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Il paese dello stato d’emergenza permanente

San Salvador, 4 aprile 2022. La polizia pattuglia il centro storico della città. (Camilo Freedman, Aphotografia/Getty Images)

Il 26 marzo El Salvador ha registrato 62 omicidi, il numero più alto di morti in un giorno dalla fine della sanguinosa guerra civile, nel 1992. La causa dell’ondata di omicidi è stata attribuita al conflitto tra le due gang in lotta tra loro, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18.

A fine giornata il presidente Nayib Bukele ha scritto un post su Twitter – la sua piattaforma preferita per le comunicazioni ufficiali – in cui invitava i parlamentari salvadoregni ad approvare lo “stato d’emergenza”. I deputati hanno eseguito diligentemente la richiesta all’alba del 27 marzo.

Programmato per trenta giorni con la possibilità di un prolungamento, lo stato d’emergenza comporta la sospensione formale di ogni residuo di libertà civile in un paese dove il presidente si definisce il “dittatore più cool” del mondo e sfoggia un cappellino da baseball con la visiera all’indietro. Il nuovo status elimina il diritto all’associazione e alla difesa legale, portando il periodo di detenzione consentita da 72 ore a 15 giorni e autorizzando il governo a leggere la corrispondenza privata senza bisogno dell’autorizzazione di un tribunale. D’altronde già da tempo le autorità fanno attività di spionaggio senza chiedere il permesso a un tribunale.

In un preoccupante vortice di eventi, il 5 aprile il parlamento del Salvador ha approvato una legge per “punire chiunque condivida informazioni sulle gang con una pena che può comportare fino a 15 anni di carcere”, ha scritto il New York Times. Secondo gli oppositori, la nuova legge è “talmente vaga che chiunque potrebbe essere arrestato con l’accusa di aver scritto o parlato delle gang. In questo modo i giornalisti si ritrovano nel mirino”.

Crociata presidenziale
Bukele ha presentato l’ultimo giro di vite contro i diritti come una componente necessaria e nobile della sua #GuerraContraPandillas, la battaglia contro le bande che funge regolarmente da diversivo per distogliere l’attenzione dalle altre crisi del paese, a cominciare proprio dall’erosione dei diritti. Nella sua crociata su Twitter, Bukele ha attaccato le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani che hanno osato criticare il comportamento delle autorità salvadoregne e ha insinuato che “la comunità internazionale” sia complice di “terrorismo” perché ha espresso la propria preoccupazione rispetto al trattamento riservato agli individui sospettati di far parte delle bande criminali.

Il 31 marzo Bukele ha scritto ancora su Twitter, spiegando che il 27 marzo le razioni di cibo nelle prigioni del paese erano state ridotte e che sedicimila detenuti “non avevano lasciato le loro cella né visto la luce del sole”. Ha aggiunto che altri tremila presunti criminali erano stati arrestati. “Non ci fermeremo”, ha detto. “Lo spazio nelle carceri sarà sempre minore e dovremo razionare ulteriormente il cibo”. Non esattamente un comportamento “cool”.

Tra l’altro l’amministrazione Bukele ha collaborato più volte con i “terroristi”, come hanno confermato le inchieste del giornale salvadoregno El Faro e il dipartimento del tesoro degli Stati Uniti. Il New York Times sottolinea che secondo il tesoro statunitense il governo salvadoregno avrebbe “garantito alle bande incentivi finanziari e un trattamento preferenziale per i capi in prigione, a cominciare dall’accesso a telefoni cellulari e prostitute”. In cambio le autorità avrebbero ottenuto dai criminali l’impegno a ridurre il numero di omicidi e a favore i candidati del partito di Bukele, Nuevas Ideas. Come se le macchinazioni megalomani di destra fossero davvero una “nuova idea”, nel Salvador come in qualsiasi altro paese.

Evidentemente un’accusa di questa portata da parte degli Stati Uniti non è una questione da poco, anche perché arriva dalla superpotenza che nei dodici anni della guerra civile salvadoregna ha costantemente appoggiato i massacri compiuti dalle forze di destra. Durante la guerra 75mila persone sono state uccise e un numero imprecisato di salvadoregni è fuggito a Los Angeles, in California, in un ambiente ostile che ha favorito la nascita delle gang salvadoregne.

Bukele continua a favorire l’ingiustizia socioeconomica cercando di trasformare il paese in una distopia corrotta

Quando la guerra civile si è ufficialmente conclusa, le autorità statunitensi hanno hanno cominciato a espellere i membri delle gang (che si erano radicalizzati in carcere) verso El Salvador. Nel paese centroamericano la successiva proliferazione delle organizzazioni criminali ha evidenziato la realtà di una società devastata dalle politiche neoliberiste, mentre i vari governi che si sono succeduti mostravano di essere più interessati a sfruttare la minaccia delle gang che a risolvere i problemi di una popolazione impoverita. In altre parole, lo stato d’emergenza è in vigore da decenni.

Oggi, trent’anni dopo la fine della guerra civile, lo scontro è più violento che mai. Nel frattempo Bukele continua a favorire l’ingiustizia socioeconomica cercando di trasformare il paese in una distopia corrotta pensata per attirare gli investitori stranieri (come dimostra la scelta di puntare sulle criptovalute). Secondo la narrazione del presidente, il tasso di omicidi era rimasto relativamente basso (a partire dal 2019) non per l’accordo con Ms-13 e Barrio 18 ma grazie al suo “piano per il controllo territoriale”, i cui dettagli sono convenientemente tenuti segreti e che all’atto pratico costituisce il pilastro militarizzato della #GuerraContraPandillas.

I commentatori salvadoregni più lucidi pensano che l’improvvisa impennata negli omicidi di fine marzo sia la conseguenza di un contrattempo nel negoziato tra il governo e le gang, che potrebbe aver spinto le organizzazioni criminali a imporre ancora una volta il loro potere in un paese che da tempo è in cima alla classifica mondiale degli omicidi. A proposito della volontà di affermare il proprio potere, vale la pena ricordare che il Piano per il controllo territoriale di Bukele è stato imposto attraverso tattiche discutibili, come l’invio di soldati e agenti di polizia pesantemente armati all’interno del parlamento salvadoregno e la minaccia di sciogliere l’assemblea legislativa se i deputati non avessero stanziato i fondi richiesti dal piano.

Tutto questo succedeva a febbraio del 2020, un mese prima che la pandemia di covid-19 offrisse a Bukele l’occasione di introdurre per la prima volta lo stato d’emergenza, con un lockdown particolarmente rigido che ha lasciato molte persone già in grandi difficoltà in una condizione di estrema povertà. Dopo un aumento degli omicidi, ad aprile del 2020, il presidente ha pubblicato un “decreto” su Twitter in cui autorizzava l’esercito e la polizia a uccidere i presunti esponenti delle bande “per difendere le vite dei salvadoregni”. Una pretesa quantomeno bizzarra, considerando che lo stesso Bukele ha affamato e punito in ogni modo la popolazione.

In ogni caso la risposta alla pandemia è stata un successo straordinario, come conferma un articolo di Bloomberg pubblicato a maggio del 2020: “La polizia ha ricevuto ampie libertà. Gli agenti entrano nella case senza mandato e arrestano persone sospettate di violare la quarantena. Una donna che era andata a fare spese per la festa della mamma è stata scambiata dalle forze di sicurezza per un’esponente delle gang , ed è stata uccisa”.

Un anno dopo, a maggio del 2021, Bukele ha ordinato il licenziamento di cinque giudici della corte suprema e del ministro della giustizia. Evidentemente il presidente non scherza affatto quando si definisce un “dittatore”.

Oggi, a giudicare dall’attività di Bukele su Twitter, sembra che le forze di sicurezza salvadoregne abbiano nuovamente ricevuto il via libera per attaccare senza alcun limite i presunti esponenti delle gang, sempre ammesso che ne avessero mai avuto bisogno. Nel 2018 Cnn aveva raccontato la vicenda degli “agenti di polizia paramilitari di élite” accusati di aver compiuto esecuzioni illegali con il sostegno (sorpresa!) degli Stati Uniti.

Il 27 marzo del 2022, giorno in cui è entrato in vigore lo stato d’emergenza, Bukele ha annunciato su Twitter che diverse attività quotidiane in alcuni quartieri sarebbero state temporaneamente sospese, ma ha promesso che nella maggior parte del paese le cerimonie religiose, gli eventi sportivi, lo shopping e l’attività formativa non avrebbero subìto alcuna alterazione, “tranne che per gli esponenti delle gang e per le persone considerate sospette”. Un chiaro avvertimento per chiunque volesse uscire a fare acquisti per la festa della mamma.

Mentre si lamentava su Twitter del fatto che nessun altro paese “vuole aiutarci nella guerra contro le gang”, Bukele ha incassato il sostegno di personaggi come il miliardario messicano Ricardo Salinas, fanatico dei bitcoin e uno degli uomini più ricchi del pianeta, che su Twitter ha elogiato lo stato d’emergenza voluto dal presidente del Salvador: “Questo sì che significa avere le palle”.

Dopo la cerimonia degli Oscar il capo di stato salvadoregno si è preso la briga di twittare: “Soldato salvadoregno > Will Smith”, forse riferendosi alle abilità dei militari quando si tratta di lasciarsi andare alla violenza moralistica nel tentativo di dimostrare di “avere le palle”.

Questa è la vita nella dittatura più “cool” del pianeta: uno stato d’emergenza permanente, in tutti i sensi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Al Jazeera. Internazionale ha una newsletter che racconta cosa succede in America Latina. Ci si iscrive qui.

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