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Tutti i dubbi su una quarantena epocale

La stazione di Pechino, 23 gennaio 2020. (Kevin Frayer, Getty Images)

Le squadre specializzate sono impegnate in una corsa contro il tempo per costruire in una settimana un nuovo ospedale da mille posti letto. Un virus si è diffuso a Wuhan, una delle più grandi città del mondo, e ora nessuno ha più il permesso di partire. Finora i morti sono più di cento. I funzionari del governo cinese hanno deciso di imporre la quarantena in un’area. I treni e i mezzi di trasporto pubblici si sono fermati. I voli sono stati cancellati. Gli abitanti sono stati invitati a restare in casa e a indossare maschere protettive se costretti a uscire. Lo stato ha chiesto alla popolazione di non sputare e di “non diffondere voci allarmiste”.

In poco tempo è arrivata la conferma di casi di contagio in altre aree della Cina. Gli spostamenti sono stati vietati anche nelle città di Huanggang e Ezhou. Al momento lo stato ha messo in quarantena un’area in cui secondo le stime vivono 45 milioni di persone.

L’intervento senza precedenti del governo cinese diffonde l’idea di una situazione apocalittica. Le borse di tutto il mondo ne hanno risentito. Le immagini del personale sanitario che indossa tute protettive per controllare la temperatura corporea dei passeggeri sugli aerei hanno provocato ogni tipo di reazione, dalle battute di cattivo gusto all’ipotesi che la fine del mondo sia ormai alle porte.

La risposta delle autorità
In base a ciò che sappiamo finora il virus è pericoloso, ma non più di altri simili affrontati in passato. Nonostante la conferma che il contagio possa avvenire tra persone che vivono a stretto contatto – familiari o operatori sanitari – al momento il virus non presenta la facilità di trasmissione di altri coronavirus che possono manifestarsi come semplici raffreddori. Il patogeno sembra avere un’alta mortalità, anche se le vittime accertate erano soprattutto anziani o malati cronici, la stessa fascia demografica in cui il virus dell’influenza provoca migliaia di vittime ogni anno.

L’istituzione a cui è affidata la risposta internazionale, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha decretato un “rischio alto” al livello globale. Potenzialmente i nuovi coronavirus possono provocare un’enorme pandemia in grado di uccidere milioni di persone, ma fino a oggi i più mortali – Sars e Mers – hanno ucciso meno di mille persone ciascuno. Sono stati eventi tragici, certo, ma le conseguenze sarebbero potute essere esponenzialmente peggiori.

In un certo senso la paura e il panico attuali sembrano legati non tanto al virus, ma alla risposta delle autorità. La natura moderatamente aggressiva del patogeno contrasta con il fatto che è in corso la più vasta operazione di quarantena nella storia dell’umanità, per di più in uno stato autoritario. All’interno e all’esterno c’è una sfiducia generalizzata riguardo alle informazioni provenienti dalla Cina, soprattutto considerando la lunga storia di censura e propaganda di Pechino.

Nell’impossibilità di conoscere tutte le informazioni in possesso dello stato cinese, la comunità internazionale esita a criticarne la risposta. Ma ci sono buoni motivi per credere che la quarantena in sé avrà pesanti conseguenze.

Più danni che benefici
Le quarantene erano piuttosto comuni ai tempi delle piaghe medievali in Europa, e hanno continuato a costituire il principale strumento di controllo delle epidemie fino al 1900. Da quel momento, soprattutto con l’avvento degli antibiotici e i test diagnostici, i danni delle quarantene hanno superato i benefici. Nel frattempo sono stati siglati accordi internazionali per limitare la pratica della quarantena per questioni di giustizia, considerando il peso che esse impongono ai popoli e alle economie, oltre ai dubbi sulla loro efficacia. Oggi la quarantena può essere utile in casi isolati, soprattutto prima che un’epidemia si diffonda. Ma in Cina, in base allo stato avanzato dell’epidemia (l’esistenza del nuovo virus è stata comunicata per la prima volta all’Oms solo un mese fa, e da allora sono stati confermati casi in Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Thailandia, Singapore, Vietnam, Germania e Francia, e forse in Costa d’Avorio) alcuni esperti sono convinti che la finestra per contenere efficacemente il virus sia ormai chiusa.

Dal punto di vista politico la Cina ha tutto l’interesse a mostrare una risposta autoritaria. Nel 2003, durante l’epidemia del coronavirus Sars, il regime è stato criticato duramente per aver reagito con lentezza e non aver condiviso le informazioni in suo possesso. Stavolta il comportamento di Pechino sembra procedere nella direzione opposta. Come ha sottolineato l’analista Bill Bishop, “la Cina non si fermerà davanti a nulla pur di controllare e neutralizzare il virus”. Ieri il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha elogiato la “cooperazione e la trasparenza” della Cina nella gestione dell’epidemia.

Tuttavia il comportamento passato del governo cinese lascia scettici molti esperti di salute globale. I resoconti dall’interno del paese variano molto a proposito dei livelli di preparazione sanitaria e panico. Poco dopo l’annuncio della quarantena, il Washington Post ha riferito un aumento nel costo del cibo a Wuhan. Alcuni residenti raccontano che gli scaffali dei supermercati sono vuoti. Bishop parla di una crisi di fiducia tra gli abitanti riguardo alle informazioni che ricevono. I cinesi non sono più sicuri di poter credere alle valutazioni dei rischi e temono che la situazione possa essere molto peggiore di quanto non gli venga raccontato. Gli utenti dei social network sostengono che le persone non riescono ad accedere alle strutture sanitarie per sottoporsi ai test sulla presenza del virus. Altri interventi online sulla portata dell’epidemia sono inspiegabilmente scomparsi, alimentando le accuse di censura e incrementando ulteriormente l’incertezza generale.

Una risposta martellante
Alla base della quarantena c’è la convinzione che in uno scenario d’emergenza sia necessario anteporre l’interesse comune ai diritti individuali. Negli Stati Uniti i fondamenti costituzionali per una quarantena sono esili se non inesistenti, a seconda dell’opinione dei vari esperti legali. James Hodge, professore di diritto sanitario dell’università di Arizona State, ritiene che un’imposizione massiccia come quella messa in atto dalla Cina sarebbe totalmente incostituzionale negli Stati Uniti, e sottolinea la probabilità che in una condizione simile si verifichino violazioni dei diritti umani. Alexandra Phelan, esperta di diritto dell’università di Georgetown, manifesta lo stesso scetticismo paragonando la risposta di Pechino a un “martello”.

In teoria un martello è uno strumento efficace, ma per rispondere a un’epidemia serve una precisione più simile a un intervento di chirurgia cerebrale. Chiudere tutto può aiutare a contenere il virus, ma può anche favorire il contagio costringendo le persone a convivere in città affollate. Questa condizione può creare altre problematiche sanitarie legate alla carenza di risorse e all’intensificarsi del panico.

Tra l’altro la quarantena può ostacolare la rilevazione sul campo e il soccorso ai malati. Le persone, infatti, potrebbero considerarla una forma di “punizione” e dunque essere meno inclini a riferire i sintomi del virus. Se la popolazione dubita che i medici e i funzionari abbiano a cuore gli interessi dei cittadini e sospetta che siano manovrati dai vertici della politica, allora avrà la tendenza a nascondere la propria malattia nella speranza che passi da sé. Un meccanismo di questo tipo allunga il tempo necessario per rilevare la portata dell’epidemia e comprenderne la diffusione.

Nessun paese può gestire autonomamente un’epidemia

Questo effetto è particolarmente concreto negli stati autoritari, ma è anche vero che le crisi favoriscono ovunque un maggiore esercizio del potere statale. Nel 2018 il Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie ha tacitamente aumentato la sua autorità nella detenzione senza processo, nonostante le proteste di alcuni esperti legali e di diritti umani.

Nel 2014, prima di essere eletto presidente, Donald Trump aveva chiesto misure estremamente isolazioniste durante l’epidemia di ebola, tra cui la chiusura di tutte le rotte aeree con i paesi colpiti. L’amministrazione Obama, nel frattempo, aveva monitorato diecimila persone per 21 giorni senza riscontrare alcun caso di contagio. Un operatore sanitario di ritorno dalla Liberia era stato messo in quarantena in Connecticut nonostante fosse risultato negativo al test per l’ebola. Il caso fu portato in tribunale dal Global health justice partnership di Yale e dall’American civil liberties union, che avevano sottolineato come le quarantene violassero i diritti umani e compromettessero gli sforzi umanitari in Africa occidentale.

Al momento non è possibile prevedere se il nuovo coronavirus si diffonderà al livello globale in modo significativo. In ogni caso solleverà un dibattito sulla capacità della comunità internazionale di gestire una pandemia e su cosa può costituire una risposta “forte”. L’anno scorso il Johns Hopkins center for health security ha creato un modello per ipotizzare le conseguenze di un’epidemia di coronavirus negli Stati Uniti, concludendo che le vittime potrebbero essere 65 milioni.

Tra gli spunti emersi dal modello c’era la constatazione che nessun paese può gestire autonomamente un’epidemia. Una risposta coordinata a livello globale è indispensabile per analizzare il virus: dalla diffusione al rilevamento dei casi, dalle terapie al contenimento del contagio. Al momento sembra che questo processo sia stato avviato. Gli scienziati internazionali hanno elogiato i colleghi cinesi per la rapida condivisione del genoma del virus con il resto del mondo. La scorsa settimana i ricercatori dei National institutes of health hanno riferito di essere già al lavoro per creare un prototipo di vaccino, che potrebbe essere disponibile tra tre mesi. Gli scienziati del Johns Hopkins hanno creato un sito per condividere le informazioni genomiche e tracciare una mappa dei casi.

Tutto questo sforzo, comunque, non può prescindere dalla trasparenza e dall’onestà delle persone, che devono cominciare a credere alle informazioni diffuse dalle autorità. Un individuo che si fida di quello che gli viene detto sarà più disposto a fare ciò che è necessario, per esempio convincendosi che restare in casa durante un’epidemia è sicuro oltre che utile. Qualsiasi stato che mostri poca fiducia nella scienza e nel giornalismo e manchi di attendibilità mette a repentaglio se stesso e il mondo intero.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
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