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Il crollo della produzione di petrolio nel golfo Persico

Impianti del giacimento petrolifero di Zubair, Iraq, 28 marzo 2026 (Leo Correa, Ap/LaPresse)

Perdite che ammontano a milioni di barili di petrolio e miliardi di metri cubi di gas. È la conseguenza più immediata della guerra nella regione del golfo Persico, snodo mondiale della produzione e del trasporto di idrocarburi. Ovvero “la più grande minaccia alla sicurezza energetica mondiale di tutta la storia”, secondo le parole del direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol.

Nel 2025 un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare e un quinto del gas naturale liquefatto (gnl) passavano per lo stretto di Hormuz.

Oggi, a un mese da quando è cominciato il conflitto, i mercati perdono ogni giorno circa undici milioni di barili di greggio e di prodotti petroliferi – più del 10 per cento del consumo mondiale – e circa trecento milioni di metri cubi di gnl. E questi numeri rischiano di crescere ancora mentre le monarchie del golfo Persico continuano a ridurre la produzione di petrolio e gas.

Unica eccezione: l’Iran, che, stranamente, riesce a spedire il suo petrolio più o meno come sempre.

Esportazioni vicine allo zero

Il golfo Persico è uno dei cuori energetici del pianeta e di solito esporta quasi tutta la sua produzione attraverso lo stretto di Hormuz. Ma dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, solo uno sparuto gruppo di petroliere è riuscito ad attraversare questo passaggio marittimo.

Il traffico delle metaniere – le navi che trasportano il gnl in enormi cisterne refrigerate – è completamente fermo. Le vie alternative si riducono a due oleodotti, in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, che consentono di reindirizzare una parte della produzione verso il mar Rosso e il golfo di Oman.

Nonostante questi tentativi, in un mese le forniture di idrocarburi dalla regione sono crollate: escludendo i carichi iraniani, le esportazioni dal golfo Persico, cioè attraverso lo stretto, sono calate a marzo del 99 per cento rispetto a febbraio, secondo i dati della società di analisi Kpler.

Riserve piene

Non avendo navi disponibili per caricare quello che producono, i paesi petroliferi del Golfo temono di saturare i loro siti di stoccaggio terrestri. Intrappolati nella guerra che contrappone l’Iran a Israele e agli Stati Uniti, tutti si trovano costretti, in misura diversa, a ridurre la produzione.

Tra l’inizio e la fine di marzo, è diminuita di circa il 25 per cento in Arabia Saudita, di più del 60 per cento in Kuwait e addirittura di quasi l’80 per cento in Iraq, secondo i dati della Kpler.

La sfida, per i paesi che ancora possono farlo, è ritardare il più possibile il momento in cui le riserve saranno completamente piene. In altre parole, produrre poco ma in modo continuo, per evitare un’interruzione dalle conseguenze molto dannose.

Alcuni pozzi infatti, una volta chiusi, diventano difficili da riavviare e possono perfino diventare inutilizzabili.

L’Iran se la cava

Arabia Saudita È la principale potenza petrolifera della regione – rappresenta tradizionalmente da sola il 40 per cento di tutta la produzione petrolifera del golfo Persico – ed è riuscita a limitare i danni grazie in particolare a un oleodotto terrestre che sbocca sul mar Rosso, attraverso cui a marzo ha spedito quantità record di petrolio.

Secondo Bloomberg, i volumi sarebbero arrivati a sette milioni di barili al giorno. La petromonarchia può anche contare sulle sue vaste capacità di stoccaggio, le più importanti della regione.

Secondo uno studio della banca statunitense J.P. Morgan pubblicato all’inizio di marzo, le riserve sono sufficienti per 65 giorni, se una parte delle esportazioni continua a essere reindirizzata attraverso l’oleodotto. Dalla fine di febbraio, la produzione saudita è diminuita di circa il 25 per cento.

Iraq L’industria petrolifera irachena è stata duramente colpita dal conflitto. Le capacità di stoccaggio hanno raggiunto livelli critici e le grandi imprese straniere che operano nel paese sono state invitate a ridurre le operazioni.

Dall’inizio delle ostilità la produzione dei principali giacimenti del paese è calata di circa l’80 per cento, e si aggira intorno agli 800-900mila barili al giorno, contro i quattro milioni e più di febbraio. Secondo informazioni dell’agenzia Reuters, ulteriori tagli potrebbero essere annunciati presto.

Iran È uno dei segnali più concreti del controllo esercitato dall’Iran sullo stretto di Hormuz: mentre l’offerta dei paesi vicini è praticamente scomparsa, dall’inizio della guerra l’attività petrolifera della repubblica islamica è rimasta quasi invariata.

Il paese ha continuato a spedire circa 1,8 milioni di barili al giorno dall’isola di Kharg, principale terminal di esportazione del greggio iraniano. Un volume inferiore a febbraio – quando l’Iran moltiplicava i carichi in previsione del conflitto imminente – ma in linea con le medie dei mesi precedenti.

Mentre Teheran minaccia di attaccare con droni o missili qualsiasi nave “ostile” che cerchi di attraversare lo stretto, le sue petroliere lo attraversano senza problemi per andare a rifornire la Cina, che è la sua cliente principale.

Senza più gas

Se qualche petroliera riesce ancora a passare per lo stretto, le forniture di gas naturale liquefatto (gnl) sono invece completamente ferme dal primo giorno di guerra. La perdita di una metaniera è molto “costosa”, ricorda Ronald Pinto, analista della Kpler. Di conseguenza queste navi “tendono a correre meno rischi”.

Il Qatar, secondo produttore mondiale di gnl, ha sospeso la produzione già il 3 marzo, dopo un attacco di droni iraniani sul complesso di Ras Laffan, che ospita il più grande impianto di liquefazione al mondo. L’impianto ha una capacità di 77 milioni di tonnellate, cioè circa 105 miliardi di metri cubi all’anno.

Il sito è fermo e probabilmente lo rimarrà ancora a lungo, dopo i nuovi attacchi del 18 marzo che hanno inflitto danni importanti alle sue installazioni.

Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno rallentato al minimo il funzionamento del loro unico impianto di produzione di gnl, con una capacità di 5,8 milioni di tonnellate all’anno (circa otto miliardi di metri cubi).

Situato sulla piccola isola di Das, al largo di Abu Dhabi, sembra che l’impianto non sia stato ancora completamente fermato, in modo di consentire una rapida ripartenza quando lo stretto sarà riaperto.

Il ritorno alla normalità si annuncia caotico

Ma se sono bastati pochi giorni per paralizzare il traffico delle petroliere, delle raffinerie e degli impianti di gas del golfo Persico, potrebbero volerci mesi, forse anni, per ripristinare la produzione e i flussi del passato.

In Qatar per esempio, le autorità hanno fatto sapere che per le riparazioni del sito di Ras Laffan potrebbero volerci dai tre ai cinque anni. Due dei 14 sistemi di liquefazione (i cosiddetti treni di liquefazione) del complesso, pari a circa il 17 per cento della sua capacità di esportazione, sono stati danneggiati.

Secondo Fatih Birol più di 40 infrastrutture energetiche distribuite in nove paesi della regione sono state “gravemente o molto gravemente” danneggiate dalla guerra.

Per ragioni tecniche, legate in particolare alla pressione dei pozzi, i giacimenti petroliferi e di gas completamente fermi impiegheranno più tempo a essere di nuovo operativi e a ritrovare i livelli di produzione precedenti alla guerra. Mentre gli altri, che funzionano ancora a bassa capacità, potrebbero ripartire più rapidamente.

Ma prima bisognerà svuotare i serbatoi di stoccaggio dei porti del Golfo, e si potrà fare solo dopo una piena ripresa della navigazione nello stretto di Hormuz.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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