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Cosa cambia con le nuove leggi europee sui rimpatri

Persone migranti che entrano in un centro di detenzione nel porto di Shëngjin, in Albania, 28 gennaio 2025 (Vlasov Sulaj, Ap/Lapresse)

Il 9 marzo la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del parlamento europeo ha approvato gli emendamenti a una proposta della Commissione europea per la revisione delle procedure di rimpatrio nei paesi dell’Unione europea, il cosiddetto regolamento rimpatri. Proposto per la prima volta nel marzo 2025, rischia di rendere possibili deportazioni e violazioni sistematiche dei diritti umani delle persone straniere. Le nuove leggi sono passate grazie a un accordo tra i popolari e l’estrema destra.

La norma prevede tra le altre cose la costruzione di “centri di rimpatrio” al di fuori dell’Unione europea, in paesi in cui le persone saranno trasferite con la forza in attesa di essere rimpatriate. Il piano ha suscitato molte critiche da parte di organizzazioni che si occupano di immigrazione e del rispetto dei diritti umani.

L’origine del nuovo regolamento risale all’approvazione della direttiva sui rimpatri del 2008, che ha stabilito standard minimi per i paesi dell’Unione europea per la gestione delle persone senza permesso di soggiorno, tra cui un limite di detenzione di sei mesi e procedure in gran parte lasciate alla discrezione degli stati membri.

Ma i rimpatri nei paesi dell’Unione rimangono bassi perché mancano accordi di rimpatrio con i paesi di origine. Sotto la pressione di una nuova retorica sull’invasione dei migranti, nel dicembre 2024 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che l’aumento dei rimpatri era una priorità assoluta del suo mandato, promettendo di “trarre insegnamenti dall’accordo Italia-Albania”.

Così l’11 marzo 2025 la Commissaria europea per gli affari interni, Ylva Johansson, ha proposto il nuovo regolamento sui rimpatri, che a differenza della vecchia direttiva, è applicabile direttamente in tutta l’Unione europea senza adattamenti nazionali. Pur essendo un provvedimento distinto, s’inserisce nella serie di misure che entrano in vigore nel 2026 note come Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che trasformeranno il sistema di accoglienza e protezione in Europa. Il patto europeo indebolisce i diritti e le garanzie dei richiedenti asilo e prevede un approccio securitario alle frontiere, con la detenzione amministrativa di massa per i richiedenti asilo e procedure accelerate di frontiera per chi arriva da determinati paesi.

Cosa sono i centri di rimpatrio?

Sono strutture costruite in paesi extraeuropei dove le persone irregolari sono trasferite con la forza in attesa di essere rimpatriate. Il processo si basa su accordi bilaterali tra gli stati dell’Unione e i governi ospitanti. I finanziamenti di questo piano proverranno dal fondo di solidarietà europeo, che ammonta a 420 milioni di euro all’anno. Inizialmente la proposta escludeva i minori non accompagnati e le famiglie con bambini dal trasferimento forzato nei centri di rimpatrio, ma l’accordo del Consiglio del dicembre 2025 ha ribaltato questa decisione per le famiglie, consentendo il loro trasferimento nei centri insieme agli adulti.

Le nuove norme si applicheranno a tutti i paesi europei, quindi in base al regolamento sui rimpatri, una domanda di asilo respinta in Grecia attiverà l’espulsione in tutti i paesi dell’Unione europea. Il regolamento impone un uso esteso di banche dati a livello europeo come Eurodac (che ora memorizza immagini del volto, dati biometrici e alfanumerici a partire dai sei anni di età) e l’interoperabilità con il Sistema d’informazione Schengen per il monitoraggio in tempo reale degli ordini di rimpatrio, delle posizioni e dei rischi di fuga.

In una dichiarazione congiunta pubblicata lo scorso anno, la piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari (Picum) e più di 250 organizzazioni hanno messo in guardia contro l’ampia raccolta e condivisione di dati sensibili, inclusi dati sanitari e precedenti penali, con paesi terzi privi di adeguate tutele. Hanno inoltre espresso preoccupazione per l’uso di tecnologie invasive nei centri di detenzione, come il tracciamento gps, la sorveglianza tramite dispositivi mobili e l’aumento della profilazione razziale.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno avvertito che la proposta apre la strada alla creazione, da parte degli stati dell’Unione europea, di centri di detenzione all’estero, dove la reclusione arbitraria, i respingimenti a catena verso paesi non sicuri e altre violazioni sono all’ordine del giorno. La Picum osserva che la proposta favorirebbe anche il sovraffollamento delle strutture, concedendo al contempo poteri “di emergenza” per limitare il controllo giurisdizionale, persino per famiglie e minori.

Silvia Carta, responsabile advocacy della Picum, ha dichiarato: “Questa nuova norma è un chiaro tentativo di esasperare l’ossessione dell’Unione europea per le espulsioni, applicando un approccio discriminatorio e punitivo a qualsiasi persona in situazione irregolare”. Carta ha aggiunto che non vengono prese in considerazione misure che potrebbero realmente favorire l’inclusione sociale e la regolarizzazione. “Al contrario, è probabile che sempre più persone siano rinchiuse nei centri di detenzione per immigrati in tutta Europa, che le famiglie siano separate e che le persone siano trasferite con la forza in paesi che nemmeno conoscono”, ha concluso.

Questo testo è tratto dalla newsletter Frontiere.

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