Dalle cabriolet alle munizioni
Nei giorni scorsi ha fatto discutere la notizia che la Volkswagen vorrebbe usare uno dei suoi impianti tedeschi per fabbricare armi e salvare così 2.300 posti di lavoro. Il Financial Times ha riferito che il gruppo tedesco è in trattative con l’azienda israeliana Rafael Advanced Defence Systems per costruire componenti per il sistema di difesa antimissilistico Iron dome. La fabbrica prescelta è quella di Osnabrück, nel Land della Bassa Sassonia, dove tutt’ora si produce il suv T-Roc Cabrio. L’impianto è destinato alla chiusura nell’autunno del 2027, come prevede il piano di ristrutturazione della casa automobilistica, che ha deciso di tagliare 35mila posti di lavoro entro il 2035.
La Volkswagen non è un caso isolato. Secondo il Wall Street Journal, il governo statunitense si è rivolto a gruppi come General Motors e Ford per rafforzare la produzione di armi. In Europa, intanto, il 30 marzo la Renault ha confermato di essere al lavoro su un drone terrestre a uso militare e civile: il progetto sarà sviluppato con la belga John Cockerill, proprietaria del costruttore di veicoli militari Arquus. A febbraio, invece, il gruppo francese aveva annunciato la creazione di Chorus, una joint venture con la Turgis et Gaillard: saranno prodotti droni nello stabilimento di Le Mans.
Nel settore europeo dell’auto si fa strada l’idea che la produzione di armi sia una delle soluzioni migliori per compensare le enormi difficoltà generate dalle condizioni poco favorevoli del mercato mondiale, in particolare dall’agguerrita concorrenza cinese. Tutto questo succede in un periodo in cui l’Unione europea, rimasta orfana della tradizionale protezione militare degli Stati Uniti e lasciata sola di fronte alla minaccia della Russia (Donald Trump ripete ormai ogni giorno di voler uscire dalla Nato), ha deciso di armarsi in proprio, lanciando un piano d’investimenti da centinaia di miliardi di euro.
Sono coinvolti anche nomi decisamente meno famosi della Volkswagen e della Renault, ma altrettanto importanti. Bloomberg racconta quello che succede in Slovacchia, il paese che insieme alla Repubblica Ceca detiene il record di “maggior produttore mondiale di auto pro capite” e che ora si sta trasformando in una potenza delle munizioni. Al centro della svolta c’è la Zvs Holding, un’azienda che in passato faceva parte del gruppo Skoda ma che dal 2015 è controllata dal Czechoslovak Group (Csg), che spazia dal settore delle auto e dei treni fino a quello della difesa. L’affare è guidato dal miliardario ceco Michal Strnad, padrone della Csg, e dal ministro della difesa slovacco Robert Kalinak. “Mentre l’Europa è alle prese con una grave crisi economica”, ha dichiarato Kalinak, “il settore della difesa è una delle poche opportunità rimaste per sostenere la nostra economia. Mi piace l’idea di avere un altro ‘pilastro’ per l’industria slovacca, in grado di garantirci trent’anni di prosperità”.
Intorno al 2020 la Csg aveva deciso di concentrarsi sulla produzione di munizioni di grosso calibro. Oggi la Slovacchia ne produce centinaia di migliaia all’anno, contro le trentamila del periodo precedente la guerra in Ucraina. Negli ultimi quattro anni le esportazioni di armi del paese sono aumentate del 2.200 per cento, arrivando a 2,4 miliardi di euro. Nel frattempo la Csg è diventata uno dei maggiori cento produttori di armi al mondo. E le previsioni sono rosee: quest’anno il fatturato dovrebbe arrivare a 7,6 miliardi di euro, mentre nel 2025 è cresciuto del 72 per cento. L’anno scorso, inoltre, l’azienda si è quotata alla borsa di Amsterdam, dove vale circa 31 miliardi di dollari. Di questo passo, sostiene Kalinak, il settore delle armi arriverà presto a contribuire al 3 per cento del pil slovacco: le auto fanno il 10 per cento, ma il settore ristagna da tempo ed è destinato a contrarsi.
La Csg ha cominciato a espandersi nel campo della difesa ristrutturando le aziende che un tempo fabbricavano munizioni per l’Unione Sovietica. In Slovacchia negli ultimi quattro anni il gruppo ha investito cento miliardi di euro negli impianti situati in piccoli centri come Dubnica nad Vahom, travolti dalla disoccupazione dopo la caduta del muro. Anzi, secondo i dirigenti della Zvs, il problema principale oggi è la carenza di manodopera: per attirare lavoratori, infatti, l’azienda offre salari superiori del 25 per cento alla media nazionale.
Kalinak e Strnad sono stati attaccati sia in Slovacchia sia nella Repubblica Ceca: a Bratislava il primo ministro putiniano Robert Fico è contrario al riarmo dell’Europa e in particolare alle forniture militari all’Ucraina; a Praga il primo ministro Andrej Babis ha accusato Strnad di lucrare sulla guerra scatenata da Vlamidir Putin. L’imprenditore e il ministro della difesa non sembrano impressionati. Gli affari sono affari d’altronde. E continueranno a crescere: come stima lo Stockholm international peace research institute, tra il 2021 e il 2025 gli acquisti di armi sono aumentati del 9,2 per cento in tutto il mondo; in particolare grazie alla domanda proveniente dall’Europa, dove i trasferimenti verso l’Ucraina sono cresciuti del 9,7 per cento.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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