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La guerra in Iran fa tremare la finanza degli Emirati

Il distretto finanziario di Dubai, Emirati Arabi Uniti, 3 marzo 2026  (Anadolu/Getty Images)

Molte grandi banche hanno permesso ai loro dipendenti negli Emirati Arabi Uniti di lasciare temporaneamente il paese mediorientale e lavorare da remoto finché continuano gli attacchi iraniani. Tra gli istituti coinvolti ci sono i colossi statunitensi Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup, ma anche la società di consulenza McKinsey, che ha affittato un volo per spostare il personale in Turchia. Il 10 marzo l’azienda petrolifera Adnoc, controllata dall’emirato di Abu Dhabi, ha chiuso la raffineria di Ruwais dopo che un attacco di droni iraniani ha provocato un incendio nell’impianto.

La guerra tuttavia non è un duro colpo solo per il settore energetico degli Emirati; soffre anche la finanza, l’altro pilastro dell’economia nazionale. Negli ultimi anni il paese ha attirato banche, fondi d’investimento e società di consulenza internazionali con l’obiettivo di costruire un polo finanziario alternativo a quelli storici, come New York e Londra. Ora il conflitto esploso in Iran e soprattutto la risposta di Teheran, che di fatto sta cercando di coinvolgere nella crisi tutti gli stati dell’area per fare pressione sugli Stati Uniti, rischiano di rovinare questi progetti ambiziosi.

Il sistema, racconta una recente inchiesta di Bloomberg, si basa su tre fondi sovrani: l’Abu Dhabi investment authority (Adia, mille miliardi di dollari gestiti), Mubadala (330 miliardi) e Adq (263 miliardi), che sono dietro a centinaia di accordi con cui gli Emirati hanno investito i soldi provenienti dagli idrocarburi per diversificare l’economia nazionale. Nel distretto finanziario di Abu Dhabi i tre fondi sovrani e altre società finanziarie gestiscono più di duemila miliardi di dollari, “una cifra più grande dei pil della Svizzera e dei Paesi Bassi messi insieme”. Gli investimenti arrivano in tutti i settori e in tutto il mondo: la Mgx, per esempio, ha iniettato cento miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale; la Xrg ha 151 miliardi nel settore dell’energia; la Lunate gestisce circa 115 miliardi, che le hanno permesso di comprare partecipazioni in grandi aziende quotate a Wall street e in realtà promettenti come la OpenAi.

In questo modo gli Emirati Arabi Uniti sono diventati un colosso della finanza globale. Manager del calibro di Larry Fink, amministratore delegato della BlackRock, uno dei più grandi fondi d’investimento del mondo, si fa vedere regolarmente ad Abu Dhabi. Ogni anno tutti i grandi nomi di Wall street passano all’Abu Dhabi finance week in cerca di affari da concludere o di miliardari a cui offrire i loro servizi.

Ormai città come Abu Dhabi e Dubai sono dei centri pienamente globalizzati: il 90 per cento delle persone che ci vivono è di origine straniera. Il fondo d’investimento Brevan Howard, fondato nel 2002 dall’inglese Alan Howard e dai colleghi Jean-Philippe Blochet, Chris Rokos, James Vernon e Trifon Natsis, provenienti dall’istituto di credito svizzero Credit Suisse, dopo tanti anni passati tra Wall street, la city di Londra e Ginevra oggi gestisce dieci miliardi di dollari negli Emirati, molto più di quanto l’azienda ha mai raccolto in Europa e negli Stati Uniti.

Secondo il Boston Consulting Group, nel 2024 gli Emirati hanno attirato capitali stranieri per settecento miliardi di dollari confermandosi una delle piazze finanziarie in maggiore ascesa. Nella sola Dubai sono attivi family office (aziende finanziarie che gestiscono il patrimonio di singole famiglie) che controllano più di 1.200 miliardi di dollari. Alla fine del 2025 il distretto finanziario della città ospitava quasi trecento banche e più di cento hedge fund. L’anno scorso la JPMorgan Chase, la più grande banca statunitense, ha rafforzato la sua filiale di Dubai trasferendovi dei dipendenti da quella di Londra.

Ora il pericolo è che la guerra rovini l’idea degli Emirati di affermarsi come un posto tranquillo e sicuro per i soldi, una sorta di “Svizzera del Medio Oriente” dove si sta al sole e si pagano pochissime tasse. Come racconta Bloomberg, “molte delle famiglie asiatiche più ricche stanno riflettendo sui loro investimenti a Dubai.

Ogni giorno i consulenti finanziari ricevono telefonate di clienti che chiedono di rimandare il loro trasferimento negli Emirati o cercano un modo per lasciare il paese e andare in posti più sicuri”, per esempio a Singapore. Intanto il 2 marzo, dopo l’inizio degli attacchi iraniani, il presidente Mohammed bin ​Zayed al Nahyan si è fatto vedere in giro cenando nel principale centro commerciale di Dubai: il suo obiettivo era fare il possibile per rassicurare le persone. Poi in un intervento in tv ha ammesso che gli Emirati Arabi Uniti “sono in guerra”, ma ha mandato un avvertimento a Teheran: “Abbiamo la pelle dura e la carne amara: non siamo una preda facile”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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