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Si può fare letteratura con l’intelligenza artificiale?

Da quando alcune macchine possono produrre testo plausibile e compatibile con l’esperienza umana di scrittura e lettura dei testi, ci sono molti dibattiti in corso. Uno di questi riguarda la letteratura.

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, come in molti paesi dell’Unione europea, almeno all’inizio, le questioni più discusse sono state la proprietà intellettuale e il copyright. I testi letterari sono visti come asset, beni a cui dare un valore economico. Siccome le macchine che li producono sono state addestrate su questi testi, ne deriverebbe un danno economico ad autori ed editori. Su Artificiale ci siamo già occupati di questi temi: provando a ricordare che i problemi nascono a causa della struttura del mercato del lavoro; parlando di forme di pirateria come resistenza all’estrazione di profitto dal mondo della cultura; ricordando l’attivismo hacker di persone come Aaron Swartz; prevedendo che, se consideriamo la cultura un bene monetizzabile, va a finire che poche grandi aziende faranno accordi fra loro e continueranno a monopolizzare sia la produzione culturale sia i profitti. In realtà è già successo: con le etichette multinazionali della musica che fanno accordi con aziende come Suno, con la Disney che fa accordi con la OpenAi e via dicendo.

Opportunità e resistenze

Il fatto che l’addestramento delle intelligenze artificiali sia un furto però, non è un’idea unanimemente condivisa nemmeno nel mondo della letteratura statunitense. Stephen King, per esempio (mentre alcuni suoi colleghi stanno partecipando alle cause contro le aziende tecnologiche), ha detto che non impedirà alle ia di essere addestrate sui suoi libri.

In Cina, lo scrittore Mo Yan, premio Nobel per la letteratura, ha ammesso di aver scritto un discorso con ChatGpt.

In Giappone l’accoglienza delle ia in letteratura è pesantemente influenzata dal tecno-animismo. Mentre in occidente soffriamo anche del “complesso di Frankenstein”, con la creatura artificiale che si rivolta contro i suoi creatori, la cultura pop giapponese ha da tempo raffigurato i robot come aiutanti benevoli, spesso dotati di un’anima.

Nel 2024 la scrittrice Rie Kudan, dopo aver vinto il premio Akutagawa con il suo romanzo di fantascienza, ha raccontato di aver scritto parte dell’opera con l’aiuto di un’intelligenza artificiale. La protagonista del romanzo, Sara Makina, è un’architetta che progetta una torre carceraria e interagisce con un’ia. Kudan ha usato ChatGpt proprio per generare la voce del personaggio artificiale, trattando la macchina come un collaboratore creativo.

Ma già nel 2013 il premio Hoshi per la fantascienza ha esplicitamente permesso candidature non umane. Nel 2016 un romanzo scritto da una macchina aveva superato la prima selezione del premio (la giuria non sapeva cosa era stato scritto da umani e cosa da macchine). Ci sono anche resistenze, ovviamente, ma anche in questo caso sono più che altro legate all’idea del furto: gli editori di One Piece e Dragon Ball, per esempio, sono molto critici nei confronti delle ia.

In Italia, di recente, il dibattito si è spostato su un altro piano, ed è di questo che vorrei parlare un po’ più approfonditamente.

Alla fine di dicembre del 2025 Wu Ming 1 ha pubblicato un lungo articolo, integrato una prima volta e poi completato con altre considerazioni il 7 gennaio 2026. Secondo Wu Ming 1, quando un umano scrive di qualsiasi sensazione fisica, il testo è un significante che punta a una realtà biologica, a qualcosa di provato e di condiviso. Quando un’ia scrive di un mal di denti, invece, sta soltanto mettendo in fila probabilità statistiche. Poi lo scrittore aggiunge un elogio della “fatica nel lavoro di Wu Ming e in generale di chi scrive, partendo dal suono stesso del verbo scrivere”. La sua critica si estende anche alla dinamica estrattiva del capitalismo, ai consumi dei data center e, più in generale alla lotta di classe.

Wu Ming 1 non avalla, invece, tutti i discorsi sull’autorialità (non può farlo, coerentemente con il passato del progetto Luther Blissett e il presente dei Wu Ming) né quelli sul copyright (e infatti tutta l’opera del collettivo Wu Ming è pubblicata con licenza copyleft). Loredana Lipperini, scrittrice e giornalista culturale, aggiunge che “un bel testo non coincide con la letteratura”, ma questa è “corpo nel senso che è fatta di incontri, scambi, liti, amori che precedono e seguono il testo. Per questo la macchina non potrà che limitarsi, nel migliore dei casi, all’imitazione di un frammento del mondo che la letteratura è”.

Consumi e lotta di classe

Partiamo da quel che non è legato strettamente alla letteratura. Il problema dei data center è enorme e non si può far finta di niente. Non si può, però, nemmeno fingere che sia un problema che nasce con le intelligenze artificiali. Il 45 per cento del consumo energetico dei data center è a carico dei server convenzionali, quelli con cui ci scambiamo posta, leggiamo Wu Ming, guardiamo una serie tv o distribuiamo Artificiale.

Il 5 per cento è consumato dai sistemi di archiviazione, un altro 20 per cento è a carico dei sistemi di raffreddamento. Il 10 per cento è un consumo di infrastruttura: generatori per i backup, illuminazione e uffici. Un altro 5 per cento è consumato dai router e dagli interruttori che regolano il traffico dati, interno e esterno. Sottolineare questi consumi non significa ignorare il problema ma ricondurlo a considerazioni più ampie, che richiedono anche di fare confronti e ragionamenti sistemici.

Tutto il settore dell’intrattenimento e dei media, per esempio, consuma il doppio di quanto consumano le ia. È vero che la crescita del settore può far pensare a una crescita dei consumi futura, ma questa narrazione fa comodo, paradossalmente, proprio alle grandi aziende tecnologiche e a quelle energetiche. In realtà si studiano da tempo architetture di ia che consumeranno – o consumano già, come quelle cinesi – molto meno di quelle attuali.

Sulla lotta di classe e contro il capitalismo estrattivo abbiamo già detto tanto. Ribadirei, però, che ci sono molti modi per portare avanti la lotta di classe se abbiamo a che fare con le tecnologie generaliste. Uno di questi modi è sicuramente il rifiuto. Un altro è l’appropriazione: l’azione politica, sociale e culturale per la decentralizzazione delle ia, per la loro “apertura”, perché diventino gratuite, open source e al servizio della società e del bene comune, per la ricerca pubblica e slegata da logiche di profitto.

Veniamo ora alla letteratura: per farlo partirei da Cibernetica e fantasmi, un saggio di Italo Calvino. Era il 1967 e Calvino definiva la letteratura come pratica combinatoria e “artificiale”, non nel senso di “finta” ma nel senso letterale di “fatta”: un lavoro di montaggio e di selezione, di scarto e di riscrittura in cui l’io dell’autore non è il punto di partenza. Per Calvino l’autore troppo celebrato in realtà è un “enfant gâté dell’inconsapevolezza” di cui dovremmo celebrare il funerale “per lasciare il suo posto a un uomo più cosciente, che saprà che l’autore è una macchina e saprà come questa macchina funziona”.

Che fine fa, allora, la letteratura, secondo Calvino? La risposta è sempre contenuta nel saggio: “Anche affidata alla macchina, la letteratura continuerà a essere un luogo privilegiato della coscienza umana […], l’opera continuerà a nascere, a essere giudicata, a essere distrutta o continuamente rinnovata al contatto dell’occhio che legge; ciò che sparirà sarà la figura dell’autore, questo personaggio a cui si continuano ad attribuire funzioni che non gli competono, l’autore come espositore della propria anima alla mostra permanente delle anime, l’autore come utente d’organi sensori e interpretativi più ricettivi della media, l’autore questo personaggio anacronistico, portatore di messaggi, direttore di coscienze, dicitore di conferenze alle società culturali”.

Insomma: l’opera vive, muore, esiste e si rinnova nell’incontro con chi legge e l’autenticità biografica di chi scrive non ha alcuna importanza. Al centro della letteratura, per Calvino, c’è chi legge. Non chi (o cosa) scrive.

E poi ci sono le posizioni di Henry Jenkins, di cui abbiamo già parlato su Artificiale, molto caro proprio ai Wu Ming che hanno scritto la prefazione del suo Cultura convergente (Apogeo 2007). Prima di tutto, per Jenkins, la creatività è sempre stata un processo di appropriazione e di remix dal serbatoio culturale esistente. Per questo rifiuta la retorica delle ia come ladre di arte e vede invece il processo di creazione con le intelligenze artificiali come una forma di campionamento simile a quello musicale.

In una lunga intervista, Jenkins inserisce le ia generative proprio nel solco della cultura partecipativa. Affronta soprattutto il tema delle ia generative di immagini, che ammette di aver usato per prove delle copertine di un suo libro, ma poi generalizza il discorso. Secondo lui, il dibattito attuale sulle ia ricalca quello sulla fotografia alla fine del diciannovesimo secolo, quando si diceva che la fotografia non fosse arte ma un processo meccanico.

Questa nuova fase tecnologica richiede quella che Jenkins definisce una nuova literacy (alfabetizzazione): saper comunicare con la macchina è una competenza concettuale e testuale che richiede la capacità di usare il linguaggio in modo descrittivo. Quel che si produce con le ia è una fusione di creatività (quella umana e quella delle macchine), dove le persone agiscono, fra l’altro, come curatori che affinano e selezionano i risultati migliori.

Infine, Jenkins sottolinea il potenziale inclusivo di queste tecnologie: le ia generative, per esempio, permettono a persone con disabilità di tradurre in immagini vivide ciò che hanno in mente, abbattendo barriere espressive che prima sembravano insormontabili. Per lui, l’intelligenza artificiale è una sorta di macchina fotografica del pensiero che permette a una nuova generazione di persone creative di rimescolare a loro piacimento i frammenti della cultura globale.

Anche se non si è d’accordo con Calvino e con Jenkins, un giro su Archive of our own potrà, se non altro, farci apprezzare le forme varie che può assumere la letteratura nella sua versione partecipativa e arricchire un po’ un dibattito che rischia di perdere di vista proprio chi legge.

Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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