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Il lungo viaggio di Fatoumata Diawara 

Fatoumata Diawara (Dr)

Fatoumata Diawara è seduta a un tavolino nella sala di un hotel vicino alla stazione Termini di Roma. È stanca, dice, perché negli ultimi giorni ha girato l’Europa tra concerti, interviste e partecipazione a programmi radio e tv. Eppure sorride. Dalle finestre arriva una luce abbastanza forte, perciò si mette gli occhiali da sole. “Ogni disco per me è un’occasione per fare un bilancio. È come se la mia vita fosse un libro. E stavolta ho voluto condividere con il mio pubblico il fatto che ho perso mio padre, che per me era anche un amico, e che sono diventata madre. Sono sospesa tra due estremi: la vita e la morte”, dice riferendosi a Massa, l’album uscito il 5 giugno, forse il più personale della sua carriera. Nel disco, prodotto dal musicista francese Mathieu Cheddid, rende omaggio al padre, Siné Bakary Diawara, e riflette su come ogni destino individuale, a partire dal suo, possa confrontarsi con i piccoli e grandi avvenimenti del mondo.

Il lavoro è aperto da Djanne, un brano costruito su chitarre funk che affronta il tema della migrazione. Nel pezzo Diawara si rivolge a un ragazzo che sta lasciando il suo paese, e lo invita a non dimenticare il padre, la madre, i fratelli e le sorelle. Per questo mi viene spontaneo chiederle se le capita spesso di pensare al Mali, il paese dov’è cresciuta dopo essere nata in Costa D’Avorio, e dal quale è andata via da giovane per sfuggire a un matrimonio combinato.

“Non importa dove vado, nel mio spirito il Mali resta sempre la mia casa. È nei miei pensieri quando vado a dormire, quando faccio un concerto o lavoro in studio. Per questo canto in lingua bambara, per preservare il legame tra le mie radici e l’occidente. Grazie alla mia musica, alle collaborazioni che ho fatto con altri artisti, cerco un equilibrio tra il mio mondo interiore e quello esteriore”, dice la cantante, vestita di scuro ma con un gilet leopardato e una sciarpa colorata. Quando parla muove spesso le mani, mostrando grandi anelli e dita colorate di rosso con l’henné. Porta un cappello, da cui spuntano le trecce.


Massa, che significa “l’eterno” o “dio”, è un disco ricco con influenze diverse, che conferma l’evoluzione della carriera di Diawara. La cantante, a partire dal debutto del 2011, Fatou, è stata brava ad allargare il suo orizzonte sonora senza tradire la tradizione maliana. La sua musica si è aperta ad altri generi, dal folk occidentale al pop. E questo era molto evidente in un disco di tre anni fa intitolato London Ko, prodotto tra gli altri da Damon Albarn, leader dei Gorillaz e dei Blur.

Di lui Diawara dice: “Damon ama il Mali, è un fratello, un amico per me. Nei prossimi giorni sarò in tour con i Gorillaz a Parigi, a Londra e in un paio di date in Nordeuropa, e faremo anche un documentario sul nostro rapporto. L’ho aiutato a capire meglio la musica del mio paese e ormai lui mi considera parte della famiglia Gorillaz, mi dice sempre ‘Vieni quando vuoi a suonare con noi’”. Con i Gorillaz, tra l’altro, Diawara ha registrato anche il brano Desolée, incluso nell’album Song machine, season one: strange timez del 2020.

In alcuni brani del disco Diawara usa la ripetizione delle parole per creare un effetto ipnotico. Una cosa che, mi racconta, ha preso dal rap. “Sono una grandissima fan di Tupac, mi ha fatto innamorare dell’hip-hop”, mi spiega sorridendo, mentre mescola francese e inglese. In alcuni brani, come in Fala, in effetti sembra quasi rappare. “Mi piace molto sfruttare le tonalità gravi della mia voce e usare il canto come uno strumento ritmico: sono due lezioni che ho imparato da Nina Simone, un’artista che mi ha ispirato tantissimo. Lei era geniale, anche perché dialogava molto con la sua parte maschile, che è presente in ogni donna, come in ogni uomo c’è una parte femminile: in ognuno di noi lo yin e lo yang convivono. E poi pensa al brano Sinnerman: è incredibile, per me è musica maliana, non ci credevo che lei fosse statunitense la prima volta che l’ho sentita. E poi siamo nate tutte e due il 21 febbraio, evidentemente siamo connesse in qualche modo”.

Fatoumata Diawara ha un rapporto speciale con l’Italia. Suo marito e i due figli sono italiani, e hanno una casa vicino al lago di Como. Infatti si esibisce spesso nel nostro paese. Lo farà di nuovo la prossima estate, con quattro date: il 30 giugno all’Estate Fiesolana a Firenze, il 2 luglio al Bergamo jazz festival, il 18 luglio al Fano jazz by the sea e il 15 settembre al Romaeuropa festival. Al centro della scaletta ci saranno proprio i brani di Massa.

“Farò molte canzoni nuove, oltre a quelle vecchie, perché ci tengo a rinnovare il repertorio. In studio cerco sempre di contaminare la musica maliana con altri stili, dal folk al pop, per renderla accessibile a un pubblico più ampio possibile. Al tempo stesso, soprattutto quando sono sul palco, le mie radici africane vengono fuori. Durante le esibizioni invoco i miei antenati, cerco di entrare in trance, di fare un viaggio insieme agli spettatori. Voglio aiutare il pubblico ad apprezzare l’Africa, la sua spiritualità, la sua religiosità”.

Le chiedo di spiegarmi il significato di Tcheba, un brano guidato da un basso funky che denuncia lo sfruttamento e l’emarginazione delle donne. Questo tema è molto caro a Diawara, che nel 2011 scrisse il brano Boloko per denunciare la pratica della mutilazione genitale femminile in Africa.

“Per una donna non è per niente semplice affermarsi nell’industria musicale. Ci sono tanti ostacoli, perché gli uomini non riescono a capire molte cose, a partire dal modo in cui le mestruazioni e gli ormoni ci condizionano. Loro tendono a descriverci come fragili, ma si sbagliano. Molte donne, per questo, si mettono in una posizione laterale, come se avessero bisogno di protezione. Magari scelgono di suonare il basso o il pianoforte, per non esporsi troppo. Io, invece, ho scelto di suonare la chitarra e cantare contemporaneamente, voglio essere al centro della scena. Non ho bisogno di un protettore, posso andare in guerra contro gli uomini e contro tutti gli altri per difendere l’uguaglianza. La chitarra è la mia arma”, dice l’artista.

Il tempo a disposizione per l’intervista è finito, stiamo per salutarci, ma Diawara mi chiede di accendere di nuovo il registratore. “Voglio aggiungere una cosa su Tcheba, perché tengo molto a questo brano. Parla di tutte le donne nel mondo che sono manipolate e maltrattate dagli uomini. È la canzone più femminista del disco, ma è soprattutto un appello agli uomini: dovete essere gentili con le vostre mogli, sorelle, nonne e amiche. Basta bugie”, dice la cantante, con piglio fiero e combattivo.

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