La Cina punta sull’intelligenza artificiale per crescere
Alla fine di aprile un tribunale cinese ha dichiarato illegale il licenziamento di un dipendente di un’azienda tecnologica che aveva rifiutato un demansionamento e un taglio dello stipendio quando una parte del suo lavoro era stata automatizzata grazie all’intelligenza artificiale (ia).
“I motivi addotti dall’azienda per il licenziamento non rientravano in circostanze negative quali il ridimensionamento aziendale o le difficoltà operative, né soddisfacevano il requisito giuridico che rendesse ‘impossibile il proseguimento del contratto di lavoro’”, ha dichiarato il tribunale, che in una nota separata ha aggiunto: “Le aziende non possono licenziare unilateralmente gli impiegati o tagliare gli stipendi a causa del progresso tecnologico”.
La sentenza fa eco a una dichiarazione dell’ufficio municipale di Pechino per le risorse umane e la sicurezza sociale, che lo scorso dicembre aveva stabilito che la sostituzione di una funzione lavorativa con l’ia non è una ragione legalmente valida per terminare un contratto di lavoro.
Il caso, scriveva ad aprile la newsletter ChinaTalk, “riguarda un’azienda tecnologica che ha soppresso la posizione di un dipendente a causa dell’intelligenza artificiale, definendo l’automazione ‘un cambiamento sostanziale delle circostanze oggettive rispetto a quelle esistenti al momento della stipula del contratto di lavoro’. Ciononostante, il tribunale ha giudicato il licenziamento illegittimo, sottolineando che un ‘cambiamento sostanziale’ dev’essere imprevedibile e causato da eventi di forza maggiore, quali calamità naturali e cambiamenti politici. Al contrario, l’adozione dell’intelligenza artificiale da parte dell’azienda era una decisione volontaria. Di conseguenza, l’azienda è stata condannata a pagare 791.815 renmimbi (113.956 dollari) a titolo di risarcimento”.
Non è chiaro fino a che punto questo caso stabilisca un precedente importante per situazioni simili, ma è comunque un segnale delle autorità alle aziende. La rivoluzione di lavori che prevedono la gestione, l’amministrazione e la creazione di contenuti o la programmazione informatica innescata dall’ia è già in fase avanzata e in Cina si combina da un lato con l’aumento preoccupante della disoccupazione giovanile e dall’altro con l’adozione entusiastica e programmatica dell’ia come nuovo motore della crescita.
Pechino, infatti, ha deciso di prendere il toro per le corna e fare dell’ia il propulsore della crescita economica e dell’aumento della produttività. Lo scorso agosto il Consiglio di stato, l’organo amministrativo della Repubblica popolare, ha pubblicato l’iniziativa “AI+”, che mira a portare il tasso di penetrazione dei dispositivi e delle applicazioni basati sull’intelligenza artificiale a oltre il 70 per cento in tutta la società entro il 2027 e al 90 per cento entro il 2030. Pechino dovrà quindi riuscire a coniugare questo piano, e i rischi che comporta, con la necessità di fermare la crisi occupazionale giovanile, che dalla pandemia non accenna a migliorare.
All’inizio del reportage di Chang Che che pubblichiamo in copertina nell’ultimo numero di Internazionale, il giornalista si trova nella sede della Guchi, la prima delle undici aziende di automazione cinesi che ha visitato alla fine del 2025 per vedere che forma ha il futuro. Grazie alla combinazione con l’intelligenza artificiale, i robot, e in particolare i robot umanoidi, stanno raggiungendo livelli di sofisticazione tali da rivoluzionare il lavoro nelle fabbriche.
Nello stabilimento incontra un ingegnere della General Motors arrivato dagli Stati Uniti che riassume così la sua mansione: “Il mio lavoro è fondamentalmente fare tutto il possibile per espellere dalla produzione gli operai”. Le aziende che producono robot e quelle che li comprano per risparmiare sulla manodopera parlano di “liberare” il personale da compiti pesanti, ripetitivi e alienanti, un vantaggio innegabile se non fosse che, scrive Chang, per addestrare i robot i teleoperatori devono “comportarsi come robot, svolgendo un certo numero di compiti diversi al giorno, ciascuno per molte volte, in turni di otto ore”.
Se questo è il futuro, il presente non è meno preoccupante. Come scrive Caixin, “nell’ultimo secolo ogni grande novità tecnologica ha provocato un panico generalizzato riguardo all’occupazione, ma alla fine si è sempre trovato un nuovo equilibrio. Del resto circa il 60 per cento dei lavori che si potevano svolgere negli Stati Uniti nel 2018, non esistevano nel 1940. Se la tecnologia elimina alcuni ruoli, ne crea anche di nuovi”. Il punto oggi, continua il settimanale cinese, “è se i nuovi posti di lavoro possono nascere abbastanza rapidamente da sostituire quelli che stanno scomparendo. Le rivoluzioni del passato ci hanno lasciato tutto il tempo necessario per adattarci. L’ia generativa potrebbe non concederci questo lusso”.
Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.
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