardi di euro di titoli di stato alla Bce. Senza un nuovo programma di salvataggio, Atene non potrebbe restituire quei soldi e se così fosse quasi sicuramente la banca centrale smetterebbe di sostenere le banche greche. Questo, a sua volta, costringerebbe il governo ad accettare il totale collasso del suo sistema bancario o a rispettare il suo impegno a garantire i depositi stampando un’altra valuta. Ma anche una vittoria del sì lascerebbe pochissimo tempo per concludere un nuovo accordo di salvataggio. E non è neanche detto che le banche greche riescano a sopravvivere fino al 20 luglio.

Alla fine della giornata è spuntato uno striscione dalle finestre del ministero della finanze, con la scritta: “No ai ricatti e all’austerità” (messo lì dai sindacati e non dal governo, come ha chiarito il ministro Yanis Varoufakis). Era il 1 luglio 2015.

Questo articolo è uscito su The Economist. Traduzione di Bruna Tortorella.

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