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Il paradosso climatico di avere un cane

Central park, New York, 19 maggio 2025. (Lucia Buricelli, Bloomberg/Getty Images)

This story was originally published by Grist. Sign up for Grist’s weekly newsletter here.

Sono vegetariana da più di dieci anni. Non per motivi di salute o perché non mi piace il sapore del pollo e della carne: è una scelta di vita che ho fatto per ridurre il mio impatto sul pianeta. Eppure, due volte al giorno, tutti i giorni, verso amorevolmente una tazza di crocchette a base di carne in una ciotola e la poso davanti al cane da 25 chili che ho adottato, un meticcio husky di nome Loki.

Fino a poco tempo fa non avevo dedicato grandi riflessioni a questo paradosso. Poi ho letto un articolo dell’Associated Press intitolato: “La gente spesso non sa giudicare le scelte climatiche, dice uno studio. Una sorpresa è avere un cane”.

Lo studio, guidato dalla ricercatrice di psicologia ambientale Danielle Goldwert e pubblicato dalla rivista Pnas Nexus, analizzava la nostra percezione dell’impatto climatico di vari comportamenti, come “seguire una dieta vegana per almeno un anno” o “passare dall’auto a combustibili fossili ai trasporti pubblici alimentati da energie rinnovabili”. L’équipe ha riscontrato che spesso i partecipanti sopravvalutavano molte azioni a basso impatto, come riciclare e usare elettrodomestici efficienti, e sottovalutavano enormemente l’impatto di altre scelte personali, tra cui la decisione di “non comprare o non adottare un cane”.

Il vero obiettivo dello studio era scoprire se alcune informazioni sul clima possono aiutare le persone a impegnarsi in azioni più efficaci. Ma già a poche ore dalla sua pubblicazione, l’articolo dell’Ap si era trasformato in qualcosa di completamente diverso: un attacco ai componenti pelosi delle nostre famiglie. “Il cambiamento climatico è tutta colpa tua perché hai un cane”, ha scritto un utente su Reddit. Altri sono intervenuti con post furibondi, ridicolizzando l’idea che un chihuahua possa aggravare la crisi climatica e invitando ricercatori e mezzi d’informazione a smetterla di colpevolizzare le persone comuni.

Goldwert e i suoi colleghi hanno seguito questo crescendo di reazioni con assoluta costernazione. “Se vedessi un titolo che dice ‘Gli scienziati del clima vogliono toglierti il cane’, anche io mi arrabbierei”, ha scritto la ricercatrice. “Ma non è affatto vero. Potete citare le mie parole”.

Lo studio voleva capire come modificare i comportamenti comunicando alcune verità sul clima, ma il modo in cui è stato raccontato dai giornali ha rivelato un inquietante compromesso psicologico: quando un messaggio sul clima tocca un nervo scoperto, può addirittura allontanare le persone dall’impegno di modificare le norme sociali.

È un istinto che in certa misura riesco a capire. Voglio bene al mio Loki, e la reazione istintiva è difendere la scelta personalissima di condividere la vita con un cane. E condivido anche l’invito a prendersela piuttosto con i veri grandi inquinatori: i miliardari e le compagnie petrolifere (e non contro Bon-Bon, il chihuahua già citato). Ma visto che è una cosa molto più alla nostra portata del rovesciamento del capitalismo o che so io, non è irresponsabile liquidare qualunque discorso sull’impatto ambientale dei nostri cuccioli?

C’è un modo per discutere con franchezza dell’impatto della nostra vita personale senza trattarci da cani?

Non ti azzardare

Spesso, quando mi chiedo se un certo comportamento rispettoso del clima può entrare nella mia vita, cerco di immaginare come sarebbe nella mia idea di un futuro sostenibile. È il motivo, per esempio, per cui non ho una macchina e insisto a usare i mezzi pubblici, anche se non sempre è particolarmente comodo. Mi piace essere una pioniera nell’usare i sistemi in cui credo. Ma faccio fatica a immaginare un futuro senza la compagnia di animali, pur sapendo quale è il loro impatto ambientale, che purtroppo è notevole.

Cani e gatti hanno una dieta ricca di carne, ed è qui che si concentra il grosso della loro impronta di carbonio. Nel 2017 uno studio dell’Università della California-Los Angeles ha scoperto che cani e gatti sono responsabili di circa il 25-30 per cento dell’impatto ambientale legato al consumo di carne negli Stati Uniti. È l’equivalente di un anno di circolazione di 13,6 milioni di automobili.

Nel caso di animali che mangiano crocchette o cibo umido tradizionali, le proteine possono provenire da sottoprodotti della carne, cioè le parti che altrimenti vengono scartate, come organi e ossa, perché non approvate per il consumo umano. Ma un numero crescente di proprietari di cuccioli sceglie prodotti con carne “idonea al consumo umano”, che richiedono ulteriori risorse e generano emissioni aggiuntive.

E gli animali dopo aver mangiato, naturalmente, fanno la cacca. Tanta. Almeno per i cani, quella cacca di solito finisce in un sacchetto di plastica per essere spedita in discarica. E si scopre che tutti i sacchetti biodegradabili che ho diligentemente acquistato nel corso degli anni non sono di grande aiuto: anche loro rilasciano gas serra nelle discariche, e la maggior parte dei programmi di compostaggio non accetta rifiuti animali.

Se la famiglia diventa multispecie
I cambiamenti sociali e il bisogno di prendersi cura degli altri stanno ridefinendo il rapporto tra esseri umani e cani, ormai considerati componenti a pieno titolo del nucleo familiare.

Con più cani in circolazione che mai – la popolazione canina degli Stati Uniti è aumentata costantemente, passando dai 52,9 milioni del 1996 al nuovo picco di 89,7 milioni del 2024 – il costo climatico complessivo non è certo una questione formato chihuahua. Ma gli animali domestici sono qualcosa di più di semplici fonti di inquinamento da carbonio. Secondo un sondaggio condotto negli Stati Uniti dal Pew research center nel 2023, il 97 per cento dei proprietari dichiara che gli animali sono parte della famiglia, e il 51 per cento degli intervistati afferma che sono allo stesso livello di un familiare. Quindi, ogni volta che nel dibattito riaffiora l’argomento del loro impatto climatico – come succede ciclicamente – è logico che la gente tenda a mettersi sulla difensiva.

Con reazioni del tipo “non ti azzardare a togliermi il cane, ambientalista schifoso”, non è certo la prima volta che il movimento per il clima viene accusato di voler togliere alle persone le cose che amano. La politica sul clima è stata a lungo dipinta come una austerità forzata, pronta a lasciarci senza hamburger, fornelli a gas e posti di lavoro nelle miniere di carbone. Una impostazione politicamente efficace, usata dai sostenitori dei combustibili fossili e dai loro alleati per alimentare il risentimento e ritardare l’azione dei governi. I grandi produttori di petrolio vogliono farci credere sia che la crisi climatica è colpa nostra sia che non dovremmo rinunciare a niente per risolverla.

Per alcuni attivisti la soluzione è stata spostare il messaggio dalla responsabilità individuale ai grandi cambiamenti come rinnovare i sistemi elettrici e di trasporto con investimenti pubblici nelle energie pulite. Nel suo saggio I work in the environmental movement. I don’t care if you recycle (Faccio parte del movimento ambientalista. Non mi importa se ricicli), la scrittrice e podcaster Mary Annaïse Heglar ha scritto: “La convinzione che questo enorme problema esistenziale si sarebbe potuto risolvere se tutti avessimo leggermente modificato le nostre abitudini di consumo non è solo assurda, è pericolosa. Significa colpevolizzare le vittime, punto e basta”.

Heglar e altri hanno preso una posizione ferma contro l’ambientalismo duro e puro, cioè l’idea che non puoi avere a cuore o sostenere dei cambiamenti radicali se prima non cambi le tue abitudini. Ma non tutti concordano sul fatto che i comportamenti individuali vadano minimizzati.

Personale e generale

Secondo Kimberly Nicholas, scienziata del clima e autrice del popolare libro Under the sky we make (Sotto il cielo che facciamo), le persone ricche nei paesi ricchi – e, a livello globale, “ricco” è un’asticella più bassa di quanto si pensi – hanno la responsabilità di ridurre drasticamente le loro esagerate emissioni. E soprattutto per quelli di noi che vivono in una democrazia, l’azione personale non riguarda solo le scelte che facciamo come consumatori.

“C’è ancora una tensione irrisolta tra cambiamento personale e generale, tra azione individuale e collettiva”, dice Nicholas. “È veramente difficile venirne fuori, trovare un giusto equilibrio che riconosca il ruolo e l’importanza di entrambi i fattori, e parlarne, studiarli e descriverli in un modo che motivi le persone ad fare iniziative veramente efficaci”.

Scrivere per la natura
Viviamo in un mondo in cui la natura si sta rapidamente allontanando dalla nostra vita quotidiana. È urgente spingere le persone a interessarsi alla natura e a preoccuparsi per ciò che resta del mondo non umano.

Goldwert ha toccato con mano questa tensione proprio nel suo bistrattato studio sulla comunicazione in materia di clima. Nell’esperimento, i partecipanti dovevano passare in rassegna 21 azioni climatiche individuali (come mangiare meno carne) e cinque azioni sistemiche (come votare) e valutare il loro impegno a metterle in pratica. Due gruppi di prova hanno poi ricevuto dei chiarimenti sull’impatto relativo delle 21 azioni individuali: al primo gruppo è stato chiesto di fare una classifica prima di conoscere quella reale, mentre il secondo gruppo ha ricevuto subito questa informazione. Non sono stati forniti dati, invece, su quale fosse il potenziale di mitigazione delle emissioni delle cinque azioni collettive, che sarebbe stato molto più difficile da quantificare.

I risultati hanno molto sorpreso l’équipe di Goldwert: le informazioni hanno effettivamente spinto le persone verso azioni personali più efficaci, ma la disponibilità dichiarata a impegnarsi in azioni collettive in realtà è diminuita: un effetto “ritorno di fiamma” che suggerisce i potenziali rischi di un’eccessiva concentrazione sulle scelte di vita individuali.

“Potrebbe essere una sorta di sostituzione mentale”, spiega Goldwert. “Le persone si dicono: ‘Bene, ho fatto la mia parte a livello individuale. Posso spuntare la casella dell’azione climatica’”.

Ai partecipanti è stato chiesto anche di valutare la “plasticità” di ciascuna azione, cioè quanto sarebbe stato facile farla. E queste misurazioni hanno rivelato un’altra sfumatura nella percezione dei diversi gesti in difesa del clima. Sul piano individuale, i partecipanti tendevano a fare le scelte che consideravano poco impegnative. Sul piano generale, invece, erano più interessati alla possibilità che fossero effettivamente efficaci, un aspetto che i ricercatori stanno ancora cercando di quantificare.

“Se pensi che votare o partecipare alle manifestazioni siano gesti puramente simbolici o inefficaci, non sei disposto a impegnarti”, dice Goldwert. “Dobbiamo fornire le prove del fatto che la voce o il voto delle persone possono cambiare le politiche pubbliche, le pratiche aziendali o le norme sociali”.

Farlo per gioia

Da parte mia, sono rimasta sorpresa nel vedere che i partecipanti classificavano come facile l’impegno a “non comprare o non adottare un cane”. Quando ho chiesto a Goldwert quale potesse essere il motivo, ha osservato che possedere un cane è una decisione che non si prende molto spesso. E per giunta, se non hai un cane, non devi fare niente. I risultati sarebbero stati sicuramente diversi se l’azione da classificare fosse stata “liberarti del cane che possiedi” (e questa possibilità non c’era, un dettaglio apparentemente sfuggito ai lettori, almeno a giudicare dai commenti apparsi su Reddit e dalle “email assurde” che Goldwert dice di aver ricevuto).

Eppure, per un’amica degli animali come me, l’idea di non adottare mai un cane è tutt’altro che facile da accettare. Mi sembra un sacrificio immenso. La tristezza che provo al pensiero di un futuro senza cani mi segnala un altro fattore importante quando si parla di motivazione per impegnarsi a difendere il clima: la gioia.

Le azioni che mettiamo in pratica per cercare di mitigare la crisi climatica possono essere motivate in parte da quanto ci risultano facili o da quanto le riteniamo efficaci, ma ogni nostra scelta è anche motivata da ciò che ci dà gioia. È un elemento essenziale per rimanere impegnati e resilienti nella lotta per un futuro migliore. In questo senso, attività ad alta intensità di carbonio come possedere un cane hanno un valore che va al di là del loro peso in termini di emissioni.

“Abbiamo un legame emotivo con le persone, gli animali e le creature che amiamo”, dice Nicholas. “E questa è una realtà molto potente, credo. Non risolveremo il cambiamento climatico mettendo in fila i numeri. Sicuramente dobbiamo farlo, ma dobbiamo anche capire a cosa tengono veramente le persone e renderci conto che tutto questo è a rischio ed è minacciato dal livello di cambiamento climatico verso cui stiamo andando con le politiche attuali”.

Sarei disposta a combattere per garantire che i cani, come il mio amatissimo Loki, possano continuare a scodinzolare felici su questo pianeta? Che diavolo, sì. Ho sempre pensato che amare gli animali va di pari passo con un senso di altruismo e di responsabilità. E se per non rinunciare ai nostri animali domestici dobbiamo combattere il cambiamento climatico votando, manifestando, facendo donazioni e attivismo e limitando i consumi come se la vita dei nostri amici a quattro zampe dipendesse da questo, credo che ci daremo tutti da fare.

Questo potrebbe significare anche modificare l’alimentazione dei nostri animali. Rendere il mio cane completamente vegetariano mi sembra complicato (anche se tecnicamente possibile), ma anche solo eliminare la carne di manzo ha un impatto significativo: passare a “carni a minore intensità di carbonio” era addirittura una delle azioni più efficaci incluse nello studio di Goldwert. È una scelta a cui Loki può aderire senza problemi. E compriamo già snack a base di insetti, che lasciano un odore pungente nelle mie tasche ma sembrano apprezzati dalle sue papille gustative.

Del resto, il possesso di un cane si intreccia con i comportamenti legati al clima anche in altri modi. A livello aneddotico, direi che viaggio meno perché ho un cane di cui devo occuparmi. Portarlo a spasso ogni giorno mi rende anche molto più attenta all’ambiente dove vivo, a quello che succede nel quartiere e ai miei vicini, tutti fattori importanti per costruire la resilienza climatica. Alcuni cani sono perfino addestrati ad annusare le specie invasive e aiutano a individuare i contaminanti ambientali (non Loki, che non ha mai lavorato un giorno in vita sua).

Anche se prima di leggere lo studio di Goldwert non ci avevo mai pensato in questi termini, le azioni che faccio in difesa del clima hanno molto a che fare con l’amore che provo per Loki. Non perché voglia lasciargli un mondo migliore – so bene che quasi certamente gli sopravvivrò – ma perché i sentimenti che nutro per lui mi avvicinano all’amore che sento per tutti gli esseri viventi del pianeta. Questo “predatore dell’era glaciale” che condivide la mia casa, come lo definisce l’antropologo e comico David Ian Howe, è un promemoria vivente del rapporto degli esseri umani con le altre specie, un rapporto che risale a migliaia e migliaia di anni fa.

Come si suol dire: “Sii la persona che il tuo cane crede che tu sia”. E la prossima volta che ti senti un po’ agitato per le realtà della crisi climatica e le tue responsabilità al riguardo, portati a fare una passeggiata.

(Traduzione di Maria Giuseppina Cavallo)

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