Un doppio fallimento russo in Mali
Dopo l’offensiva fulminante e senza precedenti contro diverse città maliane lanciata il 25 aprile dai combattenti del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim) e dai ribelli separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), i primi ormai minacciano da vicino la capitale Bamako: dal 29 aprile i jihadisti hanno messo in atto il blocco delle principali vie di collegamento con la città.
Il giorno prima il capo della giunta militare che governa il paese dal 2020, Assimi Goita, era tornato a farsi vedere in pubblico dopo essere rimasto per giorni nell’ombra cercando di rassicurare la popolazione sulla professionalità e le capacità delle sue forze armate, che secondo lui avrebbero neutralizzato gli aggressori.
Ma le sue parole sembrano smentite dai fatti, in particolare dalla caduta di Kidal nelle mani dei combattenti tuareg, mentre gli alleati russi della giunta se ne andavano senza sparare un colpo, come ha raccontato il giornalista francese Pierre Haski. Nei giorni successivi sono finite nelle mani dei ribelli anche le basi militari di Tessalit e Aguelhok, nel nord, vicino al confine con l’Algeria.
I ribelli appaiono determinati ed espliciti nelle loro intenzioni: la giunta deve cadere e i loro alleati russi dell’Africa corps devono lasciare il paese, come ha chiesto Mohamed Elmaouloud Ramadane, il portavoce dei ribelli tuareg. L’esponente dell’Fla ha detto che il suo gruppo è pronto a governare anche città grandi e che, dopo Kidal, intende dirigersi su Gao, Timbuktu e Ménaka. Nei piani dei ribelli tuareg c’è sempre stata infatti la creazione di uno stato nel nord del Mali, chiamato Azawad.
La situazione nel paese è ormai così tesa che si rischia un nuovo colpo di stato, come nota l’esperto di Mali Michael Shurkin. In un’intervista con France 24 l’analista della società di consulenza statunitense 14 North Strategies non esclude la possibilità che a rivoltarsi sia una parte dell’apparato militare maliano, com’è già successo nel paese nel 2020 e nel 2021.
Senza contare, nota il politologo nigerino Rahmane Idrissa intervistato dalla rivista Equator, che con l’attacco del 25 aprile nella città-guarnigione di Kati i ribelli sono riusciti a “decapitare” l’apparato di sicurezza maliano uccidendo il ministro della difesa Sadio Camara, che era stato l’artefice dell’accordo di sicurezza con la Russia, e ferendo gravemente il capo dei servizi segreti. L’incarico di Camara è stato assunto dal presidente Goita.
Secondo Idrissa i golpisti non sono “più in grado di offrire una soluzione a questa crisi e, di fatto, si sono trasformati in un ostacolo alla sua risoluzione”.
La decisione di Goita di sostituire l’alleanza militare con la Francia – che era intervenuta nel 2013 per fermare una simile avanzata congiunta jihadista-tuareg – con quella con la Wagner (oggi Africa corps) rivela tutte le sue debolezze, perché non è riuscita a restituire al paese la stabilità tanto necessaria né a scongiurare la minaccia terroristica.
Le autorità maliane, spiegano Idrissa e Shurkin, non vedevano di buon occhio i tentativi della Francia di convincerle ad andare oltre l’uso della violenza per fermare jihadisti e tuareg, e ad aprire negoziati con i gruppi ribelli, in particolare con i tuareg. “Non si può porre fine a un’insurrezione semplicemente uccidendo”, nota Idrissa. “Ma la giunta non vedeva di buon occhio i francesi, proprio perché non erano disposti a fare affidamento solo sulla forza”, cosa che invece i russi sembravano più propensi a fare.
La presenza russa in Mali si è rivelata in fin dei conti un insuccesso. I duemila combattenti inviati dalla Wagner – e successivamente dal Cremlino, che ha preso le redini della milizia dopo la morte di Evgenij Prigožin – non sono stati minimamente sufficienti a mantenere il controllo di un territorio vastissimo. E allo stesso tempo sono stati all’origine di una proliferazione di violazioni dei diritti umani.
“Negli ultimi due anni l’esercito maliano e i combattenti russi hanno inflitto più violenze ai civili di quanto abbiano fatto i gruppi ribelli”, ha dichiarato ad Al Jazeera Heni Nsaibia, analista dell’Acled, un’organizzazione che monitora i conflitti nel continente. In Mali “non ci sono buoni e cattivi, e la punizione collettiva è stata una caratteristica fondamentale” del conflitto in corso, sostiene Nsaibia.
Pochi giorni prima del 25 aprile, tre organizzazioni internazionali avevano presentato un ricorso contro il Mali presso la corte africana dei diritti umani e dei popoli di Arusha, in Tanzania, accusando l’esercito maliano e i suoi alleati russi di “gravi violazioni dei diritti umani”. È la prima volta che un paese africano viene perseguito per aver ingaggiato dei contractor militari, responsabili – secondo l’atto di accusa – dell’uccisione di almeno cinquecento civili.
Questo testo è una versione aggiornata di quello uscito sulla newsletter Africana.
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