Nelle prime ore del 28 febbraio 2026, mentre era in volo da New York a Oslo, il presidente dell’azienda petrolifera norvegese Dno ha ordinato di chiudere i pozzi di petrolio in Iraq. Gli Stati Uniti e Israele avevano appena attaccato l’Iran, e Bijan Mossavar-Rahmani non voleva correre rischi. Già in estate un drone aveva colpito i giacimenti della Dno nel Kurdistan iracheno. Quando Mossavar-Rahmani è atterrato a Oslo, i pozzi si erano fermati. È stata la prima interruzione della produzione di petrolio causata dalla guerra.

Intanto nei gruppi WhatsApp del settore petrolifero si era diffusa la registrazione in cui un capitano della marina iraniana invitava le navi a non attraversare lo stretto di Hormuz. A quel punto il traffico si è ridotto al minimo. Lo scenario apocalittico che secondo diversi analisti non si sarebbe mai materializzato, stava diventando realtà. Non potendo spedire il greggio verso i mercati mondiali, produttori più grandi della Dno hanno cominciato a non avere più spazio per lo stoccaggio. In Iraq la produzione si è ridotta di più di due terzi e in poco tempo anche le cisterne del Kuwait si sono riempite. L’8 marzo i prezzi del petrolio statunitense hanno superato i cento dollari al barile per la prima volta dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. “In tutta la storia dello stretto, il passaggio non era mai stato bloccato”, spiega Natasha Kaneva, analista della JPMorgan Chase. “Non era solo l’ipotesi più pessimistica, ma uno scenario imponderabile”.

Il 7 marzo l’Abu Dhabi National Oil ha comunicato che avrebbe rallentato la produzione in modo da non riempire le navi cisterna oltre il limite. Secondo le stime di Kaneva, la chiusura prolungata dello stretto potrebbe far scendere la produzione giornaliera nella regione di quattro milioni di barili e arrivare a nove milioni, cioè a un decimo della domanda globale, alla fine di marzo. A poco più di una settimana dall’inizio della guerra in Iran, scatenata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’economia mondiale vive la più grave alterazione dei mercati energetici dagli anni settanta. La crisi ha provocato rapidamente un aumento del prezzo della benzina e del diesel, oltre al rialzo dei tassi d’interesse sui mutui e dei costi di finanziamento per il governo statunitense.

Certo, questa volta Washington può contare su una maggiore capacità di assorbire l’onda d’urto. Oggi il petrolio rappresenta una componente molto ridotta del pil. Inoltre il paese è diventato uno dei primi esportatori di energia del mondo. Detto questo, l’impatto della guerra si farà comunque sentire, soprattutto in Europa e in Asia. Per decenni l’esercito statunitense e i suoi alleati hanno speso miliardi di dollari per assicurarsi che lo stretto di Hormuz restasse aperto. Largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto e costeggiato a nordest da un nemico giurato dell’occidente, il canale tra l’Oman e l’Iran è una sorta di autostrada da cui passa un quinto della fornitura globale di petrolio e gas naturale liquefatto. Passa da lì inoltre una quantità enorme di fertilizzante. Le poche navi che hanno superato lo stretto dall’inizio della guerra trasportavano soprattutto petrolio iraniano. Gli operatori del settore assicurano che il prezzo del greggio potrebbe salire ancora se lo stretto non dovesse essere riaperto grazie all’invio di una scorta navale della marina statunitense o alla percezione che il rischio per gli armatori sia diminuito.

La chiusura ha un impatto anche sul mercato delle materie prime. Il prezzo dell’alluminio, per esempio, ha raggiunto un record storico dopo che le fonderie della penisola arabica si sono appellate alla force majeure, una clausola che solleva i fornitori dalle responsabilità per le mancate consegne. La Norsk Hydro, la cui produzione in Qatar è stata limitata dopo l’avvio delle ostilità, ha dichiarato che prima di una ripresa piena dell’attività potrebbero passare sei o addirittura dodici mesi. “Siamo davanti alla più grande crisi nella storia in termini di produzione quotidiana di petrolio”, dice lo storico dell’energia Daniel Yergin. “Se questa situazione andrà avanti ancora per settimane, avrà effetti pesanti sull’economia globale”. È precisamente quello che vuole l’Iran, aggiunge Yergin. L’attacco contro le strutture petrolifere e le navi è un tentativo disperato di rendere la guerra così dannosa per gli statunitensi e per i loro alleati da convincere Trump a fare un passo indietro.

Le riserve cinesi

Gli analisti temono che il governo di Teheran, per quanto indebolito, possa mantenere chiuso lo stretto di Hormuz usando missili e droni. All’inizio di marzo il prezzo dei futures sul greggio statunitense è aumentato del 36 per cento, il rialzo più forte dalla creazione del mercato, nel 1983. Il 6 marzo la richiesta di Trump di una resa senza condizioni ha spazzato via la speranza di Wall street di ottenere un accordo di pace con l’Iran. Il risultato è stato il più consistente aumento dei prezzi in un solo giorno dopo il crollo del 2020 causato dalla pandemia di covid-19. Quando i mercati hanno riaperto, la sera dell’8 marzo in Asia, c’è stato un ulteriore aumento del 20 per cento.

Lo stretto non è ufficialmente chiuso né materialmente bloccato, dunque un numero ridotto di imbarcazioni riesce ad attraversarlo, spesso trasportando petrolio iraniano. Eppure l’8 marzo più di mille navi erano in attesa di passare, perché gli armatori e gli equipaggi avevano paura di nuovi attacchi come quelli che nei giorni precedenti avevano colpito nove navi, uccidendo una persona. Gli operatori temono che s’intensifichino gli attacchi contro le infrastrutture energetiche. Fonti ufficiali riferiscono che il 7 marzo l’Arabia Saudita ha intercettato un drone diretto verso un giacimento sul proprio territorio, verosimilmente partito dall’Iran. Fonti israeliane hanno affermato che tra il 7 e l’8 marzo l’esercito di Tel Aviv ha colpito diverse cisterne di greggio in Iran.

Nel corso degli anni è successo spesso che l’economia mondiale fosse scossa dal caos nella regione. Secondo Jorge León, analista della Rystad Energy, la crisi peggiore fu senza dubbio quella dell’embargo imposto dai produttori arabi nel 1973 in risposta al sostegno statunitense a Israele nella guerra dello Yom Kippur. All’epoca, nel giro di tre mesi i prezzi del petrolio si quadruplicarono. Cinque anni dopo, l’Iran fu al centro di un’altra crisi quando la produzione del greggio del paese precipitò in seguito alla rivoluzione islamica. I prezzi del petrolio raddoppiarono, alimentando una recessione negli Stati Uniti e segnando la fine della presidenza di Jimmy Carter, del Partito democratico. Nel 1987, quando la guerra tra Iraq e Iran mise in pericolo il flusso di petrolio, gli Stati Uniti inviarono una scorta per proteggere le navi che attraversavano il golfo Persico.

In Asia occidentale si produce circa un terzo del petrolio globale, più o meno la stessa percentuale dell’inizio degli anni settanta. Ma oggi i mercati sono più flessibili, con meno contratti a lungo termine e operatori più capaci di vendere i carichi ai compratori che ne hanno più bisogno. La Cina ha riserve colossali, sufficienti per coprire duecento giorni di mancate importazioni nel caso in cui i prezzi del greggio si avvicinino ai 150 dollari al barile, come prevedono alcuni analisti di Wall street. L’Arabia Saudita ha costruito un oleodotto lungo la sua costa occidentale, già attivato per dirottare parte delle vendite attraverso il mar Rosso.

Teheran, Iran, 4 marzo 2026 (Arash Khamooshi, The New York Times/Contrasto)

Ma in altre aree dell’Asia, continente che importa circa l’80 per cento del petrolio che passa per il golfo Persico, molti
paesi sono più vulnerabili. Negli ultimi giorni la giunta militare che governa la Birmania ha introdotto un sistema di razionamento per le automobili, mentre la Thailandia ha sospeso parte delle esportazioni di carburante. Le Filippine hanno invitato i dipendenti statali a spegnere i computer nella pausa pranzo e a impostare l’aria condizionata massimo a 23 gradi.

Nelle settimane che hanno preceduto la guerra un certo senso di sicurezza si era diffuso nel mercato. Alcuni funzionari degli stati arabi rivelano che i produttori del Golfo avevano ricevuto dal governo statunitense la garanzia che una rappresaglia dell’Iran sul loro territorio, se mai fosse avvenuta, si sarebbe limitata alle basi statunitensi. L’Iran, dicevano, non avrebbe mai colpito le infrastrutture energetiche né tentato di chiudere lo stretto di Hormuz, che era rimasto aperto a giugno, durante i dodici giorni in cui Israele e gli Stati Uniti avevano bombardato il paese.

Ma gli stati del Golfo hanno comunque cominciato a prepararsi al peggio. L’Arabia Saudita ha rafforzato le misure di sicurezza lungo l’oleodotto del mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto lo stesso con quello che aggira lo stretto di Hormuz per raggiungere Fujairah, un porto nel golfo dell’Oman. Il Kuwait ha aumentato la produzione per immettere la quantità massima di petrolio nel mercato fino a quando ne avesse avuto la possibilità.

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, all’inizio molti funzionari erano convinti che il conflitto non sarebbe stato diverso dai precedenti. Il 1 marzo, dopo i primi attacchi, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) ha deciso di aumentare la produzione, ma i funzionari presenti non hanno parlato dell’Iran. “Non pensavamo che Teheran prendesse di mira l’intero Golfo e distruggesse i rapporti con i nostri paesi”, racconta un alto funzionario saudita.

L’umore è cambiato radicalmente quando è diventato chiaro che lo stretto sarebbe stato impraticabile per le navi mercantili. Il Kuwait ha dovuto affrontare il problema di cosa fare con tutto il suo petrolio. Dato che gran parte della produzione avviene in strutture lungo la costa destinate all’esportazione, l’emirato non si è mai preoccupato di investire nelle capacità di stoccaggio, sottolineano le fonti. Quando non c’è spazio sufficiente per immagazzinare il petrolio, i produttori devono chiudere i pozzi. Ma, a differenza di quello che succede con un normale rubinetto, riattivare un pozzo non è facile. Alcuni pozzi, dopo essere stati chiusi, non torneranno più al flusso originale. Inoltre l’oleodotto costruito in Arabia Saudita non è sufficiente per gestire la produzione del paese né quella degli stati vicini.

Chi esporta più energia
Saldo tra importazione ed esportazione di energia, 2024, % del pil (financial times/capital economics)

La dipendenza dal Qatar

Una delle differenze tra la crisi attuale e quelle del passato è data dall’ascesa del Qatar come gigante dell’esportazione di gas naturale liquido. Negli ultimi vent’anni l’Europa e l’Asia si sono allontanate dal petrolio e dal carbone per privilegiare il gas, ma in questo modo hanno creato un’altra dipendenza, evidenziata brutalmente in questi giorni dalla decisione di Doha di fermare la produzione dopo che l’Iran ha lanciato dei droni contro il complesso di Ras Laffan.

La crisi ha privato il mercato globale di un quinto della fornitura di gas naturale liquefatto. In Europa i prezzi sono saliti vertiginosamente, e l’aumento è stato ancora più drammatico in Asia. È partita un’asta per il carico delle navi cisterna che si trovavano in mare aperto: all’inizio di marzo la Clean Mistral stava navigando verso la Spagna dagli Stati Uniti quando ha invertito la rotta dirigendosi in Asia. Altre navi hanno seguito il suo esempio.

L’economia globale ha strumenti per adeguarsi alle crisi. Secondo Ross Wyeno, analista della S&P Global, il primo compratore del gas qatariota, la Cina, può affidarsi al carbone nel caso in cui il prezzo del gas cresca eccessivamente. La Corea del Sud ha costruito strutture per lo stoccaggio nel corso dell’inverno, anche se la sua industria dei semiconduttori potrebbe risentire dell’improvvisa carenza di elio, un sottoprodotto del gas naturale. Invece paesi come Taiwan, India, Pakistan e Bangladesh sono più esposti: qui Wyeno prevede un calo della domanda e un’asta al rialzo per accaparrarsi i carichi diretti verso l’Europa. In Pakistan, anche a causa dei termini dei prestiti contratti con il Fondo monetario internazionale, le bollette dell’energia potrebbero impennarsi.

Quando poi lo stretto di Hormuz dovesse riaprire, la produzione del Qatar non tornerebbe comunque subito ai livelli precedenti. Il meccanismo di liquefazione del gas ha bisogno di settimane per tornare in funzione. In India le aziende con un alto consumo di gas, come i produttori di fertilizzanti, potrebbero essere costrette a ridurre l’attività, mettendo a rischio i raccolti in un paese dove la malnutrizione è già un fenomeno grave. Il governo ha ordinato alle raffinerie di petrolio di produrre combustibile per cucinare.

Gli Stati Uniti sono al riparo grazie alla loro abbondante produzione interna di energia. Tuttavia i mercati del petrolio sono globali, quindi i prezzi della benzina dovrebbero continuare ad aumentare, colpendo anche i consumatori statunitensi. Le compagnie aeree hanno comunicato che un rincaro ulteriore del carburante per gli aerei ricadrebbe sui prezzi dei biglietti. L’effetto domino si è fatto sentire anche in altri settori. I tentativi dell’amministrazione Trump di ridurre l’impatto della crisi, per esempio, rischiano di far saltare la manovra per isolare l’industria petrolifera russa. Il dipartimento del tesoro ha allentato le sanzioni nei confronti del greggio russo per concedere all’India un’alternativa al petrolio bloccato nel golfo Persico. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati