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La corsa all’acqua è già cominciata

Un acquedotto vicino a una baraccopoli di Calcutta, India, 1 luglio 2019. (Rupak De Chowdhuri, Reuters/Contrasto)

L’acqua, bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme, comincia a scarseggiare. In particolare quella potabile, ma il problema ha un impatto crescente anche nell’agricoltura e nella produzione industriale. Per questo il possesso delle fonti e la gestione delle risorse idriche sono oggetto di un crescente interesse economico, spesso speculativo, ma non solo. Multinazionali del settore – per esempio quelle che controllano il mercato delle acque in bottiglia – e grandi gruppi finanziari stanno investendo in questo campo: chi infatti controllerà le risorse idriche del pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione, o gestirà le tecnologie per decontaminare l’acqua inquinata, si ritroverà per le mani un tesoro, e non solo in senso figurato.

L’“oro blu” potrà insomma diventare una materia prima in grado di alimentare formidabili business e drammatici conflitti. Nel luglio del 2010 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha stabilito che “l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari sono un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani”. La pandemia di covid-19 ha messo in luce come un bene tanto essenziale per il rispetto delle norme igieniche di base non sia equamente distribuito: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) infatti, il 55 per cento delle strutture sanitarie dei paesi poveri è privo dei servizi idrici di base, l’accesso all’acqua in molti casi è all’esterno degli ospedali e non è possibile nemmeno lavarsi le mani correttamente, il che favorisce il diffondersi di infezioni e aumenta la mortalità.

Ma il settore idrico richiederebbe enormi investimenti privati da affiancare a quelli pubblici, secondo criteri almeno parzialmente etici nelle finalità, allo scopo di favorire la distribuzione di acqua potabile a chi ne ha più bisogno. Ad accelerare la crisi idrica sono almeno quattro fattori che s’incrociano tra di loro: i cambiamenti climatici che intensificano la siccità e ampliano le zone aride; la cattiva gestione degli acquedotti e di altre infrastrutture, che determina perdite e sprechi considerevoli di acqua dolce; l’aumento della popolazione; l’inquinamento delle falde. Pochi elementi descrivono meglio dell’acqua cosa intendiamo con la parola globalizzazione.

Tutto è collegato
Si pensi al sovrapporsi di alcuni recenti episodi collegati fra loro: il record di temperatura registrato nei mesi scorsi al polo sud (sono stati superati i 20 gradi centigradi), dove enormi ghiacciai (per ultimo quello di Pine island, tenuto sotto controllo dai ricercatori) continuano a frantumarsi e sciogliersi. Nel frattempo le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 sulla Terra ci saranno 9 miliardi di abitanti. In uno scenario tanto complesso molti paesi rischiano di raggiungere nei prossimi anni il momento in cui dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua, il fatidico “day zero”, il “giorno zero”, quando cioè le risorse idriche annuali si saranno esaurite prima del tempo.

Lo scioglimento dei ghiacci avrà come conseguenza l’innalzamento del livello dei mari, che comporterà non solo l’allagamento delle aree costiere più esposte (si pensi a città come Venezia, l’Aja o Amsterdam, per restare in Europa) ma anche la salinizzazione dei corsi d’acqua dolce. Allo stesso tempo il fabbisogno umano è destinato a crescere. Città del Capo, in Sudafrica, nel 2018 è andata vicinissima all’esaurimento delle riserve. Crisi idriche quasi della stessa portata si sono registrate anche a São Paulo, in Brasile, e a Chennai, in India. Qualcosa di simile stava per succedere anche a Roma nell’estate particolarmente arida del 2017, quando il livello del lago di Bracciano, riserva d’acqua della capitale, scese in modo vertiginoso a causa dei continui prelievi, tanto da far temere un suo parziale prosciugamento.

Secondo il World resources institute (Wri) di Washington, un centro di ricerca specializzato in temi ambientali, 17 paesi in cui vive un quarto della popolazione mondiale attraversano una condizione di stress idrico “estremamente elevato”: significa che l’esaurimento dell’acqua per uso sia domestico sia industriale è una possibilità reale. Si tratta di Qatar, Israele, Libano, Iran, Giordania, Libia, Kuwait, Arabia Saudita, Eritrea, Emirati Arabi Uniti, San Marino, Bahrain, India, Pakistan, Turkmenistan, Oman e Botswana. Questi paesi consumano ogni anno l’80 per cento delle risorse idriche disponibili (l’Italia si colloca al 44° posto, nella seconda fascia di rischio). In generale le grandi divoratrici di acqua dolce sono agricoltura e industria (rispettivamente il 70 per cento e il 19 per cento) ma, secondo i dati raccolti dal Wri, dal 1960 al 2014 il fabbisogno di acqua per uso domestico è cresciuto del 600 per cento.

La gravità della situazione è stata certificata anche dall’ultimo rapporto curato dall’Unicef e dall’Oms nell’estate 2019 su acqua potabile e igiene. Secondo l’indagine, nel mondo una persona su tre continua ad avere un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, mentre tre miliardi di persone “non hanno gli strumenti basilari che occorrono per un semplice ma indispensabile comportamento igienico: lavarsi le mani”. Il problema è più grave nelle aree rurali, afferma la ricerca, che sottolinea come non sia sufficiente l’accesso all’acqua se questa non è pulita o sicura da bere. A livello globale il rapporto spiega come “dal 2000 a oggi 1,8 miliardi di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici di base, ma persistono gravi diseguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi”.

Spesso gli stati sottoscrivono accordi con grandi gruppi multinazionali che poi diventano “padroni” dell’acqua

Preservare l’acqua dolce per il prossimo futuro richiederà lo stanziamento di ingenti risorse economiche. Ma ogni grande crisi che fa nascere nuovi bisogni è anche un’occasione di guadagno per chi sa sfruttarla e possiede i capitali per farlo. È così che stanno nascendo i “mercati idrici”, ovvero forme di investimento sui diritti di utilizzo dell’acqua che possono essere poi rivenduti – per esempio a un paese, una città, una regione in cui cresca il fabbisogno idrico – o sfruttati per dissetare uno stato o una regione. Nel business rientra anche il complesso sistema di infrastrutture per uso civile o agricolo come acquedotti, tubature, pompe, dighe, impianti per la desalinizzazione o per il riutilizzo di acque reflue. Ma a che prezzo sarà possibile realizzare simili opere? A prima vista sono tutti favorevoli a investimenti sostenibili, magari in partenariato con le autorità pubbliche locali, ma le apparenze a volte ingannano. Grandi attori finanziari come Goldman Sachs, Barclays, Credit Suisse e Blackstone si stanno già muovendo nel settore.

Uno dei temi principali riguarda la proprietà delle fonti e la loro gestione. “In molti paesi del mondo, fra cui l’Italia, appartengono allo stato”, spiega Marirosa Iannelli, presidente del Water grabbing observatory. Se uno stato decide di affidare “la gestione, il prelievo, la costruzione e la manutenzione delle tubature a un soggetto privato come una multinazionale, questa pagherà un canone (in Italia alle regioni) e potrà rivenderla”. Un altro caso riguarda l’acquisizione delle terre in cui si trovano fonti e falde acquifere. Si tratta del cosiddetto land grabbing (accaparramento della terra), molto frequente in diversi paesi africani, in India, in Brasile. In pratica, attraverso l’acquisizione dei terreni, magari per uso agricolo, automaticamente si ottiene anche l’uso delle falde acquifere”.

In questo processo però anche gli stati hanno le loro colpe: spesso sottoscrivono accordi con grandi gruppi multinazionali che poi diventano “padroni” dell’acqua, destinandola allo sviluppo di colture specifiche di loro interesse. È avvenuto nel piccolo stato africano dello Swaziland con la canna da zucchero, che ha bisogno di moltissima acqua. Quest’ultima è essenziale per la produzione della Coca Cola: non a caso l’azienda ha una presenza massiccia nel paese e ha acquistato i diritti per utilizzare le principali fonti presenti sul territorio, con il risultato che la popolazione civile soffre la carenza di acqua per uso domestico. Tutto avviene però in modo legale, cioè attraverso contratti e accordi internazionali che vincolano l’utilizzo delle fonti idriche a grandi soggetti privati capaci di mettere in moto investimenti di enormi dimensioni.

Non per tutti
Altro capitolo rilevante è quello della produzione di acqua in bottiglia. I giganti del settore, che controllano molti dei marchi più noti, sono tre: Nestlé Waters, Danone, Coca Cola. L’Italia è il primo consumatore di acqua in bottiglia a livello europeo e il terzo a livello mondiale. “In questo caso”, spiega ancora Marirosa Iannelli, “il produttore compra l’acqua alla fonte ma la paga una cifra irrisoria: in Italia il canone di circa due millesimi di euro al litro. Al medesimo tempo si consideri che il 42 per cento delle tubature perde acqua”.

In realtà l’Italia non se la passa poi tanto male: “In due terzi del paese si potrebbe tranquillamente bere l’acqua del rubinetto, che è di buona qualità”. In generale, osserva Iannelli, “se si aumentasse il canone di 10 volte – un prezzo comunque estremamente conveniente per le aziende – si recupererebbero circa 350 milioni di euro”. Legato al dato economico c’è il tema della salute pubblica, della potabilità in primo luogo. Se questa è la situazione degli acquedotti in Italia, un paese sviluppato del nord del mondo, “cosa può succedere nella rete idrica di paesi come il Ghana o l’India? In Italia per legge ci deve essere un controllo qualità, ma altrove? In India a causa dell’inquinamento delle falde acquifere è ancora comune morire di diarrea”.

Il Brasile mostra un altro aspetto del problema: l’attività mineraria per l’estrazione di ferro (di cui il paese è il secondo produttore al mondo) è uno dei maggiori fattori di inquinamento delle falde acquifere, senza contare la distruzione degli ecosistemi in cui l’acqua gioca un ruolo fondamentale. Lo stato di Minas Gerais è il cuore di questa industria, dominata dalla multinazionale Vale. Un anno e mezzo fa il crollo della diga di Brumadinho, legata all’attività estrattiva nello stato di Minas Geiras, ha causato più di trecento morti e danni incalcolabili all’ambiente e ai corsi d’acqua dolce della regione. C’è poi il caso dell’Argentina, che nel 2006 ha deciso di riappropriarsi della gestione delle risorse idriche di Buenos Aires rompendo il contratto d’appalto con la multinazionale francese Suez e ha dovuto pagare un primo risarcimento di 245 milioni di dollari. Il contenzioso è stato affidato a una corte arbitrale internazionale posta sotto il controllo della Banca mondiale, e la battaglia legale non è ancora finita.

Al di là degli scenari internazionali, anche le scelte individuali hanno il loro peso. “I comportamenti delle persone – spiega Iannelli – possono fare la differenza, a cominciare da ciò che compriamo per mangiare. Si tenga presente che per produrre qualsiasi alimento c’è bisogno di acqua: per fare una tazza di caffè ne servono 132 litri, per 130 grammi di carne ne servono 2.311 litri, per un chilo di riso 2.400”. In definitiva “la carne ha un impatto idrico ben più rilevante delle colture se si considera tutta la filiera: dall’animale che deve essere abbeverato al processo industriale. In senso generale lo spreco di cibo è anche spreco di acqua: gestire bene le risorse significa anche creare un sistema alimentare diverso”.

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