Gli ottimisti dicono: l’attacco all’Iran ha prodotto uno shock temporaneo, saliranno i prezzi dell’energia e ci sarà qualche rincaro, ma un conflitto di poche settimane non distrugge l’economia. I pessimisti rispondono: chi ha detto che durerà poche settimane? Anche se l’Iran collassasse, poi le petroliere passeranno dallo stretto di Hormuz senza problemi? Tra il 2023 e il 2025 il traffico attraverso lo stretto di Bab el Mandeb, nel mar Rosso, si è dimezzato e non si è più ripreso a causa degli attacchi degli huthi. I catastrofisti pensano a questo scenario: i rincari del petrolio riaccendono l’inflazione e le banche centrali alzano i tassi d’interesse per non farsi trovare impreparate come nel 2022; i finanziamenti diventano più costosi, scoppia la bolla dell’intelligenza artificiale, l’impatto sull’economia reale e su Wall street fa esplodere l’altra bolla, quella del credito non bancario. Cosa può fermare il disastro? Una tregua precaria verrebbe vista dagli investitori solo come l’anticamera di una guerra futura. La variabile decisiva è Donald Trump: forse la prospettiva di una sua sconfitta alle elezioni di metà mandato a novembre potrebbe rasserenare il clima. A meno che i mercati non siano convinti che Trump è il sintomo della malattia, cioè il declino americano. Che non ha cure di breve periodo. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati




