Sette mesi dopo il suo inizio, il mito dell’“operazione militare speciale” in Ucraina è finito. Il 21 settembre Vladimir Putin ha compiuto un passo decisivo ordinando la mobilitazione dei cittadini per il fronte ucraino, dove le forze russe sono in difficoltà da settimane. “Il decreto è stato firmato, la procedura comincia oggi”, ha dichiarato il presidente russo in un raro discorso televisivo alla nazione, in cui ha nuovamente agitato la minaccia nu­cleare.

Consapevole della natura politicamente esplosiva della sua decisione, Putin ha insistito sul fatto che la mobilitazione sarà “parziale”. La chiamata riguarderà solo i riservisti, “quelli che hanno già prestato servizio e hanno un’esperienza militare”, ha precisato. Pochi minuti dopo, il ministro della difesa Sergej Šojgu ha comunicato un dato preciso: a essere chiamati alle armi saranno trecentomila cittadini di età inferiore a 65 anni.

Questa inversione di rotta era stata preparata il 19 settembre con l’approvazione di una legge che per la prima volta parla di “mobilitazione” e prevede fino a tre anni di carcere per i riservisti che dovessero rifiutarsi di rispondere alla convocazione.

Dopo aver ripetuto per mesi che “l’operazione speciale” in Ucraina stava andando “secondo i piani”, Putin non ha comunque ammesso il minimo fallimento militare. Ha solo insistito sul coinvolgimento dell’occidente nel conflitto: “Su un fronte lungo più di mille chilometri, il nostro esercito non affronta solo le formazioni neonaziste, ma l’intera macchina da guerra occidentale”, ha sottolineato il presidente russo, illustrando nel dettaglio l’impiego di armi e uomini.

Putin ha ribadito che l’obiettivo dell’occidente è “distruggere” la Russia, un concetto che ripete incessantemente da anni. Secondo lui “Londra, Washington e Bruxelles spingono Kiev a portare le operazioni militari sul territorio russo”, e ancora prima dell’inizio del conflitto avevano intenzione di attaccare la Russia. Come a voler sostenere queste affermazioni, Šojgu ha fornito per la prima volta dal mese di marzo un bilancio delle vittime tra le forze armate russe: 5.937 morti, un numero che tuttavia appare inferiore a quello dei necrologi e degli annunci pubblicati. I morti tra i soldati ucraini sarebbero più di sessantamila.

Subito dopo questi annunci, diversi governatori hanno comunicato che nelle loro regioni saranno allestite le strutture necessarie per gestire la mobilitazione. Il decreto presidenziale è piuttosto vago e ordina a ogni governo regionale di rispettare le quote stabilite dal ministero della difesa. L’obiettivo finale è riempire i ranghi dell’esercito, dato che la mancanza di militari è stata uno dei motivi della sconfitta subita dalle forze russe nella regione di Charkiv, all’inizio di settembre.

Voto improvvisato

L’escalation annunciata sul piano militare è solo un aspetto della manovra con cui il Cremlino intende riprendere l’iniziativa dopo questa disfatta. Il 19 settembre le autorità filorusse delle regioni di Luhansk, Donetsk, Zaporižžja e Cherson, occupate da Mosca, hanno annunciato dei referendum sull’adesione alla Federazione russa.

Queste consultazioni, pianificate d’urgenza, dovrebbero svolgersi dal 23 al 27 settembre, ovvero con tempi ancora più stretti rispetto al voto sull’adesione della Crimea a marzo del 2014.

“Il popolo del Donbass soffre da molto tempo e merita di far parte del grande paese che ha sempre considerato come la sua patria”, ha scritto su Telegram il leader della Repubblica popolare di Donetsk (uno dei territori secessionisti filorussi), Denis Pušilin. Gli altri capi dei territori controllati da Mosca hanno rilasciato dichiarazioni simili, senza però spiegare i motivi di tanta fretta. A conferma dell’improvvisazione, le autorità di Donetsk hanno inizialmente parlato di un voto elettronico, per poi fare marcia indietro. Niente è stato detto su come potranno partecipare i milioni di cittadini ucraini costretti a fuggire da quei territori, soprattutto negli ultimi mesi. La commissione elettorale russa ha invece fatto sapere che aprirà alcuni seggi per consentire il voto dei residenti che si sono rifugiati in Russia.

Nel discorso del 21 settembre Putin ha promesso di sostenere questa iniziativa, impegnandosi a “garantire la sicurezza” delle operazioni di voto e soprattutto a “prendere atto del risultato”. Nonostante le esplosioni di giubilo dei commentatori fedeli al Cremlino, la paura di un fallimento è reale. Preannunciati da tempo, i referendum avrebbero dovuto svolgersi solo quando i territori in questione fossero stati interamente “liberati”. Invece l’esercito russo non è riuscito a conquistare nemmeno la totalità della regione di Donetsk, obiettivo prioritario dell’“operazione speciale” in Ucraina, e questo ha provocato diversi rinvii del voto sull’annessione.

Ora è la ritirata delle forze russe a dettare i tempi. Il 19 settembre la “camera civile” della Repubblica popolare di Luhansk (altro territorio secessionista) è stata la prima a chiedere l’organizzazione d’urgenza di un referendum, proprio nel giorno in cui le truppe ucraine avevano riconquistato, per la prima volta dalla primavera scorsa, una località della regione, Bilohorivka.

Kiev ha già fatto sapere che l’annessione non fermerà la sua offensiva in corso su diversi fronti. Per quanto riguarda la credibilità del referendum all’estero, sarà ancora minore di quella delle consultazioni organizzate nel 2014 in Crimea (adesione alla federazione russa) e nel Donbass (indipendenza dall’Ucraina).

La carta nucleare

Eppure l’annuncio dei referendum è tutt’altro che insignificante. Il risultato che tutti si aspettano – la vittoria del sì all’adesione – va letto alla luce della promessa di Putin, rinnovata il 21 settembre, di “difendere l’integrità territoriale della Russia”. Il corollario di questa escalation senza precedenti è il rilancio della minaccia nucleare, ventilata da Mosca all’inizio del conflitto e successivamente accantonata. In teoria il Cremlino potrebbe presentare come legittimo l’impiego di armi atomiche per difendere i nuovi territori russi, attaccati dall’Ucraina con il sostegno degli occidentali.

Il 21 settembre Putin si è soffermato a lungo su questo punto. Dopo aver garantito che “alcuni leader dei paesi Nato hanno parlato della possibilità di usare armi di distruzioni di massa, armi nucleari, contro la Russia”, ha lanciato un avvertimento: “Se l’integrità territoriale del nostro paese dovesse essere minacciata, useremo sicuramente tutti i mezzi a nostra disposizione per proteggere la Russia e il nostro popolo. Non è un bluff. Quelli che vorrebbero ricattarci con le armi nucleari dovrebbero sapere che il vento può girare verso di loro”.

I falchi del regime russo chiedevano da settimane una svolta di questo tipo: un’escalation sul piano militare e diplomatico, e un ultimatum all’occidente. Dopo l’annuncio dei referendum nelle regioni filorusse, la direttrice dell’emittente Rt Margarita Simonyan ha esultato: “A giudicare da quello che sta succedendo e sta per succedere, questa settimana segnerà la vigilia della nostra vittoria imminente o la vigilia di una guerra nucleare”. Dopo questa previsione apocalittica Simonyan ha usato un’altra espressione presa dal gergo del poker che significa giocarsi il tutto per tutto: “È un all-in”. ◆ as

Fonte: Institute for the study of war

Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati