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Cosa aspettarsi dalla Cop28 sul clima

Il complesso che ospita la Cop28 a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, 28 novembre 2023. (Hollie Adams, Bloomberg/Getty Images)

Il 30 novembre si è aperta a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop28). È il ventottesimo incontro fra i paesi firmatari della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il trattato frutto degli accordi di Rio del 1992 che segnarono l’inizio degli sforzi coordinati a livello internazionale per limitare le emissioni di gas serra e il riscaldamento globale.

Il processo è cominciato formalmente nel 1995 a Berlino con la prima conferenza delle parti e, due anni dopo, ha prodotto il protocollo di Kyoto, che per la prima volta prevedeva un impegno a ridurre le emissioni. Ma è stato solo con gli accordi di Parigi, conclusi alla Cop21 nel 2015, che i firmatari si sono dati degli obiettivi precisi: limitare l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto” di due gradi in più rispetto al periodo preindustriale (1850-1900) e possibilmente a meno di 1,5 gradi, la soglia oltre la quale – secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) – le conseguenze del riscaldamento metteranno a rischio la vita degli esseri umani e la stabilità degli ecosistemi.

Per rispettare questo obiettivo le emissioni globali di gas serra avrebbero dovuto essere dimezzate entro il 2030, e gli stati firmatari si impegnavano a farlo attraverso un sistema di contributi determinati a livello nazionale (Ndc), piani non vincolanti con cui ogni governo doveva indicare la sua quota di riduzione e le misure con cui intendeva raggiungerla.

Alla conferenza di Dubai il progresso verso questa meta sarà valutato formalmente per la prima volta attraverso il cosiddetto global stocktake, la verifica del rispetto degli Ndc e della loro adeguatezza rispetto agli obiettivi stabiliti a Parigi. Non c’è bisogno di aspettare il verdetto ufficiale per sapere che sarà negativo. Secondo il rapporto presentato dalle Nazioni Unite prima della conferenza, nel complesso i piani dei governi sono ancora gravemente insufficienti: anche se fossero tutti applicati, il riscaldamento arriverebbe comunque a quasi tre gradi.

A Dubai, quindi, i paesi firmatari saranno invitati a presentare piani molto più ambiziosi entro il 2025, ma è improbabile che questo avvenga, anche perché alla conferenza mancheranno i leader dei due paesi con le più alte emissioni: la Cina e gli Stati Uniti. L’assenza del presidente statunitense Joe Biden ha fatto molto discutere, anche all’interno della sua stessa amministrazione. Biden, che aveva avuto un ruolo di primo piano alle altre due conferenze svoltesi durante il suo mandato, si è giustificato sostenendo che la sua agenda è già sovraccarica, in particolare a causa del conflitto israelo-palestinese.

Ma secondo molti osservatori la verità è che il presidente ha preferito non esporsi per non evidenziare la contraddizione tra il suo impegno dichiarato nella lotta al cambiamento climatico e i suoi interessi elettorali in vista delle presidenziali del 2024. Biden teme di alienarsi gli statunitensi spaventati dall’aumento dei prezzi dell’energia, e per contrastarlo negli ultimi mesi ha incentivato l’espansione della produzione di gas e petrolio, scatenando l’ira degli ambientalisti. Lo stesso timore si ritrova in diversi governi europei, che recentemente hanno fatto marcia indietro su alcuni punti chiave del green deal. Finché l’inflazione e la crisi energetica non rientreranno, quindi, è difficile aspettarsi una significativa revisione al rialzo degli obiettivi.

Ed è improbabile che la presidenza della Cop28 si batta con decisione per ottenerla. La scelta di affidare l’organizzazione di un appuntamento così importante a uno dei principali paesi petroliferi, che ha in programma di espandere significativamente la sua produzione nei prossimi anni, ha suscitato fin dall’inizio forti perplessità, ulteriormente aggravate dalla nomina di Sultan al Jaber, amministratore della compagnia petrolifera di stato, alla presidenza dell’incontro.

Gli ambientalisti hanno fatto notare che difficilmente Al Jaber avrebbe fatto pressione per l’adozione di obiettivi, come la riduzione degli incentivi ai combustibili fossili, che avrebbero danneggiato l’industria per cui lavora. Il presidente è stato ulteriormente screditato alla vigilia della conferenza, quando la Bbc ha pubblicato dei documenti riservati da cui emerge che aveva intenzione di approfittare dell’evento per discutere di nuovi progetti di estrazione con alcuni paesi partecipanti.

Il massimo che ci si può aspettare in tema di riduzione delle emissioni, quindi, è che la conferenza sottoscriva ufficialmente l’impegno ad accelerare la transizione energetica triplicando la capacità installata di fonti rinnovabili entro il 2030, come chiesto dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Secondo gli esperti è un obiettivo realizzabile, alla luce del calo dei costi del solare e dell’eolico e del rapido progresso dei megaimpianti in costruzione in Cina, ma richiederà un forte aumento degli investimenti pubblici.

Ma c’è un altro tema fondamentale su cui la Cop28 può fare la storia: quello della cosiddetta giustizia climatica. Alla conferenza precedente, tenutasi nel 2022 in Egitto, i paesi poveri erano riusciti dopo una durissima battaglia diplomatica a strappare agli stati più ricchi e industrializzati, responsabili della maggior parte delle emissioni storiche di gas serra, l’impegno a creare un fondo per aiutarli a compensare le perdite e i danni causati dal cambiamento climatico.

Il 4 novembre una commissione delle Nazioni Unite ha presentato le sue raccomandazioni sul funzionamento del fondo, la cui gestione dovrebbe essere affidata alla Banca mondiale. Gli organizzatori della Cop28 speravano che il documento fosse approvato già il primo giorno della conferenza, in modo che durante la conferenza i paesi partecipanti potessero cominciare ad annunciare i loro contributi, e così è stato. È improbabile che gli impegni raggiungano la somma necessaria per affrontare le conseguenze degli eventi estremi nei paesi più impreparati, che sarebbe nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari all’anno. Ma può essere comunque un buon inizio.

Questo testo è tratto dalla newsletter Pianeta.

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