Europa e India cercano un modo per fare a meno degli Stati Uniti
Ci sono voluti 19 anni per arrivare a questo risultato. La visita a New Delhi della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente del consiglio europeo Antonio Costa ha chiuso un negoziato con l’India che sembrava interminabile.
Al termine del vertice del 27 gennaio, le due parti hanno annunciato la fine dei colloqui sull’accordo di libero scambio, ultima tappa prima della firma ufficiale del documento, prevista “tra otto e dodici mesi”, secondo un diplomatico europeo. Andranno definiti gli aspetti giuridici del testo. Seguiranno poi il via libera degli stati dell’Unione e la ratifica del parlamento europeo.
Entrambe le parti sottolineano che l’accordo ridurrà i dazi doganali su diversi prodotti, come i vini e gli alcolici europei. Gli indiani potranno invece ottenere facilitazioni sull’esportazione di prodotti tessili, beni elettronici, farmaci e diamanti. Il governo di Narendra Modi è determinato a trovare nuovi sbocchi commerciali per questi settori, che danno lavoro a milioni di indiani.
Ma non ci sarà nessun alleggerimento delle tasse sui prodotti agricoli: l’agricoltura, che rimane un settore molto delicato, è stata esclusa dai negoziati. Né Bruxelles né New Delhi volevano suscitare manifestazioni di protesta.
Il nodo degli appalti pubblici
Una fonte diplomatica precisa che le due parti non apriranno i mercati degli appalti pubblici. Le imprese europee non potranno partecipare alle gare d’appalto del governo federale né delle società pubbliche, contratti che nel 2021 rappresentavano il 20 per cento del pil indiano.
Negli ultimi anni il Regno Unito e gli Emirati Arabi Uniti hanno ottenuto una liberalizzazione almeno parziale. Ma stavolta Bruxelles e Nuova Delhi volevano un accordo a tutti i costi, anche al prezzo di lasciare irrisolti alcuni capitoli. “Non possiamo permetterci di fallire. Dobbiamo concludere”, ci aveva detto pochi giorni fa la fonte diplomatica già citata, mentre i negoziatori stavano mettendo a punto gli ultimi dettagli.
Il 26 gennaio c’era ancora qualche incertezza sulla tassa sul carbonio alle frontiere (Cbam), imposta dall’Unione europea sulle importazioni di prodotti inquinanti. L’India ha chiesto anche esenzioni per l’acciaio e l’alluminio.
I negoziati erano cominciati nel 2007, si erano interrotti nel 2013 ed erano ripresi nel 2022, rimanendo poi a lungo in una situazione di stallo. Nella primavera del 2024 un negoziatore aveva confessato la sua delusione: “Non stiamo facendo progressi sufficienti. L’Europa deve rivedere il suo atteggiamento con l’India, e New Delhi deve rendersi conto che l’Unione europea non è la Norvegia”.
Sei mesi dopo, l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha cambiato tutto.
Le tensioni con Washington
Fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, Trump ha avviato una guerra commerciale senza quartiere. E l’India è stata attaccata con particolare violenza: la maggior parte delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti è stata tassata al 50 per cento. I negoziati per un accordo di libero scambio avviati un anno fa non hanno ancora portato nessun risultato. All’inizio di gennaio del 2026 il segretario statunitense al commercio, Howard Lutnick, ha accusato il primo ministro indiano Modi di aver offeso Donald Trump rifiutandosi di telefonargli.
A quanto pare, inoltre, il presidente statunitense non ha digerito l’atteggiamento degli indiani dopo il breve conflitto armato con il Pakistan del maggio 2025. Trump sosteneva di aver messo personalmente fine allo scontro, ma il governo di New Delhi ha rifiutato di ringraziarlo.
In questo contesto, gli indiani stanno cercando altri sbocchi per le loro esportazioni, in particolare in Europa. Tra il 2024 e il 2025 l’India ha concluso accordi di libero scambio con il Regno Unito e i paesi dell’Aels (Svizzera, Norvegia, Islanda, Liechtenstein).
Stretta nella morsa tra l’aggressività commerciale della Cina, con cui ha registrato un deficit di 300 miliardi di euro nel 2025, le mire espansionistiche della Russia a est e quelle di Trump sulla Groenlandia, anche l’Europa è alla ricerca di nuovi partner affidabili. Le minacce del presidente degli Stati Uniti hanno ritardato la ratifica da parte del parlamento europeo dell’accordo commerciale concluso nell’agosto del 2025.
Ridurre la dipendenza da Mosca
L’accordo con l’India non riguarda solo la riduzione delle tariffe doganali. Sul lungo periodo, dovrebbe servire a facilitare l’integrazione delle imprese indiane nelle attività produttive e commerciali europee, in particolare nell’industria militare. L’obiettivo è ridurre la dipendenza militare dell’India da Mosca.
Fino a cinque anni fa l’85 per cento dei sistemi d’arma a disposizione delle forze armate indiane veniva dalla Russia, secondo un’analisi del centro studi Stimson di Washington.
Il 27 gennaio Bruxelles e New Delhi hanno avviato una collaborazione in materia di sicurezza e difesa “per facilitare gli accordi di coproduzione”, ha spiegato un alto funzionario europeo, ricordando che “l’India vuole diversificare i suoi strumenti di difesa, tanto nelle importazioni quanto nelle esportazioni”.
Il consorzio aeronautico europeo Airbus ha già inaugurato con l’azienda indiana Tata una linea di assemblaggio del suo aereo militare C295 in India nel 2024, mentre l’azienda bellica tedesca Rheinmetall si appresta a far produrre componenti per munizioni dal conglomerato indiano Reliance.
Con questa collaborazione, l’Unione europea spera di dare un incentivo determinante alla crescita del settore privato. Secondo la stampa indiana, invece, le aziende locali potrebbero beneficiare del fondo europeo per il riarmo Safe, che contribuisce a finanziare gli acquisti di armi degli stati membri.
L’Unione punta a estendere questo processo d’integrazione industriale anche all’idrogeno verde, ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale. “Si tratta di diversificare le nostre catene di approvvigionamento nelle attrezzature solari e nel campo dei principi attivi del settore farmaceutico”, spiegano a Bruxelles.
La pandemia di covid, che ha messo in luce la dipendenza dell’Europa da Pechino, ha lasciato il segno. Oggi neanche l’India può fare a meno del suo vicino per la produzione di farmaci. “Gli indiani importano circa il 70 per cento dei principi attivi farmaceutici dalla Cina”, sottolineava nel 2021 un rapporto del ministero indiano dei prodotti chimici.
Ma il trattato di libero scambio rimane incompleto senza un accordo sugli investimenti. Su questo punto, i negoziati sono ancora aperti. “Non posso dirvi quando arriveremo a una conclusione. Ma vogliamo essere rapidi”, assicura un diplomatico europeo. Un accordo simile aiuterebbe le aziende che vogliono insediarsi nel subcontinente indiano. Negli ultimi anni la Volkswagen e la Pernod Ricard sono state coinvolte in dispute fiscali che potrebbero costare centinaia di milioni di euro.
“L’India fa venire l’acquolina in bocca agli investitori. Ma può anche farli piangere”, mette in guardia un alto funzionario europeo.
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