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Le paure del Re dell’incubo

Stephen King sul set della serie tv Golden years, 28 maggio 1991 (Cbs/Landov/Getty Images)

Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 1998 nel numero 253 di Internazionale.

Essere Stephen King è un destino traumatico: la sua testa è l’incubatrice dei peggiori sogni del mondo. La sua faccia – oggi priva della barba al riparo della quale lo scrittore va in letargo nell’inverno del New England – è implacabile come una lapide. E gli occhi ammiccano stanchi dopo aver assistito a troppi match notturni di lotta contro i demoni. Come l’eroina del suo primo romanzo, Carrie, Stephen King possiede un “talento sovrannaturale”.

Nel caso della ragazzina adolescente erano poteri telecinetici: Carrie era capace di far saltare su dal tavolo un innocuo coltello e infilzarti come uno spiedo. Il suo creatore, invece, ha il dono di scoperchiare e rimescolare serbatoi sotterranei di terrore.

Lo trovo acquattato insieme ai suoi incubi a Bangor, nel Maine, cittadina che gronda umidità e che uno dei personaggi di King definisce “un foruncolo sull’uccello del New England”. Stephen King abita in una dimora in stile vittoriano, con torrette che sembrano fatte apposta per rinchiuderci qualche parente pazzo, dietro a una recinzione di ferro battuto con motivi che imitano tele di ragno e ali di vampiro.

Ma per curare gli affari ha scelto una baracca prefabbricata, installata su un camion per il trasporto di ghiaia parcheggiato vicino all’aeroporto. La scelta è azzeccata: nulla di più adatto, per uno scrittore così diabolicamente prolifico, di una zona destinata agli insediamenti industriali.

L’“ufficio” è circondato da messaggeri dell’apocalisse. All’angolo c’è una centrale della General Electric, che si sta preparando (come impreca un ubriacone in Tommyknocker) “a uccidere milioni di persone e a rendere sterile una sterminata estensione di terreno”. Dirimpetto c’è un’altra baracca simile a quella di King, occupata da un’organizzazione che si chiama International Paper Research Center e si definisce eufemisticamente come “fonte di fibra”. “Sono delle merde”, dice King accennando al quartier generale dei killer di alberi. “Siamo in guerra per il parcheggio”.

È vero che nei suoi romanzi King ha protestato contro la deforestazione, ma anche lui ha una bella responsabilità: attualmente sono in circolazione 80 milioni di copie dei suoi libri.

Un paese disgregato

Stephen King ha 51 anni. E finora non si è mai visto riconoscere il merito di essere uno storico della morale. La sua vita adulta ha coinciso temporalmente con il tradimento, da parte degli Stati Uniti, della propria missione spirituale. “La mia generazione”, dice King, “ha barattato Dio in cambio di Martha Stewart, la sacerdotessa del galateo: quella che dice di lasciare sempre cinque o sei centimetri di neve per lato, quando si spala il proprio vialetto d’ingresso, perché fa carino”.

Pausa per mimare un conato di vomito, come commento a tanta leziosità. “Abbiamo cominciato protestando per la guerra in Vietnam, poi abbiamo mollato. Siccome non abbiamo mai fatto penitenza per il Vietnam, quella guerra non è mai finita. Uno dei libri che pubblicherò l’anno prossimo è una raccolta di racconti intitolata Why We Are in Vietnam (Perché siamo in Vietnam)”. “Un momento”, lo interrompo. “L’ha già scritto Norman Mailer”. “Va bene”, ribatte King correggendosi rapidamente, “vuol dire che il mio lo chiamerò Why We’re in Vietnam, con l’apostrofo. Io sono più colloquiale di Mailer”.

Riprende a parlare della disgregazione dell’America. “Fra quelli della mia età, non ce n’è uno disposto ad ammettere di aver vissuto negli anni Sessanta. È come una festa di addio al celibato quando arriva la polizia. Il governo ci passava bustarelle per farci diventare degli yuppie reaganiani. Ci dava azioni ad alto rendimento, abiti firmati e tutta la cocaina che potevamo sniffare”.

Mentre sproloquia, osservo il suo aspetto trasandato. Tutto comincia a quadrare: i blue jeans a mezz’asta sul culo, il fuoristrada ammaccato, lo squallore dell’ufficio, il pavimento ricoperto di lattine vuote di Diet Pepsi e bicchieri di plastica con bustine di tè usate. Nonostante i 17 milioni di dollari, circa 30 miliardi di lire, che intasca come anticipo per un libro, Stephen King protegge la sua integrità vivendo come un qualunque impiegato e affittando un posto al parcheggio per il suo ufficio.

In Cose preziose fa risalire il benessere americano a un patto satanico. “Qui è tutto in vendita, e l’unico prezzo è la nostra anima immortale. Mi pare che quel libro sia maledettamente divertente!”. King è un autore satirico, che crea per regalarsi il prolungato piacere di distruggere.

Nel suo nuovo romanzo, Bag of Bones, la moglie del narratore muore alla prima pagina. “Mi è piaciuto tantissimo! Far fuori uno dei personaggi principali proprio all’inizio!”. In Le notti di Salem e in Tommyknocker, lo scrittore popola intere cittadine del Maine di personaggi affabili, pieni di difetti banali, semplici, e poi li fa “prosciugare” dal morso dei vampiri o sbudellare dagli alieni. In L’ombra dello scorpione fa addirittura contagiare i suoi connazionali da un virus incurabile che spazza via tutta l’America.

Scorie mentali

Gli domando perché si dia tanta pena per far vivere dei personaggi se poi finisce sempre col torturarli. Per rispondermi, King si paragona all’unico altro creatore che sia prolifico, infaticabile e antiartistico quanto lui. “È esattamente quello che Dio ha fatto a noi”, spiega, aggiungendo un’imprecazione degna del capitano Achab di Melville: “Quel bastardo!”. Poi si mette a elencare le afflizioni del genere umano. La sua voce scandisce le parole come una campana a morto: “Cancro, infarti, ictus, diabete, gente che rimane intrappolata dentro case in fiamme… Eppure noi andiamo avanti. La pelle del mondo è sottile: è questo che dimostrano i miei libri”.

King si srotola dalla sedia in cui se ne sta acciambellato e scocca un fulmine a mezz’aria come un predicatore. “Siamo piccoli!”, barrisce. Beh, penso fra me e me, io lo sono senz’altro, ma lui sembra che tocchi il soffitto della baracca. “Ci succederà qualcosa”, annuncia stentoreo, “e non sappiamo cos’è. Moriremo tutti quanti. Tutti quelli che sono qui dentro moriranno”.

Dal momento che qui dentro ci siamo solo io e lui, accolgo la notizia con un certo allarme. Forse vuole dimostrare la verità della sua enunciazione, eliminandomi come fa con i suoi personaggi usa-e-getta? In fin dei conti, si è paragonato a un “pazzo dinamitardo”.

Non avrei dovuto allarmarmi. Nonostante somigli a un orso grigio infuriato, King è un gigante gentile. È solo che il linguaggio, come un demone quando prende possesso di qualcuno, si diverte a fargli fare quel che vuole. E nella conversazione come sulla carta stampata, il suo registro naturale è l’invettiva, inarrestabile come una profezia o un conato di vomito.

La cascata di parole rimbomba come acqua in una grondaia. In un saggio sulle fantastiche figure ghignanti che adornano i doccioni di certi tetti di New York, Stephen King ha paragonato lo scrittore a un tubo di scarico: l’immaginazione è “un modo di soffiar via le nostre scorie mentali, fatte di paure e di difetti”. Sembra che attraverso di lui passi lo scolo di un intero paese, folle e rabbioso.“

È come le tribolazioni di Giobbe nel mio nuovo film per la tv, Storm of the Century, in cui Giobbe protesta con Dio per le sue sofferenze: ‘O Signore’”, e qui King si mette a salmodiare ululando come un vento sacro, “‘tu mi hai afflitto, hai ucciso i miei figli, hai tormentato il mio corpo al punto che quando piscio mi fa male… e adesso, o Signore, scopro che è stata tutta una scommessa fra te e il diavolo!’”.

Ondeggia al disopra della mia testa come un grattacielo sferzato dal vento e percuote il soffitto con i pugni chiusi. “Allora cala il silenzio”, dice godendosi l’eco del suo clamore nella baracca portatile. “Ma poi Dio risponde. Si vede una nuvola nera che viaggia nel cielo: a un certo punto si ferma sopra la testa di Giobbe e ne esce una voce”.

Misery l’ho scritto quasi tutto a mano, seduto alla scrivania di Rudyard Kipling, al Brown’s Hotel di Londra. Poi ho saputo che a quella scrivania c’era morto

Ora King si erge minaccioso come una tromba d’aria, forma un megafono con le mani a coppa ai lati della bocca, e mentre io mi ritraggo emette un mormorio sinistro che dovrebbe essere quello di Dio: “‘Giobbe’, dice Dio, ‘secondo me c’è qualcosa in te che mi fa girare le palle’”. E qui scoppia in una risata malvagia e tonante.

L’idea della divinità ventriloqua gli viene naturale. Nessuno riuscirebbe a scrivere quanto Stephen King senza un aiuto dall’esterno. Di qui la sua fantasia della macchina da scrivere telepatica, in Tommyknocker, che trascrive i pensieri senza bisogno di premere i tasti. Oppure l’attacco di scrittura automatica in Bag of Bones, dove una matita astrale balza all’improvviso fra le dita di uno scrittore in crisi creativa e gli fa comporre messaggi occulti.

Repubblica di Paranoia

Stephen King è un operaio che ama e odia al tempo stesso i suoi attrezzi. Rievoca cupamente la prima macchina da scrivere, comprata a 35 dollari: “Era un grosso aggeggio di ferro, simile a uno strumento di tortura. A un certo punto si ruppe la ‘m’, e dovevo scriverla a mano. D’estate me ne stavo al piano di sopra a picchiare sui tasti in mutande, coperto di sudore. Era uno strumento liberatorio, ma anche schiavizzante. Mi sentivo come James Bond sul cavalletto di tortura di Goldfinger, simile a una cyclette. Mentre pedala come un pazzo, Bond chiede con voce gracchiante: ‘Lei spera che io parli?’. E Goldfinger risponde: ‘No, mister Bond, spero che lei muoia!’. Al confronto il word processor è sublime, come pattinare sul ghiaccio: però resta tutto in superficie, come se le parole fossero sottovetro”.

Persuaso com’è che il lavoro manuale sia virtuoso, King ogni tanto torna a maneggiare la penna. “Il mio Misery l’ho scritto quasi tutto a mano, seduto alla scrivania di Rudyard Kipling, al Brown’s Hotel di Londra. Poi ho saputo che a quella scrivania c’era morto; la cosa mi ha fatto venire i brividi e ho lasciato l’albergo”. Si sente uno stenografo assunto da qualcuno più in alto di lui? Non lo nega. Nel terzo volume di La torre nera, la sua finta saga medievale, ringrazia la segretaria per averlo incitato a proseguire l’opera.

Quando gli faccio una domanda in proposito, lui chiama Marsha a gran voce e le chiede di confermarmi che ha ricevuto e aperto sacchi interi di lettere di vecchiette che lo imploravano di scrivere l’ultima parte perché potessero leggerla prima di morire. Marsha arrossisce e scappa via per rispondere al telefono. Non mi stupirei se tornasse dicendo che c’è Dio in linea, pronto a dettare il prossimo episodio.

Queste arcane considerazioni dipendono dal genere che King frequenta. I romanzi sociali descrivono un mondo laicizzato in cui il genere umano si situa da qualche parte a est dell’Eden; ma l’interesse di King per il sovrannaturale e gli extraterrestri gli impone di esplorare il perimetro mistico dell’esistenza.

In L’ultimo cavaliere, un misto di saga cavalleresca arturiana e sparatorie cosmologiche da spaghetti western, c’è un ragazzino che salta misteriosamente da un’epoca all’altra e sentenzia: “Il nostro mondo non è l’unico: ce ne sono altri”.

Quando glielo ricordo, King annuisce: “La prosa letteraria”, dice, “è studiata apposta per affrontare problemi del genere: perché esistiamo, che differenza c’è fra caso e predestinazione”.Poi alza gli occhi al cielo – o meglio, al soffitto basso e sudaticcio della stanza – e ancora una volta passa a rivolgersi direttamente alla divinità: “Allora, Alfie, che cos’è tutta questa storia?”, ruggisce. Un romanziere si fa carico di spiegare “che cos’è tutta questa storia” escogitando trame che sembrano modelli della benigna provvidenza divina oppure beffe diaboliche.

Cittadino di un paese per cui ha coniato il nomignolo di Repubblica popolare di Paranoia, Stephen King a volte resta invischiato dentro le sue stesse trame. Per anni ha spiegato la sua tendenza a starsene recluso accennando a un fugace incontro con l’assassino di John Lennon. Usciva, sostiene, da un’intervista televisiva al Rockefeller Center, quando fu avvicinato da un giovanotto allampanato che gli sibilò: “Sono il tuo fan numero uno!”. Ricorda ancora distintamente di avergli firmato un autografo: “A Mark Chapman, con i migliori auguri”.

La storia è buona, peccato che non sia vera. “Non avrei mai potuto incontrare Chapman”, ammette. “Le date non coincidono: mentre io ero a New York, lui era alle Hawaii. Quindi, penso che si possa dire che sono solo moderatamente paranoico”. Fa una faccia afflitta. Poi, di colpo, comincia a inventare una trama alternativa. “Effettivamente, più o meno in quel periodo avevo un fan ossessivo, che mi faceva continuamente firmare questo e quello. E portava certi occhialetti rotondi, come quelli di John Lennon”. Gli lascerò elaborare il suo racconto in seguito: forse col tempo si convincerà che a pedinarlo era Lennon e non il suo assassino.

Lasciato perdere Chapman, anche se a malincuore, King ha adottato un’altra anima gemella: Lee Harvey Oswald. Uno storico inventato, citato in Carrie, sostiene che “i due avvenimenti più impressionanti del Ventesimo secolo” sono l’assassinio di Kennedy e il sanguinoso rito di primavera con cui Carrie dà fuoco alla cittadina del Maine dov’è nata.

Stephen King mi parla di Oswald durante una delle sue tirate mozzafiato sul Vietnam: “Eravamo convinti di poter cacciare il presidente e cambiare tutto quanto! Era l’Arca dei Giorni! Ormai quel tizio nel deposito di libri di Dallas eravamo noi: le dita sul grilletto erano le nostre!”. King dev’essere l’unico superstite degli anni Sessanta che considera la campagna contro Lyndon B. Johnson come una speranzosa attesa della ripetizione dell’assassinio di Jfk e, frullando insieme Oliver Stone e Steven Spielberg nel “tritarifiuti del pattume culturale” che dice di avere in testa, associa quell’omicidio alla ricerca dell’arca perduta.

Sono questi piccoli spaventosi capricci la materia prima della sua arte. “Non ho mai visto un fantasma”, dice, “ma a volte, di notte, vedo delle ombre che formano una sorta di disegno, e mi convinco che vogliono parlarmi delle fasi finali dell’esistenza. Oppure penso ai sogni e alla loro consistenza particolare: da quale altro mondo provengono?”.

Il senso della paura

King ama i particolari ripugnanti: Carrie ha le mestruazioni davanti a tutti e fa la doccia col sangue di maiale; l’eroe di Rose Madder è un poliziotto cannibale; in La metà oscura un romanziere impazzisce e inchioda la lingua di una sua vittima al muro. Eppure Stephen King ricorre al disgustoso soltanto come soluzione estrema. Quel che gli interessa davvero è il terrore, non l’orrore; la paura che sparge dappertutto secondo lui ha valore in quanto sintomo di quello che Samuel Taylor Coleridge chiamava “timor sacro”.

Il romanziere spiritato di Bag of Bones decide di affrontare il suo incubo personale e si affida a “quella perla di saggezza new age secondo cui la parola fear, ‘paura’, sarebbe l’acronimo di ‘face everything and recover’, ‘affronta tutto e superalo’”.

Poi ci ripensa, perché gli è tornato in mente un detto, ancora più antico e senza facili pretese terapeutiche, secondo cui fear è un ammonimento: “fuck everything and run”, “manda tutto affanculo e scappa”.

Ad alta voce, mi chiedo quale dei due acronimi preferisca King. “Io?”, risponde. “Dipende: di giorno o di notte?”. Quando gli chiedo di darmi una definizione di paura, risponde: “È un’intensità”. I romantici avrebbero parlato di sublimità: il timore reverenziale che ispirano le montagne imponenti e gli oceani spumeggianti, tutti segni visibili dell’energia divina. La paura segna una frontiera metafisica.

In Preludio, William Wordsworth esprime gratitudine al bigotto “ministero della paura”, e lo ringrazia di avergli svelato i misteri dell’esistenza. Graham Greene ha adottato quell’espressione facendone il titolo di un omonimo giallo. King ammira The Ministry of Fear, ma prima d’ora non aveva colto il senso religioso del titolo, che conferma i fremiti di venerazione presenti nei suoi stessi libri. Lo stato di suscettibilità visionaria descritto da Wordsworth è esattamente ciò che King definisce uno shining.

“Wow!”, esclama, “è questo che intendeva dire con ‘ministero della paura’? Io ho sempre pensato che si trattasse di una faccenda politica, come il ministero della propaganda. Cazzo, è grandioso! Fa venire la pelle d’oca!”. Nell’aria stantia e non condizionata della stanza, King ha un brivido: lo guardo soddisfatto mentre si gode quella sensazione, immaginando i peli che gli si drizzano sul collo taurino e la pelle che gli si arriccia giù giù per il lungo corpo quando fiuta la presenza di un fantasma o di un dio.

Per un istante, sono riuscito a spaventare Stephen King.Di solito, comunque, le verità dell’America sono più fantasiose della fiction: il paese si è messo in pari con le fantasie più sconvolgenti di King. Gli adolescenti non hanno più bisogno di talenti come Carrie o Charlie: la primavera scorsa si sono messi ad ammazzare a fucilate compagni di giochi e insegnanti.

Oggi King farebbe meglio a evitare di definirsi un pazzo dinamitardo. Dopo l’esplosione del 1995 a Oklahoma City, gli Stati Uniti hanno scoperto di possedere un’intera milizia di terroristi caserecci, uno dei quali è stato, come lo stesso King, un fenomeno editoriale: Unabomber. Con il ricatto – cioè minacciando di far saltare in aria qualche città – il terrorista ha costretto tutti i giornali del paese a stampare il suo prolisso manifesto.

A King piace molto un’espressione che Maxwell Perkins, redattore di una casa editrice statunitense, ha usato per definire Thomas Wolfe: una “divina campanella”, che tintinna delicatamente, mossa da tutte le brezze culturali. Ma la campanella non mi sembra uno strumento adatto a King: lui non tintinna delicatamente, e non sono affatto certo che il suo afflato ispiratore sia divino. Propenderei piuttosto per un demoniaco corno da nebbia.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 1998 nel numero 253 di Internazionale.

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