In appena 17 mesi come segretario generale del Partito comunista vietnamita, To Lam ha spazzato via i rivali e centralizzato l’autorità, in un processo aggressivo di riforme che alcuni funzionari hanno descritto come una “rivoluzione”.
Lam ha accelerato la campagna anticorruzione che ha portato all’arresto di migliaia di funzionari, ha snellito la burocrazia e ha favorito gli investimenti nelle infrastrutture.
Il segretario generale ha dichiarato che il partito è “determinato a combattere la corruzione” e a sostenere la crescita del settore privato, promettendo di prendere di mira “l’inefficienza e la negatività”. “Dobbiamo contrastare ogni illecito”, ha dichiarato Lam in occasione dell’assemblea del partito, davanti a una gigantesca statua del fondatore Ho Chi Minh.
Il Vietnam, paese del sudest asiatico con una popolazione di cento milioni di abitanti, è uno stato repressivo a partito unico che non tollera il dissenso e incarcera regolarmente i critici (secondo Human rights watch ce ne sono 160 in carcere), ma è anche un polo economico regionale di grande rilievo, dove il Partito ha cercato di promuovere un rapido sviluppo per rafforzare la propria legittimità. Durante il congresso, una serie di incontri a porte chiuse in corso fino al 25 gennaio che si tiene ogni cinque anni, quasi 1.600 delegati decideranno la linea politica del paese e la composizione della squadra che lo governerà nei prossimi anni.
Secondo alcune fonti, Lam rimarrà alla guida del partito e vorrebbe ottenere anche la carica di presidente del Vietnam, in un doppio ruolo simile a quello ricoperto da Xi Jinping in Cina. Anche Xi, come Lam, aveva dato il via a una grande operazione anticorruzione, promettendo di colpire “sia le tigri sia le mosche” (cioè figure di primo e secondo piano), in una manovra che secondo gli analisti è stata usata anche per eliminare gli oppositori all’interno del partito. Diversamente dalla Cina e dalla Corea del Nord, in Vietnam il potere non è concentrato nelle mani di un unico leader. Il sistema di governo collegiale del paese si basa su quattro pilastri: il capo del partito, il presidente, il primo ministro e il presidente dell’Assemblea nazionale. Nel 2025 è stato aggiunto un quinto pilastro, rappresentato da una carica interna al Partito comunista. Se Lam otterrà la presidenza, sarebbe il primo leader a ricoprire i due incarichi principali simultaneamente per volontà del congresso, e non come sostituto di un predecessore deceduto.
Se così sarà vorrà dire che la sua corrente, dominata da esponenti della sicurezza, ha prevalso sulle altre. In tal caso Lam avrebbe “il mandato più solido assegnato a un leader vietnamita dalla fine della guerra, nel 1975”, spiega Nguyen Khac Giang dell’Iseas-Yusof Ishak institute di Singapore. Gli analisti sostengono che il potere di Lam dipenderà da chi ricoprirà gli altri incarichi apicali e le posizioni del politburo durante il “conclave”. In quest’ottica sarà importante scoprire quali ruoli saranno assegnati alla corrente dei militari, più conservatrice e avversaria del segretario generale.
Contro la corruzione
Nominato capo del partito dopo la morte del segretario generale Nguyen Phu Trong, nel 2024, Lam ha sconvolto il paese con dei cambiamenti introdotti a ritmo serrato. Il nuovo segretario ha eliminato interi livelli di governo, abolendo otto ministeri e agenzie e tagliando quasi 150mila posti di lavoro statali, mettendo in atto nel frattempo ambiziosi progetti nel campo dell’energia e dei trasporti.
◆ “In Vietnam la tradizionale divisione dei poteri tra i quattro pilastri – segretario generale del Partito comunista, presidente, primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale – era stata concepita dopo la guerra (1955-1975) per impedire la concentrazione di potere che affliggeva gli stati socialisti fratelli”, scrive The Diplomat. “La sovrapposizione di due ruoli garantirebbe al leader un’autorità senza precedenti per guidare il cambiamento, ma a scapito dei contrappesi istituzionali che hanno conferito al sistema una durata inaspettata fin dalle riforme di apertura economica Doi Moi, avviate nel 1986. La storia insegna che ogni volta che il sistema vietnamita si è orientato verso il governo di un unico leader, l’economia e la società hanno sofferto”.
Di recente la lotta contro la corruzione è sembrata aver rallentato (in parte a causa del timore che possa ostacolare la crescita economica, spiegano gli analisti) ma il discorso di Lam lascia intendere che il lavoro non è ancora concluso. “Scienza, tecnologia, innovazione e trasformazione digitale devono diventare i motori della crescita”, ha dichiarato Lam.
Resistente ai dazi
Il Vietnam si è dimostrato sorprendentemente resistente ai dazi del 20 per cento imposti da Donald Trump, facendo segnare nel 2025 una crescita dell’8 per cento, tra le più consistenti in Asia. Tuttavia per il governo è diventato difficile trovare un equilibrio tra il principale mercato delle esportazioni del paese, gli Stati Uniti, e il principale fornitore di prodotti, la Cina. Questa tensione evidenzia la necessità per il Vietnam di diventare qualcosa di più che un semplice luogo di assemblaggio per indumenti e dispositivi elettronici destinati agli scaffali occidentali. Il governo vorrebbe raggiungere lo status di paese a reddito medio-alto entro la fine del decennio.
L’ex ambasciatore statunitense in Vietnam Daniel Kritenbrink prevede che il partito riaffermerà comunque il “ruolo prevalente, se non dominante” di Lam e “la visione politica severa che ha messo a punto nel corso del 2025”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati