Perché lo yuan minaccia l’economia europea
Il 31 gennaio il presidente cinese Xi Jinping si è dichiarato a favore di uno yuan forte come condizione necessaria affinché la valuta svolga un ruolo di primo piano nel sistema monetario internazionale. Lo ha fatto, spiega il Financial Times, in un editoriale uscito su Qiushi, la rivista ideologica del Partito comunista cinese.
Il paese, sostiene Xi, ha bisogno di una “valuta potente” che possa essere “usata diffusamente nel commercio internazionale e nei mercati finanziari e monetari globali, oltre a ottenere lo status di valuta di riserva”. Per raggiungere questi obiettivi, ha aggiunto Xi, la Cina deve dotarsi di “una forte banca centrale”, capace di gestire in modo efficace lo yuan, e in generale di istituzioni finanziarie che possano “attirare capitali da tutto il mondo e influire sulla formazione dei prezzi”.
L’editoriale di Xi, in realtà, è un estratto di un discorso pronunciato dal presidente cinese nel 2024. La sua uscita è stata decisa pochi giorni dopo che un rapporto del dipartimento del tesoro degli Stati Uniti aveva definito lo yuan una moneta “sostanzialmente sottovalutata”, aggiungendo che “è importante che le autorità cinesi permettano al tasso di cambio di rafforzarsi rapidamente e in modo ordinato, in linea con i fondamentali macroeconomici”.
Il botta e risposta tra Washington e Pechino riporta in primo piano quella che il New York Times considera “la più grande distorsione dell’economia globale”. Nel 2025, raggiungendo la quota record di 1.200 miliardi di dollari, la Cina ha registrato il suo maggior surplus commerciale di sempre nonostante i dazi doganali imposti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Osservatori, economisti e politici attribuiscono il risultato a vari vantaggi competitivi del colosso asiatico, ma tra questi c’è sicuramente un tasso di cambio molto favorevole.
Oggi per avere un dollaro ci vogliono circa sette yuan. Vari economisti che conoscono bene la Cina sostengono che “la valuta è troppo debole”, osserva il New York Times. Sheng Songcheng, che quando era un dirigente della banca centrale cinese era una delle pochissime persone ad avere pieno accesso ai dati finanziari del paese, sostiene che per avere la parità di potere d’acquisto tra dollaro e yuan (il cambio grazie al quale merci e servizi hanno lo stesso prezzo di paesi differenti), un dollaro dovrebbe valere cinque o anche quattro yuan”. Secondo altri esperti, anche 3,5.
Tra l’altro se lo yuan dovesse arrivare al valore di cinque nei confronti del dollaro, “la Cina sorpasserebbe gli Stati Uniti diventando la più grande economia mondiale”. Invece Pechino preferisce mantenere basso il cambio per agevolare le esportazioni. Un processo che dura almeno dall’epoca della pandemia di covid-19, quando le autorità procedettero a una serie di svalutazioni sostanziose.
La svalutazione dello yuan è particolarmente evidente e pesante nei confronti dell’euro, scrive Le Monde: contro la moneta unica lo yuan ha perso il 22 per cento dal luglio 2022 e ora si aggira vicino al livello più basso dal 2014. Rispetto al dollaro, l’andamento iniziale è stato lo stesso: un calo del 16 per cento tra il 2022 e il 2023, parzialmente compensato dalla debolezza del biglietto verde da quando Trump è tornato al potere, portando l’attuale calo al 9 per cento”.
L’economia ovviamente ne risente: “Le esportazioni dall’Unione europea verso la Cina hanno subìto un notevole rallentamento, scendendo in media dall’1,5 per cento del pil tra il 2015 e il 2023 a poco più dell’1 per ceno nel 2025; allo stesso tempo le esportazioni cinesi nell’Unione europea sono aumentate vertiginosamente, passando dal 2,25 per cento del pil a quasi il 3 per cento”. Tra i settori più colpiti ci sono le automobili, i beni di lusso, la chimica e le bevande.
Nel caso della Cina si moltiplicano le pressioni politiche semplicemente perché, al contrario del dollaro, dell’euro e di molte altre monete, lo yuan non fluttua liberamente ma è totalmente controllato dallo stato, che ogni mattina alle 9:15 annuncia il tasso di cambio del giorno e in generale controlla strettamente tutti i movimenti valutari. Difficile a questo punto capire come si concili questa gestione della valuta e della finanza in generale con la volontà di Xi Jinping di internazionalizzare lo yuan facendolo diventare un’alternativa al dollaro per attirare capitali da tutto il mondo.
L’obiettivo sembra ancora lontano: lo yuan è diventato la seconda valuta al mondo negli scambi commerciali, ma per quanto riguarda le valute di riserva si deve accontentare di un modesto sesto posto, con l’1,9 per cento rispetto al totale mondiale, ben lontano dal dollaro, leader incontrastato con il 57 per cento, e anche dall’euro, che si attesta sul 20 per cento.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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