La tentazione autoritaria di Hanoi
Quando, intorno al 2010, a Hanoi erano in corso i lavori per la nuova sede dell’assemblea nazionale – il parlamento vietnamita –, gli architetti dello studio tedesco che aveva vinto il bando per il progetto si trovarono a discutere con i committenti di che tipo di poltrone mettere nell’emiciclo: fisse o mobili? Con stupore dei progettisti, le autorità vietnamite – o almeno chi le rappresentava in quella sede – contemplarono in modo molto pragmatico l’ipotesi di mettere dei seggi mobili, perché sembrava inevitabile che un giorno il sistema monopartitico del Vietnam comunista avrebbe lasciato spazio a un pluralismo democratico, per cui sarebbe stato comodo poter spostare le poltrone a seconda dei risultati elettorali.
Alla fine si optò per la soluzione conservatrice, dunque oggi le poltrone sono fisse. Ma anche solo il fatto che ci fosse stata una simile riflessione – “tanto un giorno ci arriveremo”, era stato il commento – aveva colpito positivamente i tecnici europei. Dopotutto, pensavano, il Vietnam non è come la Cina: qui lo sviluppo potrebbe portare a un’apertura democratica.
Poi, nell’agosto del 2024, To Lam, ex poliziotto, ministro della pubblica sicurezza dal 2016, è diventato segretario generale del Partito comunista e ha riportato tutti con i piedi per terra. Ha cominciato ad accorpare ministeri e istituzioni, in modo da semplificare la macchina amministrativa e renderla anche più facilmente controllabile. Ha fatto un giro di vite nel campo della sicurezza (i rapporti con la Germania sono rimasti a lungo congelati dopo un’operazione coordinata da To Lam nel 2017 in cui un imprenditore vietnamita a Berlino è stato prelevato dai servizi di Hanoi senza che le autorità tedesche fossero informate). E al recente congresso del Partito comunista è stato confermato segretario generale per i prossimi cinque anni, con probabile nomina imminente come presidente. Un accentramento dell’autorità inedito in un paese in cui dalla fine della guerra il potere è gestito in maniera collegiale.
“In Vietnam la tradizionale divisione dei poteri tra i quattro pilastri – segretario generale del Partito comunista, presidente, primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale – era stata concepita dopo la guerra (1955-1975) per impedire la concentrazione di potere che affliggeva gli stati socialisti fratelli”, scrive The Diplomat. “La sovrapposizione di due ruoli garantirebbe al leader un’autorità senza precedenti per guidare il cambiamento, ma a scapito dei contrappesi istituzionali che hanno conferito al sistema una durata inaspettata fin dalle riforme di apertura economica Doi Moi, avviate nel 1986. La storia insegna che ogni volta che il sistema vietnamita si è orientato verso il governo di un unico leader, l’economia e la società hanno sofferto”.
“La settimana scorsa il Vietnam è diventato un po’ più simile alla Cina”, scrive il politologo Derek Grossman su Nikkei Asia in merito alle mire di To Lam. “Un consolidamento del potere senza precedenti che rafforzerà la sua mano sulla gestione dello stato”.
“Paragonando le relazioni politiche dei leader in occasione dei congressi del partito, mentre quella di Nguyen Phu Trong (2016–2024) era incentrata sull’ideologia, “con quella di To Lam, con alle spalle una carriera nel campo della sicurezza, entriamo in un’epoca di ‘offesa e controllo’”, scrive Nguyen Ngoc Nhu Quynh.
“I documenti del 2026 usano il linguaggio della sicurezza e della tecnocrazia: ‘Disciplina nell’applicazione della legge’ e ‘trasformazione digitale completa’. Ma questa ‘trasformazione’ ha un risvolto negativo. To Lam immagina un’era digitale in cui gli strumenti high-tech non vengono usati per connettersi, ma per isolare e monitorare. Il Partito comunista vietnamita sta passando da una leadership collettiva a un’elevata centralizzazione, in cui la rivoluzione digitale è semplicemente un modo più efficiente per imporre la volontà del leader”.
Se finora quel che aveva distinto il Vietnam dalla Cina rispetto alle libertà dei cittadini era stata la mancanza di paranoia nel controllo della società attraverso internet (nessuna restrizione a siti e app occidentali, come invece accade in Cina), a dicembre il ministero della pubblica sicurezza ha annunciato la proposta di un sistema a punti per i “cittadini digitali” su modello cinese.
“I cittadini sarebbero divisi in tre gruppi a seconda del loro coinvolgimento nella piattaforma di identificazione elettronica del Vietnam (VNeID)”, scrive Christelle Nguyen. “Simile al WeChat cinese, che copre tutti i settori, il VNeID funge da sportello unico, gestendo la previdenza sociale, gli acquisti, il consumo di media, i pagamenti mobili, ecc. Secondo la proposta, gli utenti digitalmente virtuosi riceverebbero incentivi quali riduzioni fiscali, riduzioni delle spese amministrative, ecc. La Cina è sia un modello sia una minaccia per il Vietnam, anche nel mondo cibernetico”, continua Nguyen.
“Negli ultimi anni, il Vietnam ha seguito passo dopo passo l’esempio della Cina nel controllo degli spazi digitali, dalla creazione di sistemi di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale al reclutamento di giovani influencer a fini propagandistici. Anche se il Vietnam ha affrontato con cautela la collaborazione con la Cina nell’economia digitale, ha costantemente guardato alla Cina, suo principale partner commerciale e alleato ideologico, come modello da seguire per controllare i propri cittadini nel cyberspazio”.
Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.
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