Chen Liang, fondatore della Guchi robotics, un’azienda di automazione con sede a Shanghai, è un uomo alto e robusto sulla quarantina, con occhiali squadrati. In genere ha un modo di fare calmo e sobrio, ma quando è nel suo elemento – a stretto contatto con la tecnologia che costruisce, o durante le riunioni di lavoro in cui si discute dell’imminente sostituzione della forza lavoro umana con i robot – sfoggia il sorriso esuberante di uno stagista al primo giorno del lavoro dei suoi sogni. La Guchi produce le macchine che installano ruote, cruscotti e finestrini per molte delle principali aziende automobilistiche cinesi, tra cui Byd e Nio. Il nome deriva dal vocabolo guzhi, che in cinese significa “intelligenza risoluta”, ma non è escluso che nella scelta abbia pesato la sua assonanza con il noto marchio di lusso italiano.

Negli ultimi vent’anni Chen ha cercato di risolvere quello che per lui è un problema ingegneristico: come eliminare – o liberare, come preferisce dire – il massimo numero di operai dell’industria automobilistica che la tecnologia consenta. Alla fine del 2025 l’ho incontrato nel quartier generale della Guchi, nella periferia occidentale di Shanghai. Accanto alla sede centrale ci sono diversi magazzini, dove gli ingegneri armeggiano con i robot per adattarli alle specifiche dei loro clienti. Chen, ingegnere di formazione, ha fondato la Guchi nel 2019 con l’obiettivo di affrontare il compito di automazione più difficile in una fabbrica di automobili, e cioè “l’assemblaggio finale”, l’ultima fase della produzione, quando sono installate tutte le componenti: cruscotto, finestrini, ruote e cuscini dei sedili. Attualmente i suoi robot sono in grado di montare ruote, cruscotti e finestrini su un’auto senza alcun intervento umano, ma secondo le sue stime è ancora da automatizzare l’80 per cento dell’assemblaggio finale. Ed è questo l’obiettivo a cui punta.

Risorse sbalorditive

Come in gran parte del mondo anche in Cina l’intelligenza artificiale (ia) è entrata a far parte della vita quotidiana. Ma quel che più entusiasma i politici e gli industriali sono i passi avanti compiuti nel campo della robotica: questi, se combinati con i progressi nell’ia, potrebbero davvero rivoluzionare il mondo del lavoro. La tecnologia su cui poggia il boom cinese della robotica è il deep learning, il motore matematico alla base di large language model come ChatGpt, che apprendono individuando schemi dentro enormi insiemi di dati. Secondo diversi ricercatori le macchine possono imparare a muoversi nel mondo fisico così come ChatGpt ha imparato a muoversi nel linguaggio: non applicando delle regole, ma assorbendo dati sufficienti affinché emerga qualcosa di simile alla destrezza umana. Gli ingegneri hanno l’obiettivo di mettere a punto robot umanoidi in grado di svolgere i compiti eseguiti di solito dagli operai. Parliamo di attività che danno lavoro a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.

Le risorse investite a questo scopo sono sbalorditive. Nel 2025 la Cina ha annunciato un fondo da 1,15 miliardi di euro da investire in tecnologie strategiche tra cui l’informatica quantistica, l’energia pulita e la robotica. Anche le principali città hanno messo in bilancio progetti di robotica. Oggi sono circa 140 le aziende cinesi che sperano di costruire umanoidi. Alcuni pionieri hanno debuttato a febbraio, in occasione del gala del capodanno lunare, uno spettacolo ideato e organizzato dal governo su coreografie paragonabili per grandiosità e rilievo nazionale al SuperBowl statunitense. I robot si sono esibiti in sketch comici e numeri di arti marziali sotto gli occhi di centinaia di milioni di persone. I loro progressi sono stati di una velocità sbalorditiva: l’anno scorso avevano eseguito numeri di cheerleading sincronizzato, e quest’anno si sono prodotti in ruote e parkour. Il messaggio era chiaro: i robot stanno arrivando, e a costruirli sarà la Cina.

Un mondo in cui si producono su larga scala robot umanoidi alimentati dall’intelligenza artificiale sembra ancora fantascienza. Alla fine del 2025 ho visitato undici aziende di robotica in cinque città cinesi per cercare di capire quanto siamo vicini al futuro. Ho conosciuto molti imprenditori ambiziosi, che operano in un ambiente così profondamente integrato con le amministrazioni locali che la distinzione tra privato e pubblico perde significato. Per quanto in modi diversi, erano tutti impegnati nella corsa alla costruzione e alla commercializzazione di robot in grado di sostituire gli umani, e per alcuni di loro ci sono già acquirenti occidentali impazienti di fare affari.

Dentro uno dei magazzini della Guchi robotics, un team di dipendenti della General motors stava testando le macchine per montare ruote, in vista di una spedizione in Canada. Su una piattaforma rialzata al centro dello stabilimento troneggiava la scocca di un camion bianco della Gm. Circondato da quattro grandi bracci robotici e da una giungla di cavi, il camion era sistemato dentro un recinto di sicurezza giallo fatto di barre d’acciaio. Mi sono seduto, per così dire, in panchina a osservare un barbuto ingegnere della Gm che armeggiava con un pannello di controllo fuori della gabbia d’acciaio.

L’ingegnere, uno statunitense che chiamerò Jack, lavorava nella divisione “ottimizzazione della produzione” della Gm. “Per dirla senza mezzi termini”, mi ha detto apertamente Jack, “il mio lavoro è fondamentalmente fare tutto il possibile per espellere dalla produzione gli operai”. Ogni anno, ha aggiunto, l’azienda fissa per la sua divisione obiettivi di riduzione del personale, il che richiede l’eliminazione di un determinato numero di operai in tutti gli stabilimenti del Nordamerica. La squadra di Jack ha preferito la Guchi a una concorrente con sede in Germania (peraltro in mano a un’azienda cinese per il 95 per cento) perché non poteva offrire una catena di montaggio mobile. A sentire ­Jack, l’acquisto delle macchine Guchi eliminerebbe 12 montatori in un singolo stabilimento. La Gm non ha confermato gli obiettivi di riduzione dei posti di lavoro, ma un portavoce ha affermato che l’azienda usa tecnologie per aiutare a migliorare la sicurezza, l’efficienza e la qualità, “in particolare per compiti fisicamente impegnativi o ripetitivi”.

L’aspetto paradossale della missione che si è data l’amministrazione Trump – rilanciare la produzione industriale del paese – è che gran parte dei macchinari necessari per “rendere di nuovo grande l’America” proviene proprio dal paese che ha reso urgente la rinascita industriale statunitense. Oggi la Cina rappresenta più della metà delle nuove installazioni di robot industriali realizzate nel mondo ogni anno. Secondo Chen Liang le competenze e il talento degli ingegneri cinesi e statunitensi si eguagliano: “L’unica vera differenza sta nel costo e nella velocità, e nel numero di persone da dedicare alla soluzione di ogni problema. Noi potremmo avere mille personein grado di svolgere questo lavoro, loro potrebbero averne cento”.

Chen mi ha accompagnato fino in fondo al magazzino, da dove il camion della GM si poteva vedere frontalmente. Dopo aver guardato Jack lavorare per un po’, Chen mi ha indicato i bracci robotici su ciascun lato della scocca: “Li vedi? Sono robot avvitatori. Anche se l’industria nordamericana dovesse tornare a fiorire, si può star certi che sulle catene di montaggio non ci saranno più gli operai a stringere le viti, ma i robot”.

Robot umanoidi raccolgono le foglie di tè, Huanggang , 22 marzo 2026 (Wang Jiang, Vcg/Getty)

Io però non ne ero così sicuro. Non è forse stato il desiderio di riprendersi i lavori manuali di un tempo uno dei motivi per cui gli statunitensi hanno eletto Trump? A sentire Chen si trattava di una pura illusione. Ecco la sua tesi: il mondo è cambiato, e con esso anche i giovani. “Guarda la Cina: da noi la cultura della fabbrica è profondamente radicata, ma i giovani cinesi sono sempre più restii a svolgere lavori noiosi e pesanti. Insomma, oggi le persone sono fatte così”. E se neppure i cinesi sono più disposti a lavorare in fabbrica, perché dovrebbero esserlo gli statunitensi?

Addestramento manuale

Una settimana dopo la mia visita al quartier generale della Guchi ho incontrato Chen nella zona nordoccidentale di Pechino, dove hanno sede le migliori università della capitale. Mi aveva invitato a un incontro alla sede centrale della Galbot, una delle startup di robotica umanoide più popolari della Cina. Uno dei suoi umanoidi su ruote è apparso in uno sketch durante i festeggiamenti per il capodanno lunare di quest’anno, dove ha consegnato a un attore una bottiglia d’acqua prendendola da uno scaffale e ha piegato il bucato. Fin dalla sua fondazione nel 2023 la Galbot ha seguito una strategia meno appariscente rispetto a molti suoi concorrenti: costruire robot in grado di svolgere compiti banali come prendere oggetti e posarli altrove in modo sicuro e affidabile. Il fondatore, Wang He, ha recentemente dichiarato che i loro robot sono già in uso in diverse fabbriche automobilistiche cinesi, anche se i video sembrano mostrarli in ambienti altamente controllati.

I robot pick-and-place della Galbot potrebbero sembrare molto meno intelligenti dei loro rivali acrobati, ma una differenza fondamentale è che questi ultimi operano secondo istruzioni preprogrammate: compiono vere e proprie prodezze di controllo del movimento e di equilibrio, ma senza mai discostarsi dal copione. Il tipo di tecnologia sviluppata dalla Galbot è ciò che in robotica chiamano modello visione-linguaggio-azione (Vla), mirato a consentire alle macchine di operare in ambienti sconosciuti e mutevoli, proprio come fanno gli esseri umani. Per ora i robot della Galbot non sono in grado di svolgere in modo affidabile compiti che per gli esseri umani sarebbero banali – per esempio, lavare i piatti – ma Wang dichiara di puntare ad avere entro tre anni diecimila robot che si occupino di lavori di base nel settore della vendita al dettaglio e in fabbrica (alcuni pionieri dell’ia, come Yann LeCun, sono molto scettici sul fatto che l’attuale paradigma del deep learning possa fornire i risultati sperati da aziende come la Galbot).

Lo scopo della visita di Chen era vedere se i robot della Galbot potessero essere impiegati in una fabbrica di veicoli elettrici, uno degli ambienti di produzione più complessi al mondo. Una simile impresa richiede l’addestramento dei robot su una miriade di scenari di fabbrica, ma non esiste un database già pronto da cui attingere. Per poter usare i suoi robot in un impianto, la Galbot ha bisogno di uno specialista con decenni di esperienza nella produzione complessa, in grado di definire i compiti giusti per la macchina, quali dati deve apprendere, e integrare quel che non è ancora in grado di fare. Questo è l’obiettivo che Chen si propone di raggiungere.

Un robot della Galbot in un bar, Nanning, Cina, 10 marzo 2026  (Hu Yan, Vcg/Getty)

Abbiamo preso l’ascensore fino in cima a una torre e siamo entrati in una sala riunioni con vista sul rigoglioso campus verde dell’università di Pechino. Poco dopo è arrivato un ingegnere senior della Galbot e ha cominciato a fornire a Chen una panoramica degli ultimi sviluppi dell’azienda. Ha spiegato che i robot Galbot erano stati recentemente introdotti in dieci farmacie nei dintorni di Pechino, dispensando medicinali 24 ore su 24. Alimentati da chip Nvidia, costano sui 700mila yuan (circa 87mila euro). A un certo punto l’ingegnere si è soffermato su una diapositiva che illustrava la tecnologia alla base dei robot della Galbot. Prima dell’avvento del deep learning, ha ricordato l’ingegnere, i robotici industriali come Chen addestravano le loro macchine manualmente. I programmatori scrivevano istruzioni esplicite per ogni movimento, e quando qualcosa andava storto, correggevano il codice e aggiungevano un’altra riga per gestire nuovi scenari. Il deep learning promette di sostituire le istruzioni scritte a mano con il modello Vla, più flessibile. Uno dei principali ostacoli alla creazione di tali modelli – una delle ragioni per cui il “momento ChatGpt” per i robot non è ancora arrivato – è la scarsità di dati.

I ricercatori hanno due modi per raccoglierli. Il primo è un processo manuale chiamato teleoperazione, in cui gli esseri umani guidano un robot a svolgere un compito preciso, a volte centinaia di migliaia di volte. Ogni compito registra un pacchetto di dati – tra cui informazioni visive, posizionamento delle mani, stringere una vite, profondità e altro – chiamato “sequenza di azioni” che sarà poi usata per addestrare il Vla. Il metodo è laborioso, motivo per cui la Galbot preferisce il secondo: la creazione di ambienti virtuali. “È come in Avatar”, ci ha detto l’ingegnere, riferendosi al film campione d’incassi. “Non devo fisicamente scendere sul campo di battaglia, mi basta sdraiarmi nella mia capsula e posso simulare tutto”.

L’ingegnere ci ha mostrato video di robot Galbot in fase di test come commessi di negozio, assistenti per anziani e cani che si muovono nel traffico stradale per fare consegne. Con le risorse sufficienti, ha detto l’ingegnere, i robot per le consegne potrebbero essere pronti in “due o tre anni” (non avevano ancora deciso). Dopo aver appreso tutte le possibilità, Chen riusciva a malapena a contenere la sua euforia. Ha proposto un piano per addestrare gli umanoidi della Galbot a stringere una vite. I lavoratori umani lo fanno istintivamente, ma scomporre quest’azione per un robot senza script richiede numerose decisioni: trovare il foro, allineare la vite, applicare la giusta quantità di pressione, e sapere quando fermarsi.

L’ingegnere ha detto a Chen che i robot della Galbot erano già in grado di afferrare e manipolare strumenti come un cacciavite, ma non era ancora certo che sapessero allineare la vite o stabilire con quanta forza girarla. “Definiamo le rispettive responsabilità”, l’ha rassicurato Chen: “Vediamo cosa puoi gestire tu in modo affidabile e di cosa mi occuperò io”. I due hanno concordato un obiettivo: per essere utilizzabile in fabbrica, la macchina Galbot doveva stringere una vite in meno di otto secondi. L’ingegnere, lievemente sopraffatto, si è appoggiato allo schienale della sua sedia e ha commentato: “È davvero ampia la gamma delle vostre competenze ingegneristiche!”. E Chen, disinvolto, ha risposto: “Geni diversi. Insieme possiamo risolvere i problemi del settore”.

Avanzando rapidamente

Finita la riunione ho camminato verso nord per un isolato raggiungendo un centro commerciale, dove la Galbot aveva sistemato un’esposizione promozionale piazzando dietro un chiosco uno dei suoi robot per la vendita al dettaglio. Si trattava del modello G1, bianco e simile a un manichino. Lì vicino c’era ancora un lavoratore umano, presumibilmente nel caso qualcosa andasse storto. Io ho ordinato su un tablet una bibita. Ed ecco che il G1 si è voltato verso lo scaffale con i suoi bracci meccanici che sporgevano ai lati come ali; dopodiché una pinza si è chiusa attorno alla mia bevanda afferrandola. Il robot ha posato la bottiglia sul bancone da un’altezza leggermente eccessiva, cosicché la bottiglia, pur senza rovesciarsi, è rimbalzata di qualche centimetro di lato. Per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme, Chen ha sottolineato che quella tecnologia stava avanzando più velocemente di quanto potessi immaginare. Ma la mia esperienza con il robot G1 – essenzialmente un distributore automatico molto perfezionato e semicompetente – mi aveva lasciato scettico. Così, due mesi dopo, nel febbraio 2026, mi sono guardato da casa il gala del capodanno lunare. Il robot della Galbot è apparso in un segmento preregistrato, e aveva un aspetto diverso. Le pinze erano sparite, sostituite da dieci dita articolate. Le braccia non erano più massicce, ma agili e antropomorfe. Nel prelevare una bottiglia d’acqua dallo scaffale, il robot si è mosso molto più velocemente e con maggiore sicurezza rispetto a prima. Non so fino a che punto quello spettacolo fosse stato orchestrato, ma di certo era un assaggio di ciò che voleva Chen.

La distruzione creativa

Se mai avete visto un robot cinese ballare o praticare kung fu, è probabile che fosse prodotto dalla Unitree, l’azienda che nel 2024 ha venduto all’estero più di 5.500 robot umanoidi, superando tutte le altre. Recentemente un video virale mostrava un concerto della pop star cinese Wang Leehom a Chengdu, dove i ballerini di supporto erano robot della Unitree. Elon Musk l’ha ripubblicato commentandolo con una parola sola: “Impressionante”. Queste esibizioni sono un’ottima pubblicità per la Cina. Ma i principali clienti della Unitree sono laboratori e università, tra cui Oxford, Carnegie Mellon, l’università della California a San Diego e la Boston dynamics, che acquistano i robot e sviluppano software per renderli più intelligenti. Un portavoce mi ha detto che la Unitree intende far entrare i suoi robot a lungo termine nelle fabbriche e nelle case per fargli “svolgere lavori pericolosi, ripetitivi e noiosi al posto delle persone”.

Una sera – era già tardi e mi trovavo nella città di Ningbo, a bordo di un taxi – ho ricevuto un messaggio da un portavoce della Unitree. Avevamo concordato di incontrarci la mattina dopo nella loro sede centrale a Hangzhou, a circa un’ora di treno, ma improvvisamente l’azienda aveva programmato per il giorno dopo un “evento importante” che avrebbe bloccato tutte le strade vicino all’ufficio. Ebbene, in Cina non sono molte le cose in grado di fermare il traffico e stravolgere i programmi aziendali; così ho controllato sul web dove si trovasse il presidente Xi Jinping. Due giorni prima aveva partecipato a un evento sportivo a Guangzhou, ma non era chiara la sua destinazione successiva. Il portavoce mi ha chiesto se potevo incontrarlo quella sera stessa. Ho guardato l’ora: erano già le 19:32. “Ci trova qui”, mi ha assicurato. Mi sono precipitato alla stazione.

Nonostante la sua importanza al livello globale, il quartier generale della Unitree è sorprendentemente modesto. L’azienda occupa due edifici malconci nel distretto tecnologico di Hangzhou, dentro un vecchio complesso affiancato da concessionarie di auto e negozi a conduzione familiare. Quando sono arrivato, verso le 21, la maggior parte dei dipendenti stava finendo di lavorare. Tre addetti stampa mi hanno accolto e accompagnato in un’area espositiva dove mi attendeva una serie di robot. Uno indossava un casco da boxe viola e sferrava combinazioni di colpi con tale intensità che mi è venuto istintivo fare un passo indietro. Un altro ballava il charleston. Dopodiché un robot a quattro zampe simile a un cane si è esibito in capriole e acrobazie. Nel frattempo gli addestratori continuavano a dare calci con tutte le loro forze ai robot, che assorbivano ogni colpo senza cadere.

I teleoperatori addestravano i robot a svolgere tipiche mansioni di natura industriale, come smistare o riempire scatoloni

Uno sviluppatore della Boston dynamics – concorrente statunitense della Unitree – mi ha detto che l’hardware dell’azienda cinese è avanzatissimo e straordinariamente economico. I loro robot partono da circa 1.600 dollari, mentre quelli statunitensi equiparabili costano decine di migliaia di dollari. Secondo lui il vantaggio della Unitree è dovuto alle condizioni strutturali. La Cina ha due vaste aree metropolitane – il delta dello Yangtze, vicino a Shanghai, e il delta del Fiume delle Perle a Shenzhen – che ospitano un agglomerato di fornitori di hardware così fitto che un produttore di robot in cerca di un pezzo di ricambio può trovarlo alla porta accanto. Se modificare un prototipo può richiedere meno di un giorno a Shenzhen, nella Silicon valley, dove i componenti potrebbero dover attraversare più stati o oceani, possono volerci settimane. La facilità di costruzione spiega anche perché in Cina ci siano 330 diversi tipi di robot umanoidi, il che fa della distruzione creativa una parte normale del processo. “Noi mettiamo in commercio ogni generazione di robot”, ha detto Harry Xu, imprenditore nel campo della robotica e ricercatore all’università Tsinghua. “Molti inevitabilmente falliscono. E allora costruiamo la generazione successiva”.

Un altro modo di comparare il settore della robotica umanoide statunitense con quello cinese è pensare in termini di spettro. A un estremo si trova l’umanoide multiuso, l’idea fantascientifica di una macchina in grado di fare tutto ciò che può fare un essere umano. All’altro c’è un robot addestrato a svolgere un’unica funzione in modo ottimale, sacrificando la vastità delle competenze a favore dell’affidabilità commerciale. Per una serie di ragioni – la pressione commerciale, l’attrattiva degli appalti pubblici, l’intensa concorrenza che premia la differenziazione e il profitto rispetto alla ricerca – le aziende cinesi sono attratte verso l’estremo più modesto. Invece le più grandi aziende tecnologiche statunitensi, protette da un capitale di rischio più consistente e da una minore urgenza commerciale, tendono a puntare al Graal. Un futuro plausibile è quello in cui gli Stati Uniti sono all’avanguardia nelle tecnologie che puntano all’umanoide generalizzato, mentre la Cina fornisce al mondo robot economici e affidabili, ciascuno dei quali fa ottimamente una cosa sola. È possibile che un giorno gli Stati Uniti possano produrre un unico robot in grado di falciare il prato, portare a spasso il cane e badare ai bambini al tempo stesso. Ma nell’attesa, tanto vale comprare tre robot cinesi che svolgono ciascuno un solo compito ma costano una frazione del prezzo.

La mattina dopo ho preso un taxi per tornare agli uffici della Unitree. L’isolato intorno al perimetro era stato transennato. Sono sceso dal taxi e ho camminato per circa un isolato fino al cancello d’ingresso, dove tre uomini in giacca e cravatta montavano la guardia scrutando ogni passante. A parte tre furgoni neri della pubblica sicurezza, non ho visto nient’altro. Ho controllato sullo smartphone e ho visto che Xi Jinping si trovava a Pechino (a 1.200 chilometri di distanza) per accogliere re Felipe VI di Spagna in visita ufficiale.

Ho attraversato la strada e ho fermato un altro taxi. Quando sono salito, l’autista era curioso di sapere se avessi visto qualcosa fuori della fabbrica. Aveva appena accompagnato un dipendente della Unitree e si è affrettato a ipotizzare: “Dentro dev’esserci una delegazione delle forze armate”. Era un’ipotesi plausibile. Due anni fa la tv di stato cinese ha trasmesso video di esercitazioni militari che mostravano cani robot della Unitree su cui erano montate delle mitragliatrici. Alcuni membri del congresso statunitense hanno suggerito di negare alla Unitree l’accesso a tecnologie statunitensi come i semiconduttori. Dal canto suo la Unitree nega di vendere all’esercito e di avallare modifiche militari da parte di terzi. Eppure abbiamo saputo da una società di analisi dati con sede negli Stati Uniti che la Unitree vende a università cinesi che hanno contratti con le forze armate.

Chiaramente, tanta attenzione ha influenzato il settore della robotica cinese. Un portavoce di una delle principali aziende mi ha riferito che le autorità li avevano avvertiti di non parlare con i mezzi d’informazione occidentali. Quando ho chiesto ai portavoce della Unitree chi fossero i clienti dell’azienda e se vendesse più robot all’estero o in Cina, hanno risposto laconicamente: “Facciamo entrambe le cose”. E in seguito, quando ho contattato la stessa Unitree, l’azienda mi ha fatto sapere che la presenza delle forze di sicurezza non aveva alcun rapporto con le forze armate: si trattava di una delegazione governativa venuta per saperne di più sui robot.

Protagonisti invisibili

Nella settimana in cui ho visitato la Galbot insieme a Chen Liang, sono andato alla periferia di Pechino in quello che l’amministrazione della città definisce il “più grande centro di addestramento per robot” di tutta la Cina. Il centro è affiliato alla Leju robotics, un’azienda i cui robot non imparano da simulazioni ma da esempi reali, forniti da teleoperatori, cioè da raccoglitori di dati umani. L’umanoide di punta dell’azienda, Kuavo, è già stato impiegato in alcune fabbriche di veicoli elettrici per svolgere compiti elementari, come disimpilare scatole di cartone.

Nella hall della Leju c’è un gigantesco monitor a parete raffigurante una mappa della Cina su cui cinque punti rossi luminosi rappresentano le città in cui l’azienda ha centri di addestramento. A destra di ogni punto c’è il numero di sequenze di azioni raccolto da ciascun sito. Il sito di raccolta più grande era proprio lì a Pechino, dove circa cento teleoperatori erano disposti in file ordinate in un angolo di un magazzino separato dal resto. Ogni postazione di lavoro aveva due persone per robot, che svolgeva un compito diverso, come pulire un tavolo, organizzare le posate o spostare un bicchiere d’acqua. Al secondo piano, i teleoperatori addestravano i robot a svolgere tipiche mansioni industriali, come smistare o riempire scatoloni. La Leju e le sue affiliate vendono a terzi una parte dei loro dati, e l’azienda ne ha anche reso pubblica una porzione – pari a cento ore – che i ricercatori internazionali possono usare per affinare i propri modelli di visione-linguaggio-azione.

A chi sostiene che i robot nuoceranno all’occupazione, Hansen risponde che la teleoperazione è il “nuovo lavoro industriale”

In piedi in un angolo del locale ho osservato un dipendente con indosso un visore che manovrava la mano del suo robot: le faceva afferrare una patata da un tavolo, gliela faceva sollevare lentamente per poi deporla in un cesto. Dopodiché il robot afferrava un panno azzurro e puliva il tavolo. Intanto un altro operatore, seduto davanti a un computer, inseriva nel database ogni azione, registrando se era andata a buon fine o no. Al secondo piano un’équipe di ingegneri elaborava i dati, che alla fine sarebbero stati inseriti in un modello visione-linguaggio-azione. In un’altra postazione di lavoro, un operatore guidava il suo robot a versare acqua in una ciotola, ma quello ha mancato il bersaglio, l’acqua si è rovesciata e ha cominciato a colare dal bordo del tavolo. L’operatore umano si è alzato dalla scrivania e ha asciugato l’acqua. Dopodiché i due hanno ripetuto la sequenza di azioni.

Alle teleoperazioni c’erano donne e uomini, e dall’aspetto avevano tra i 18 e i 25 anni. Erano stati assunti tramite un’agenzia di lavoro interinale che fa parte di una rete di supporto in larga misura invisibile. Gli intermediari reclutano manodopera nei villaggi e negli istituti professionali e a seconda della stagione la spostano là dove serve, per esempio alla catena di montaggio dell’iPhone, ma anche alle squadre delle forze dell’ordine, com’è successo durante la pandemia, quando la Cina ha imposto rigidi lockdown.

Lo stesso sistema fornisce gli addestratori di robot per l’era degli umanoidi. Quelli e quelle della Leju provengono dallo Shandong, nella Cina orientale, dove seguono un programma di formazione professionale in un’università locale e studiano materie come “big data” e “internet”. Prima del boom della robotica probabilmente etichettavano i cartelli stradali per i sistemi di guida autonoma o moderavano i contenuti per le piattaforme tecnologiche. Da alcuni di loro ho saputo che con i robot, in genere, svolgono 15 compiti diversi al giorno, ciascuno per dieci volte, in turni di otto ore.

Topi da laboratorio

Le autorità cinesi hanno definito le teleoperazioni come un “nuovo programma di formazione professionale”, ma ci sono già segnalazioni riguardo al potenziale disumanizzante di questo lavoro. Un ex dipendente di un laboratorio di addestramento dei robot, nel quartier generale della Tesla, a Palo Alto, ha dichiarato a un giornalista di Business Insider che si sentiva come “un topo da laboratorio sotto un microscopio”. Quando ho provato a sollevare la questione con i dipendenti, un portavoce dell’azienda mi ha bloccato, ma avevo comunque avuto brevi colloqui con loro in cui mi erano sembrati interessati ai compiti che svolgevano. Secondo i manifesti di reclutamento, non è obbligatorio avere un titolo di studio universitario e la paga è intorno ai sei-diecimila yuan al mese: più o meno quanto guadagnano i corrieri delle consegne a domicilio, salvo che gli orari sono migliori.

Spettacolo di droni per il capodanno lunare, Chongqing, Cina, 17 febbraio 2026 (Vcg/Getty)

Ulrik Hansen, cofondatore della Encord, un’azienda di servizi dati con sede nella Silicon valley, mi ha detto che la teleoperazione sta per conoscere “un boom enorme”. Encord ha un centro di teleoperazioni nella Bay Area e presto ne aprirà un altro in Messico. A chi sostiene che i robot nuoceranno all’occupazione, Hansen ama rispondere che la teleoperazione è il “nuovo lavoro industriale”. Crea confusione, mi ha detto Hansen, il fatto che il termine “teleoperazioni” si riferisca sia al processo di addestramento di un robot sia al suo controllo da remoto. “Per ogni 15-20 robot serve una persona che li gestisca”, ha spiegato. E quando gli ho chiesto cosa succederebbe alla grande maggioranza esclusa dalla gestione dei robot, ha risposto – pur senza fornire dettagli – che i posti di lavoro creati ex novo supererebbero quelli persi.

Poiché tutte le aziende a cui mi sono rivolto hanno rifiutato la mia richiesta di parlare con i loro teleoperatori, ho tentato un approccio diverso. Ci sono molti annunci di lavoro per addestratori di robot su social media come Xiaohongshu (RedNote) e Douyin, il TikTok cinese. Sulle loro app ho letto moltissimi commenti, tutti riducibili a un messaggio: “Assumete ancora?”. Allora mi sono presentato come un giornalista che stava scrivendo sul boom della robotica in Cina e ho chiesto ad alcuni dei candidati se fossero disposti a parlare con me. Dopo giorni di silenzio, qualcuno mi ha risposto: “Sono pronto, spara”. Ho digitato la mia prima domanda. Il messaggio è stato respinto su due piedi perché il mio account era stato segnalato per attività insolita. Dovevo aver attivato un filtro antispam o un algoritmo progettato per intercettare domande indesiderate dei giornalisti. I teleoperatori sono al centro di una delle trasformazioni tecnologiche più significative del nostro tempo, eppure il loro contributo resta in gran parte invisibile.

Sforzo coordinato

Si ha spesso l’impressione che nella Cina di oggi le nuove tecnologie si stiano normalizzando molto più rapidamente che altrove. Nella città di Chongqing il sabato sera si tengono “spettacoli” in cui migliaia di droni si dispongono nel cielo sopra il fiume Yangtze formando gigantesche immagini luminescenti: paesaggi urbani, fiori, animali. A Chengdu, i ciclisti che si avventurano nelle corsie riservate alle auto vengono ammoniti da vigili umanoidi. A Wuhan, Shenzhen e Pechino un pendolare può chiamare per strada un taxi senza conducente. Parte del motivo di questa vastissima diffusione è semplicemente che impiegare questa tecnologia costa meno. Però si tratta anche del frutto di uno sforzo coordinato. Nei 14 anni trascorsi da quando è diventato presidente della Cina, Xi Jinping ha abbandonato il linguaggio dell’innovazione “guidata dal mercato” preferendo parlare di “leadership unificata” del Partito comunista nel fissare le priorità tecnologiche. Insomma, Pechino ha imposto la sua volontà in ogni angolo della società cinese; dal canto loro, i governi locali sono diventati più reattivi e più competitivi nel soddisfare il centro.

Durante le mie visite alle startup cinesi di robotica, mi sono spesso imbattuto in funzionari di medio livello provenienti da città come Shenzhen e Hefei. Si presentavano nelle sale riunioni, si sedevano e ascoltavano attentamente ingegneri che avevano la metà dei loro anni. Il loro obiettivo è individuare startup e farle diventare eccellenze locali capaci di attirare talenti e posti di lavoro. L’impianto della Leju, che si trova dentro un parco industriale e misura più di diecimila metri quadrati, appena due mesi prima della mia visita il governo del distretto l’aveva messo a disposizione dell’azienda nel quadro di un accordo di joint venture.

“A lungo andare”, ha osservato Chen in tono pratico, “questo provoca danni alla colonna vertebrale”. Meglio sostituirli con robot umanoidi

Viktor Wang è il cofondatore della PsiBot, una startup specializzata nella produzione di mani robotiche molto perfezionate. Mi ha raccontato di aver ricevuto varie offerte spontanee da amministrazioni comunali desiderose di aiutarlo a creare centri di formazione: “E non è solo Pechino!”, mi ha detto. “Suzhou, Shanghai, Wuhan… tutti sono disposti a investire in questi progetti di robotica”. La concorrenza è intensa e ricorda un po’ Hunger games: ogni città, come “sponsor”, sostiene il suo “tributo”. Hangzhou ha la Unitree. Shanghai ha l’AgiBot. Pechino ha la Galbot. Shenzhen ha la Ubtech.

Il giorno dopo la mia visita alla Leju, Wang mi ha invitato negli uffici di Pechino per provare una sequenza di teleoperazione. Il compito consisteva nel prelevare da una pila dei capi di abbigliamento e depositarli in un contenitore. La PsiBot è in trattativa con il marchio di fast fashion Shein per sostituire con robot i lavoratori che svolgono le mansioni più elementari sulla linea di produzione di abbigliamento, e Wang mi ha detto che pensa di poter raggiungere quest’obiettivo entro settembre. Ho indossato dei guanti speciali con cinturini in velcro collegati elettronicamente alle mani di un umanoide posizionato accanto a me. Il collegamento tra la mia mano e la macchina non era fluido come mi aspettavo: i guanti erano rigidi e ingombranti, mi sembrava di azionare la macchina con la pinza in una sala giochi. Con le mie maldestre mani robotiche cercavo di afferrare i capi di abbigliamento e la mia mente si aspettava quasi di avvertire una certa resistenza tattile. Mi ci sono voluti diversi tentativi per far compiere alla macchina il movimento richiesto.

Così mi sono reso conto che la teleoperazione non si limita all’esecuzione di azioni umane che il robot impara. Quando esegui una sequenza bisogna muoversi a una velocità che la macchina possa registrare. Per tutta la durata della sequenza le braccia vanno tenute in una posizione fissa e non si possono compiere normali azioni umane come grattarsi, per evitare di “inquinare” i dati. Insomma, la procedura è stata più faticosa fisicamente e più strana di quanto mi aspettassi. I robot sono addestrati a essere sempre più simili agli esseri umani, ma per addestrarli gli umani devono comportarsi come robot.

Un’evoluzione affascinante

La linea ferroviaria ad alta velocità da Pechino a Hefei attraversa la pianura settentrionale della Cina, una vasta distesa grande quasi quanto la California. Sei giorni dopo la mia visita alla Galbot, sono salito sul treno verso le 6 del mattino e fendendo una folla di pendolari assonnati mi sono trovato un posto a sedere. Fuori era buio; non c’era nulla da vedere oltre al mio riflesso. Ma mentre il treno sfrecciava silenziosamente verso sud ha cominciato ad albeggiare. Sono apparsi gradualmente campi arati, palazzi e tralicci elettrici che sfrecciavano fuori dal finestrino. Verso la parte anteriore della carrozza uno schermo riproduceva una routine di break­dance sincronizzata eseguita da robot della Unitree. Quattro ore più tardi il treno è entrato nella stazione di Hefei.

Ero venuto a visitare una fabbrica di automobili Huawei di recente costruzione, dove sono stati installati diversi robot di Chen Liang, tra cui le macchine per il montaggio di ruote, finestrini e cruscotti. Un tempo zona rurale isolata, Hefei si è trasformata in un centro industriale che, insieme alle aree circostanti, produce più auto del Michigan. Ho raggiunto in taxi un enorme complesso industriale alla periferia sud, dove la Huawei sforna la Maextro S800, la sua nuovissima berlina elettrica di superlusso. Chen mi ha accolto nella mensa dello stabilimento con il suo solito sorriso. Prima di entrare in fabbrica, mentre lui impartiva istruzioni alla sua squadra, i tecnici mi hanno aiutato a indossare calzature antinfortunio. Con l’elmetto e il gilet verde sopra il completo, Chen sembrava un uomo nuovo e più sicuro di sé: come il direttore di un’orchestra tutta sua.

Una tipica fabbrica di auto è suddivisa in quattro zone. L’ultima, la zona di assemblaggio finale, era silenziosa, pulita e luminosa come un laboratorio, con le travi di sostegno e le impalcature dipinte di bianco porcellana. Mentre attraversavamo l’area di stoccaggio, carrelli senza conducente sfrecciavano trasportando componenti alle postazioni di lavoro. Ogni volta che vedevamo un operaio in carne e ossa, Chen mi descriveva le sue mansioni spiegando perché i robot non siano ancora in grado di eseguirle.

Abbiamo cominciato dalle scaffalature a scorrimento, dove gli operai prelevano sensori, cavi eccetera e li mettono in contenitori. Questi compiti ripetitivi di prelievo e posizionamento (pick-and-place) sono considerati facili da automatizzare. Lo scorso ottobre la Figure Ai ha pubblicato un video del suo robot umanoide che svolge un compito analogo in uno stabilimento della Bmw in South Carolina. Anche qui, mi ha detto Chen, i robot umanoidi non sono ancora all’altezza dei loro omologhi umani. “Un operaio deve gestire molti tipi diversi di componenti, ciascuno dei quali va prelevato in modo diverso”, mi ha spiegato. Del resto, le stesse componenti cambiano. Proprio in quel momento, Chen mi ha indicato una staffa metallica ancora imballata e mi ha detto: “Anche la staffa va scartata, e non è un compito semplice”.

Addentrandoci nello stabilimento della Huawei abbiamo visto una catena di montaggio. Mentre una fila di carrozzerie procedeva lungo la catena, gli operai, allineati su entrambi i lati, entravano e uscivano di continuo da ciascuna scocca armati di trapani e altri attrezzi con cui stringevano bulloni e piazzavano raccordi. Osservando la scena ho capito quanto poteva essere difficile automatizzare un procedimento del genere, molto più caotico e più dipendente dal contesto di qualsiasi compito di prelievo e posizionamento.

Quando ha raggiunto la postazione di lavoro di Chen, la berlina Maextro è stata sollevata su un ponte elevatore e sono entrati in azione tre bracci robotici: uno fissava il cruscotto in posizione, gli altri due lo imbullonavano all’auto in pochi secondi. “Ecco il nostro montaggio del cruscotto completamente automatizzato”, mi ha detto Chen, quasi stupito della propria creazione. Davanti a un monitor, alcuni tecnici della Guchi erano pronti a risolvere eventuali problemi. “In precedenza gli operai dovevano guidare manualmente i bracci robotici”, ha spiegato Chen, “e ogni modello di auto richiedeva attrezzi di tipo diverso, perché i modelli variano molto. Ora non più. È un’evoluzione affascinante”.

Campioni di automazione
Nuovi robot industriali installati, migliaia (AI index report (2025))

Chen unisce il pragmatismo cauto dell’ingegnere all’ottimismo tecnologico del fondatore. Pur avendo ben chiari i limiti del deep learning, è convinto che entro la metà degli anni 2030 gran parte dei compiti di assemblaggio in fabbrica sarà quasi completamente automatizzata. Come molti suoi colleghi che lavorano nell’industria robotica cinese, Chen guarda con distacco alla sostituzione della manodopera umana: per lui, l’avanzata travolgente della tecnologia è ineluttabile quanto lo scorrere del tempo. Quando gli ho chiesto delle conseguenze sociali del suo lavoro, ha ammesso che lui e i suoi soci avevano parlato di piani d’emergenza per i dipendenti licenziati. Ha accennato che i più specializzati potrebbero essere adibiti all’addestramento della prossima generazione di robot, ma non ha specificato come gestire i meno qualificati. Tornati dentro la fabbrica, abbiamo raggiunto una postazione dove cinque o sei operai erano rannicchiati sotto l’auto Huawei collocata sul ponte elevatore. Per stringere a mano i bulloni e i raccordi erano costretti ad allungare il collo. “A lungo andare”, ha osservato Chen in tono pratico, “questo provoca danni alla colonna vertebrale”. Meglio sostituirli con robot umanoidi.

Oggi le fabbriche cinesi danno lavoro a 120 milioni di operai, molti dei quali, come quelli davanti a me, hanno alle spalle da tre a cinque anni di formazione. Ho chiesto a Chen cosa significasse questo per i loro successori, cioè i giovani che oggi studiano ancora e sperano di ricevere in futuro una formazione in produzione avanzata. Risposta: “Dovranno senz’altro orientarsi verso un’altra professione”.

Decenni fa lo sviluppo infrastrutturale della Cina ha sbalordito il mondo, con la costruzione di casermoni residenziali, grattacieli e ferrovie ad alta velocità; dietro però c’era una storia invisibile, fatta di espropri di terreni, corruzione e sprechi. Oggi sta succedendo qualcosa di simile. La vasta espansione di settori come quello dei semiconduttori, dei pannelli solari e dei veicoli elettrici è impressionante, ma gran parte della popolazione cinese, che si trova di fronte alla frenata dell’economia e a un tasso di disoccupazione giovanile allarmante, si chiede a cosa siano serviti tutti quegli sforzi.

A volte anche i capi delle industrie di punta si lamentano. Nella sua ultima azienda, che costruiva macchinari per produrre le batterie dei veicoli elettrici, Chen lavorava 16 ore al giorno e i clienti, pur pagando spesso in ritardo le commesse, chiedevano l’impossibile: “Ti costringono a consegnare in dieci giorni ordini che richiederebbero un mese”. Il settore della robotica è inondato di sussidi governativi, ma Chen e i suoi colleghi si tengono pronti per una replica del solito copione: guerre dei prezzi e tagli dei costi che renderanno quasi impossibile fare profitti.

La realtà è più complicata

Un paio di settimane prima, nel magazzino della sede centrale della Guchi a Shanghai, con Chen avevo osservato i dipendenti della General motors prepararsi a spedire in occidente i macchinari di Chen. Lui sarebbe partito di lì a poco per gli Stati Uniti, dove avrebbe visitato la Tesla e la Gm alla ricerca di nuove opportunità commerciali. Varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca ci hanno ripetuto che gli Stati Uniti sono decisi a ridurre la dipendenza dalla Cina. Ma la realtà è più complicata. Non sono solo le imprese statunitensi ad aver bisogno della Cina; è vero anche il contrario. Chen mi ha detto di aver imparato molto lavorando con la Gm. Per esempio, ha visto in che modo le industrie statunitensi gestiscono i processi, cioè tutti quei protocolli, standard di sicurezza e controlli di qualità che, se seguiti correttamente, prevengono gli errori. Questo ha fatto aumentare la disciplina della sua squadra. Dunque, lavorare con gli statunitensi “non è più facoltativo, è inevitabile”, mi ha detto. E poi, ha aggiunto, “pagano con puntualità”. ◆ ma

Chang Che è un giornalista che si occupa di politica, società e tecnologia cinesi.

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati