Lagos demolisce la sua baraccopoli sull’acqua
Almeno diecimila persone sono rimaste senza casa e almeno tre sono morte a Lagos dalla fine di dicembre, dopo che le autorità locali hanno dato il via alla demolizione di centinaia di abitazioni nella baraccopoli sull’acqua di Makoko, soprannominata la Venezia della Nigeria, e del vicino quartiere di Oworonshoki. Dalla fine dell’ottocento una comunità di pescatori e commercianti vive all’interno di palafitte nella laguna che circonda in parte la capitale economica della Nigeria. Gli abitanti si spostano in canoa tra le strette vie d’acqua scura per andare a pescare e ad affumicare il pesce, che poi rivendono in vari mercati cittadini.
Makoko è sovrastata da un imponente ponte, il Third mainland bridge, lungo 11,8 chilometri, che collega la terraferma all’isola di Lagos, il cuore pulsante, culturale ed economico di questa città di circa venti milioni di abitanti. Non esistono dati ufficiali su quante persone vivano nella baraccopoli, ma secondo l’ong Justice & empowerment initiative (Jei), sono circa 80mila. Una comunità spesso descritta come vivace, che ospitava anche giri turistici nei suoi canali per mostrare ai visitatori le particolarità e gli espedienti di una vita a pelo d’acqua. Dal 2013 al 2016 il quartiere ha avuto anche una grande scuola galleggiante, un progetto architettonico che ha suscitato interesse a livello internazionale.
“Makoko è uno dei tanti insediamenti informali di Lagos ed è uno specchio della grave crisi degli alloggi in città. Le case di legno sostenute da pali piantati nell’acqua sono l’ultima spiaggia per chi non può permettersi una sistemazione tradizionale. E, nonostante le condizioni precarie, si deve comunque pagare l’affitto”, spiega il sito Nairametrics, secondo il quale nel 2024 si potevano pagare anche 108 euro all’anno per un alloggio con due stanze. I bagni invece sono in comune e a pagamento, anche se bastano pochi spiccioli per accedervi.
Gran parte del quartiere oggi non c’è più. “Quando ho sentito che stavano demolendo Makoko, ho pensato che i lavori interessassero solo una piccola parte. Ma abbiamo visto che avevano distrutto quasi il 50 per cento della comunità. Migliaia di persone erano state mandate via dalle loro case senz’altro posto dove andare. Molti rimangono intorno alle loro abitazioni distrutte, a bordo di imbarcazioni dove hanno messo i loro averi”, racconta su Instagram Taiwo Aina, una fotografa che ha realizzato un reportage per il New York Times.
L’intervento degli scavatori anfibi per distruggere le baracche è stato giustificato dal governo dello stato di Lagos con la necessità di allontanare i residenti dal ponte e da alcune linee della corrente elettrica a rischio di caduta, ma anche per esigenze di pianificazione urbana. Non è la prima volta che autorità statali e aziende private cercano di liberare la zona per portare avanti progetti di sviluppo immobiliare. Inizialmente, racconta il New York Times, i funzionari governativi avevano stabilito di liberare un’area fino a trenta metri dai cavi dell’alta tensione, poi sono arrivati a cento metri. Ma secondo alcune organizzazioni non profit che difendono i diritti degli abitanti sono state demolite baracche anche a 500 metri di distanza dalle linee elettriche. Nelle operazioni sono rimaste uccise almeno tre persone, tra cui due bambini piccoli e una settantenne, soffocati dai gas lacrimogeni usati per disperdere le famiglie che non volevano abbandonare le loro case.
Lagos è costruita per circa il 40 per cento nelle vicinanze di specchi d’acqua (laguna e oceano) o zone paludose. Nella metropoli in crescita non c’è un numero sufficiente di abitazioni: si stima un deficit di 3,3 milioni di unità abitative, che per l’87 per cento dovrebbero servire a ospitare famiglie con un reddito basso. Ma il governo ha spesso preso il controllo di aree fronte mare o fronte laguna per espandere i progetti immobiliari di lusso, sfrattando soprattutto i poveri.
“Queste operazioni di land-grabbing e trasferimenti forzati sono disdicevoli e vanno fermate”, ha dichiarato la Corporate accountability and public participation Africa (Cappa), un’organizzazione di Lagos che difende i diritti dei cittadini. Per quanto riguarda i risarcimenti, quelli legati alle demolizioni di Makoko possono andare dai 300mila ai cinque milioni di naira (dai 180 ai tremila euro), ma li ricevono solo i proprietari che possono dimostrare il possesso delle loro case. E a volte alcuni li rifiutano perché sono troppo bassi in rapporto al valore delle loro proprietà.
Molti sfollati ora vivono, oltre che su imbarcazioni, nelle chiese o nelle scuole. Spesso per queste persone l’unica possibilità è andare a vivere in altri slum, spiega l’economista Oluwaseyi Omowunmi Popogbe in un articolo su The Conversation. Secondo alcune stime Lagos è la seconda città più grande dell’Africa, e come molte altre in Nigeria e nel continente è in rapidissima espansione. “Nei prossimi 25 anni si prevede che altri 140,3 milioni di persone vivranno nelle città della Nigeria, più del doppio rispetto a oggi. Entro il 2050 diventeranno 264 milioni ”, scrive il quotidiano nigeriano The Guardian, citando un rapporto della Banca mondiale.
Questo richiederà dei cambiamenti necessari, ma finora le autorità non hanno fatto altro che sfrattare e sgomberare le baraccopoli senza offrire soluzioni alternative, commenta Omowunmi Popogbe. “Negli ultimi dieci anni più di cinquantamila persone sono state mandate via dagli slum di Lagos. Questi trasferimenti forzati mascherati da riqualificazioni urbane, senza compensazioni adeguate o soluzioni alternative, non rispondono a un criterio di equità. I progetti di sviluppo a Lagos seguono modelli occidentali e non fanno altro che aumentare il divario tra ricchi e poveri, visto che le nuove costruzioni sono abbordabili solo per chi fa parte delle classi medie e alte”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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