Quattro anni di guerra hanno distrutto l’economia russa
In quattro anni l’invasione russa ha provocato danni enormi all’Ucraina. Uno studio recente stima che la ricostruzione del paese potrebbe costare circa 588 miliardi di dollari nel prossimo decennio, ma la conseguenza peggiore, ovviamente, sono le centinaia di migliaia di vittime tra morti e feriti. L’Ucraina, tuttavia, non è l’unica vittima del folle imperialismo di Vladimir Putin. La guerra scatenata dal capo del Cremlino ha messo in ginocchio anche la Russia, che paga un tributo enorme in termini di vite spezzate e si ritrova con un’economia sull’orlo del collasso. Dopo il febbraio del 2022 a più riprese era stato previsto che le sanzioni occidentali avrebbero messo in ginocchio il paese. In realtà in questi anni c’è stata una tenuta complessiva del pil, soprattutto perché il Cremlino ha rapidamente trasformato il sistema in un’economia di guerra.
Come spiegava Konstantin Sonin, un economista russo che vive negli Stati Uniti, in un articolo del quotidiano Novaya Gazeta tradotto da Internazionale, “la crescita del pil russo di cui si parla spesso è una finzione statistica. Il pil e il pil pro capite hanno valore se considerati in rapporto agli indicatori della qualità della vita, come il tempo libero e quello trascorso con i figli, dedicato allo sport e ai viaggi, oppure la frequenza con cui si cambia auto o si comprano accessori e vestiti. In tempi normali la crescita del pil pro capite indica effettivamente l’aumento del benessere delle persone; in tempo di guerra il pil può crescere, ma il tenore di vita no”.
Nell’economia di guerra russa il sistema si è concentrato sulla produzione di materiale bellico e sul finanziamento delle truppe. Tuttavia, scriveva Sonin, “i carri armati che bruciano vicino ad Avdiivka, in Ucraina, o i missili che bombardano le città ucraine rientrano nel pil, ma non migliorano le condizioni della popolazione russa. Se al loro posto fossero prodotti computer o automobili o fossero garantiti servizi al cittadino, migliorerebbero sia il pil sia la qualità della vita”.
I problemi cominciano a essere evidenti. “Nel 2023 e nel 2024”, scrive la rivista francese Mediapart, il pil “ha superato il 4 per cento. Nel 2025, invece, la crescita annuale è scesa all’1 per cento. E si prevede che questa tendenza continui, visto che secondo la banca centrale nel 2026 la crescita si attesterà tra lo 0,5 e l’1,5 per cento”. I russi soffrono soprattutto il costante aumento dell’inflazione. Alcuni alimenti di base hanno registrato un’impennata: a gennaio, per esempio, il prezzo dei cetrioli è cresciuto del 42 per cento; negli ultimi due anni il prezzo delle patate è salito del 167 per cento e quello del latte del 59 per cento.
Su tutti i prodotti pesano anche gli aumenti delle tasse, in particolare quello dell’iva, passata dal 20 al 22 per cento dal 1 gennaio 2026. “La decisione”, osserva Mediapart, “è stata presa per sostenere le finanze pubbliche in difficoltà. Nel 2025 il deficit di bilancio ha raggiunto i 5.700 miliardi di rubli (66 miliardi di euro), pari al 2,6 per cento del pil, il livello più alto dal 2020. Quasi il 40 per cento del bilancio statale è destinato alla spesa militare, mentre le entrate provenienti dal petrolio e dal gas sono scese al livello più basso degli ultimi sei anni”.
Il gettito fiscale assicurato dalle aziende è diminuito del 9 per cento a livello nazionale e del 30-40 per cento in alcune regioni. Le più colpite sono le aree industriali orientate all’esportazione, messe in crisi da problemi logistici e di trasporto e da difficoltà nelle vendite. L’eccesso di fondi pubblici destinato allo sforzo bellico è compensato con i tagli a molti servizi essenziali, come la sanità e l’istruzione, alle infrastrutture e all’edilizia abitativa. La situazione non è destinata a migliorare, visto che a settembre è prevista l’introduzione di una tassa tecnologica su smartphone, computer e dispositivi elettronici, mentre già nel 2025 l’aliquota standard dell’imposta sugli utili societari è passata dal 20 al 25 per cento.
Molti dei soldi spesi da Putin nella sua guerra non servono solo a procurare bombe, carri armati e droni, ma anche e soprattutto carne da cannone per il fronte. In questi anni il Cremlino ha dato vita a quella che Vladislav Inozemcev, direttore del Centro di ricerca sulle società postindustriali con sede a Mosca, ha definito una vera e propria “economia della morte”. Somme enormi vengono impiegate per attirare al fronte persone che hanno bisogno di soldi e di riscatto sociale, come i detenuti, le persone sommerse dai debiti e in generale chiunque viva ai margini della società russa. Putin, spiega Inozemcev, “compra la vita di russi che non hanno praticamente alcuna forza economica e gli dà cifre che da soli non potrebbero mai mettere insieme. Una politica che in questi anni ha permesso di iniettare soldi nell’economia, ha fatto aumentare i salari e ha favorito i consumi”.
Le conseguenze si fanno sentire nelle regioni più remote del paese. In uno studio della banca centrale finlandese realizzato nel 2024 l’economista Laura Solanko ha notato che dalla fine dell’estate del 2022, quindi pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i depositi in banca di molti cittadini sono aumentati in modo esponenziale, anche nelle zone più povere del paese. Un esempio eclatante è la Repubblica popolare di Tuva, nella Siberia meridionale, vicino al confine con la Mongolia: il reddito medio di questa provincia è di 54mila rubli (circa 540 euro), il 28 per cento della popolazione lavora incassando al massimo il salario minimo, eppure tra il 2023 e il 2024 i depositi bancari privati sono cresciuti del 53 per cento. Dinamiche simili sono state riscontrate anche in Cecenia (+30 per cento) e in Buriazia (+33 per cento).
Crepe profonde
Secondo Solanko, questa crescita non si spiega solo con l’aumento dei salari causato dalla carenza di manodopera e con il boom dei settori legati alle operazioni belliche. Dietro ci sono i pagamenti del Cremlino alle famiglie dei soldati inviati in Ucraina: chi si arruola spontaneamente nell’esercito incassa subito un premio di settecentomila rubli, circa settemila euro, una somma pari a tredici volte lo stipendio medio mensile di Tuva nel 2022. Le famiglie dei caduti ricevono fino a cinque milioni di rubli, pari a circa cinquantamila euro. E in posti come Tuva la quota di giovani reclutati per la guerra in Ucraina è particolarmente alta.
Il sistema mostra delle crepe profonde. Il numero di nuove reclute ormai non riesce più a compensare i caduti in Ucraina. Tant’è vero che da tempo il Cremlino ha cominciato a cercare la sua carne da cannone all’estero – nelle zone del pianeta più povere, dalla Corea del Nord fino a vari paesi africani – spesso usando metodi fraudolenti (chi vuole approfondire può leggere questo articolo pubblicato da Internazionale). In tutto questo fa concorrenza alle aziende russe che, a corto di personale a causa dell’esplosione del settore bellico e del reclutamento di molti cittadini, rimediano alla carenza di personale rivolgendosi soprattutto alla manodopera proveniente dall’Asia.
Il danno maggiore, però, è l’enorme perdita di giovani vite umane in un paese che già da anni è alle prese con un gravissimo declino demografico. Una vera e propria ipoteca sul futuro della Russia, che prima o poi dovrà fare i conti con il crollo dell’economia di guerra di Putin. Mosca, per di più, vede assottigliare le proprie risorse a causa del calo del prezzo del petrolio: il fondo sovrano da ottocento miliardi di dollari messo insieme con i proventi energetici è ormai agli sgoccioli.
Il conto sarà pesantissimo. Come scrive Sonin, “a guerra finita, i posti di lavoro creati all’interno e intorno al settore militare-industriale dovranno essere eliminati. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, in cui il complesso militare era alimentato in modo sproporzionato, milioni di persone restarono senza lavoro, perché tutta quella produzione non necessaria non poteva più essere mantenuta. Succederà la stessa cosa anche dopo la fine della guerra in Ucraina: le aziende che oggi sono in crescita diventeranno fabbriche di disoccupazione”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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