La via giudiziaria alla Fed
L’11 gennaio Jerome Powell, presidente della Federal reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti, ha annunciato che l’istituto è minacciato da un’azione legale del dipartimento della giustizia, scaturita da un progetto di ristrutturazione della sede dell’istituto. In un video pubblicato sul sito della banca centrale, un fatto senza precedenti, Powell ha sostenuto che si tratta di un’altra delle molteplici pressioni esercitate dal presidente statunitense Donald Trump per spingere la Fed ad abbassare di più e in fretta i tassi d’interesse.
Attualmente i tassi di riferimento sono intorno al 4,5 per cento, mentre secondo Trump dovrebbero scendere all’1 o al massimo al 2 per cento. “È solo un pretesto”, ha sottolineato Powell. “La minaccia di un’azione legale nasce dalla volontà della Fed di prendere decisioni di politica monetaria nell’interesse dei cittadini, non del presidente”. Trump accusa la banca centrale di non aver rispettato il budget previsto per la ristrutturazione della sua sede a Washington, denunciando possibili frodi e sostenendo che i costi siano passati da 2,7 a 3,1 miliardi di dollari, cifre che Powell smentisce.
La marcia di Trump sulla Fed registra un salto di qualità. Finora il presidente statunitense si era espresso – com’è nel suo stile – soprattutto in forma di invettive piene di insulti. Trump ha definito Powell stupido, testardo come un mulo, brutta persona, testa vuota, e gli ha affibbiato il nomignolo spregiativo “too late”, troppo tardi: “Jerome, come al solito, sei troppo in ritardo. Sei costato agli Stati Uniti una fortuna e continui a farlo. Dovresti abbassare il costo del denaro di un bel po’. Sono andati in fumo centinaia di miliardi di dollari senza che ci sia inflazione”. Ad agosto, inoltre, Trump ha annunciato il licenziamento “immediato” di Lisa Cook, una delle governatrici della Fed, accusandola di aver falsificato dei documenti per ottenere un mutuo. La sentenza di un tribunale ha permesso a Cook di restare in carica, ma sul suo caso è atteso un pronunciamento della corte suprema.
Un avvertimento
Il nodo della discordia è il costo del denaro. La Casa Bianca vuole tassi molto bassi, soprattutto per poter finanziare agevolmente a debito i suoi piani di politica economica, per esempio l’estensione dei tagli fiscali favorevoli ai più ricchi e alle multinazionali introdotti nel 2017, durante il primo mandato del presidente, e scaduti alla fine del 2025, e l’aumento della spesa per le forze armate e per il controllo dell’immigrazione, in particolare per le espulsioni di massa degli stranieri operate dalla famigerata Immigration and customs enforcement (Ice), protagonista a Minneapolis dell’assassinio a sangue freddo di Renee Nicole Good.
L’Ufficio di bilancio del congresso (Congressional budget office, Cbo), un’agenzia federale che fornisce al congresso studi sui conti pubblici, stima che entro il 2034 le politiche finanziarie della Casa Bianca aggiungeranno al bilancio federale altri 3.300 miliardi di dollari di debiti.
Dopo aver evitato di rispondere agli attacchi, ora il presidente della Fed ha scelto di ribattere con un video. “Qualche volta a chi serve lo stato è richiesta fermezza di fronte alle minacce”, ha detto. “Io continuerò a fare il lavoro per il quale sono stato confermato dal senato con integrità e con l’impegno a servire il popolo americano”.
La sua inedita quanto coraggiosa contrapposizione all’arroganza di Trump non mancherà di avere effetti. La mattina del 12 gennaio, come conseguenza delle tensioni, il prezzo dell’oro e dell’argento, beni rifugio per eccellenza, hanno raggiunto nuovi record a Hong Kong, mentre il dollaro ha registrato un calo sensibile. Molti esponenti della finanza, economisti e vari ex presidenti ed ex governatori della Fed hanno espresso solidarietà a Powell, sottolineando che la sottomissione dell’istituto è una minaccia per la stabilità economica e finanziaria degli Stati Uniti e del mondo in generale.
Magari Trump, scrive il Wall Street Journal, farebbe bene a pensare al budget fuori controllo di certi suoi progetti: per esempio quello della ristrutturazione di un’ala della Casa Bianca, che è passato da duecento a quattrocento milioni di dollari. Ma il suo obiettivo è solo in parte Powell: come osserva il quotidiano finanziario, quest’ultima minaccia è anche un avvertimento per il prossimo presidente della Fed e per chiunque andrà a lavorare all’istituto.
Il mandato dell’attuale presidente, infatti, scadrà a maggio e probabilmente Trump lo sostituirà con un suo fedelissimo, il suo consigliere economico Kevin Hassett o l’ex governatore della Fed Kevin Warsh. Il messaggio è chiaro: se uno dei due dovesse contraddire i diktat di Trump, “riceverà lo stesso trattamento di Powell. Un incentivo potente a ubbidire”.
Trump non baderà certo alle critiche né tantomeno alle leggi pur di ottenere quello che vuole, cioè il controllo assoluto della banca centrale, un passo fondamentale per la costruzione di uno stato autoritario o di “una repubblica delle banane”, come ha detto l’ex presidente della Fed Janet Yellen. Non baderà neanche al fatto che la Fed è un organo che non dipende dal presidente ma prende decisioni in modo collegiale, in particolare attraverso la Federal open market committee, composta dai sette governatori della Fed e da cinque presidenti delle banche regionali (uno fisso, quella della Fed di New York, e gli altri a rotazione). D’altronde nei giorni scorsi, come ha scritto il mio collega Alessio Marchionna, editor di Stati Uniti e curatore della newsletter Americana, il New York Times gli ha chiesto “quali siano secondo lui i limiti del potere americano. Trump ha risposto di non sentirsi vincolato da nessuna legge internazionale, norma o sistema di pesi e contrappesi. Alla domanda su cosa, se mai, potrebbe frenare l’uso della forza militare statunitense, ha risposto: ‘La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi’”.
Una dichiarazione agghiacciante che mi ha fatto tornare in mente una notazione psicologica riportata novant’anni fa a proposito di Benito Mussolini dal giornalista statunitense H. F. Armstrong e citata da Giuseppe Antonio Borgese nel suo saggio Golia. Marcia del fascismo: “La rivolta dell’anarchico aveva finalmente abbattuto le barriere: uno dei fini del fascismo, come era stato espresso da un discepolo nazista e annotato da H. F. Armstrong, apparteneva già al mondo dei fatti compiuti. Il fine era di ‘volere a sangue freddo l’anarchia del mondo morale’. Tutte le autorità avevano ceduto; non vi era nessuno al di sopra di lui”.