Stephen King a New York, nel 2006. (Fred R. Conrad, The New York Times/Contrasto)

Cosa rende It di Stephen King un capolavoro

Stephen King a New York, nel 2006. (Fred R. Conrad, The New York Times/Contrasto)
23 aprile 2016 12:03

Nel 2016 compie trent’anni un libro considerato un classico della contemporaneità da milioni di lettori in tutto il mondo e un sottoprodotto culturale per una parte consistente della buona società letteraria: It di Stephen King.

Scritto negli anni immediatamente precedenti alla disintossicazione del suo autore, poco prima che King sfiorasse il punto di non ritorno riducendosi a scrivere “con il cuore che toccava i centotrenta battiti al minuto e un paio di cotton fioc infilati nel naso per tamponare l’emorragia provocata dalla cocaina”, quest’opera di oltre mille pagine mescola horror, fantasy, gotico, romanzo di formazione e storia d’avventura in maniera esemplare.

È stupefacente come molti di coloro che dovrebbero restarne più impressionati (scrittori e critici letterari) preferiscano il balsamo della rimozione all’impegno di prendere davvero le misure alla storia di Pennywise e del gruppo di ex teenager che provarono a sconfiggerlo ritrovandosi da adulti nella loro città natale, Derry.

I bravi critici letterari, e ancor di più gli scrittori di valore, sanno quant’è impegnativo non solo trovare una buona lingua, ma anche mettere in piedi una struttura che sia all’altezza della storia che si vorrebbe raccontare. Soprattutto è difficile creare un’atmosfera in grado di trasportare all’istante il lettore in quella zona magica dove la verità del mondo si sente in modo molto intenso pur sottraendosi a una spiegazione definitiva. Ogni scrittore di peso, ciascuno a proprio modo, è capace di un simile prodigio.

L’atmosfera giusta

Senza la giusta atmosfera i party dei romanzi di Fitzgerald sarebbero banali feste per ricchi e non lo scintillio della vita sull’orlo del baratro che tanto ci commuove (sensazione che in Tenera è la notte ci accompagna per esempio prima ancora che sia successo alcunché di vagamente tragico), così come, sin dalla sua prima pagina, Lo straniero di Camus ci mette in contatto con un mondo altro da cui riceviamo dispacci sulla nostra condizione esistenziale. Sono dispacci molto più strani e al tempo stesso più fede degni rispetto a quelli che ci ritroveremmo a maneggiare limitandoci alle cronache del cosiddetto mondo reale. Ecco perché il giornalismo è molto importante e i grandi reportage ci aprono gli occhi sul mondo contemporaneo, ma poi continuiamo ad avere un disperato bisogno della letteratura d’invenzione.

Come si ottiene questa atmosfera? È tutto frutto del lavoro sulla lingua? In certi casi sì, ma molto spesso la lingua da sola non basta. È la lingua che trova nella giusta struttura narrativa la cassa di risonanza ideale per toccare le nostre corde più nascoste? Sì e no. Prendete Philip K. Dick. La bella prosa gli è estranea, e le idee veramente geniali nei suoi libri si alternano a capitoli in cui gli eventi sono montati gli uni sugli altri con una farraginosità da b-movie. Eppure, tutto questo crea misteriosamente l’atmosfera giusta. Ci sentiamo catapultati in una dimensione (il mondo di Ubik e Palmer Eldritch) nella quale ci sembra di vedere in pieno cose che avevamo intuito fuggevolmente nei momenti più ispirati della nostra vita.

Per esempio, durante il dormiveglia. Erano visioni troppo inquietanti (e magari al tempo stesso troppo seducenti) per ammettere a cuor leggero di averle avute anche noi. Solo che Dick quel tipo di “dormiveglia” lo sperimenta per così dire ventiquattr’ore al giorno, e ciò che chiamo “l’atmosfera giusta” è la sua capacità di gettare un ponte tra le nostre menti e la sua. “Coraggio”, sembra dirci, “fate un salto da questa parte e ne vedrete delle belle”.

Con Stephen King succede più o meno la stessa cosa. La sua scrittura non sembra uscita da un raffinato salotto parigino ma da una nuvola di polvere, scintille e segatura per come potrebbero vorticare in un ferramenta del Maine dove si ascoltano solo gli AC/DC. La drammaturgia è a propria volta l’equivalente di una grande costruzione in muratura piuttosto rozza, all’interno della quale l’assoluta ordinarietà di muri portanti, disegno delle stanze e arredamento si infrange nel sospetto di soluzioni architettoniche più imprevedibili.

E infatti… se sovrapponete la mappa ai vostri passi vi renderete conto di trovarvi ogni tanto proprio dove – planimetria alla mano – non dovreste essere. Sempre qualche passo indietro o avanti. Tornando verso l’ingresso, noterete magari una stanza che prima non c’era, ma che ora, stranamente, trovate giusto si trovi lì. Forse però vi state sbagliando. Forse l’avevate vista anche prima e ve ne siete dimenticati… Cosa sta accadendo? Attenzione. Il problema è che quella è proprio la stanza in cui scatta la sospensione di incredulità davanti a ragazzine dotate di poteri telecinetici, animali domestici risorti e, come nel caso di It, intere città possedute da orrende forze demoniache.

Ho l’impressione che chi adora Franzen e Tartt giocando di sponda con Charles Dickens non conosca troppo bene i libri di Dickens stesso

Con lo stile di Philip Roth e l’epica di Thomas Pynchon, Stephen King non avrebbe meritato la damnatio memoriae di critici come Harold Bloom. Ma senza quest’atmosfera altrimenti irriproducibile non sarebbe il portentoso rifondatore di immaginario che è.

Per inciso: ho un’infatuazione anche per Harold Bloom. Mi riconosco in molte sue battaglie, ho cominciato ad amare la letteratura a quindici anni leggendo la Wasteland, ritengo che etnia religione genere orientamento politico o sessuale non siano mai una scusa per la mancanza di talento (infatti Il gioco di Gerald di Stephen King è interessante al di là del suo evidente femminismo), non amo nell’arte le quote rosa nere gialle o arcobaleno (i crimini mai risarciti dell’impero britannico verso il sud del mondo non impediscono che William Shakespeare sia nato a Stratford-upon-Avon e George Eliot nel Warwickshire). Credo insomma che il canone occidentale sia un posto più desiderabile di qualunque scuola del risentimento. Tutto questo non vuol dire che ad Harold Bloom, quando guarda in una certa direzione, possano mancare due diottrie. Il problema è che non è l’unico.

Quanti critici e giornalisti culturali infinitamente meno bravi di Bloom, guardando ai romanzi di Jonathan Franzen e di Donna Tartt, hanno rispolverato di recente l’aggettivo “dickensiano”? Quanti hanno affermato che (come fosse la grande intuizione intorno a cui tutti aspettavamo di radunarci) il papà di Oliver Twist e David Copperfield è il vero ispiratore dei più ambiziosi romanzi scritti nel secondo decennio del ventunesimo secolo? Peccato che un erede di Dickens molto più plausibile sia nato a Bangor e rinnovi splendidamente quel tipo di tradizione dal 1974.

Tim Curry nella miniserie televisiva tratta da It, 1990. (Warner Bros/Everett/Contrasto)

Ho l’impressione che chi adora Franzen e Tartt giocando di sponda con Charles Dickens non conosca troppo bene i libri di Dickens stesso, o ne dimentichi gli aspetti più importanti: non tanto la capacità di metter su un affresco sociale (motivo per il quale gli viene accostato Franzen) o di scrivere in modo assai efficace una storia d’avventura (il caso della Tartt), ma la stupefacente potenza immaginativa, l’assoluta mancanza di realismo, l’atmosfera magica, le sporcature preziose, l’esplorazione di ambienti sordidi, la capacità di descrivere l’infanzia come un lungo sogno notturno pieno di orrori e meraviglia, la forza evocativa di personaggi che sembrano sempre usciti da un mondo parallelo.

Eviterò di parlare di Canto di Natale per non vincere facile. Ma sfido chiunque a non associare l’aggettivo soprannaturale alla scena in cui, proprio in Grandi speranze (un romanzo solo in apparenza realista, che ha la sua chiave di volta in un cimitero), davanti a un Pip terrorizzato compare la vecchia miss Havisham vestita in abito da sposa nella sua casa perennemente buia dove gli orologi sono stati fermati alle nove meno venti di un giorno nefasto di molti anni prima. Qui siamo nel punto più profondo del cuore vittoriano di Charles Dickens. E siamo dalle parti di Stephen King, non di Donna Tartt o Jonathan Franzen.

L’indagine sul male

Tornando a It, eviterò di soffermarmi troppo sulla trama. Non voglio annoiare i tantissimi che già conoscono questa storia a memoria. Al tempo stesso, non voglio togliere il piacere della scoperta a quella maggioranza relativa – nell’assoluta minoranza intellettuale – che non lo ha letto per partito preso. Il che significa alimentare anche il mio piacere sadico: questo succede quando uno scrittore che farebbe carte false pur di avere nella vita un decimo delle idee che servono a King per allestire un racconto, si risolve a leggere It dopo averlo disprezzato per anni.

Quello scrittore tornerà magari a dire in pubblico che King è in fondo un talentaccio ma scrive proprio male. Eppure, se hai avuto la fortuna di guardare questo snob mentre ripone It tra gli scaffali della sua grande libreria dopo averlo divorato in pochi giorni, sai cos’hai visto nei suoi occhi. Piacere. Stupore. Frenesia. E, subito dopo, dovendo ritornare a occuparsi di sé: panico. Con buona pace di Harold Bloom, la scuola del risentimento attecchisce anche tra gli esegeti di Proust e di Flaubert.

Ma insomma It, dicevo, è la storia di sette ragazzini (sei ragazzini e una ragazzina) del Maine che a ventisei anni dall’apparente scomparsa di un orrore senza forma e nome definiti, sono costretti a ritrovarsi nell’immaginaria cittadina di Derry per chiudere i conti col passato. Ci sono dunque due dimensioni temporali (gli anni cinquanta e gli ottanta), due età anagrafiche a confronto (adolescenza e mondo adulto), c’è la profonda provincia statunitense (non l’America rurale di Steinbeck e Faulkner, ma i paesini del nordest dove le case della gente sono piene di statue di Gesù in plastica luminosa e le strade di camionisti che trasportano legname guidando con la pancia piena di birra e i Metallica a palla in autoradio), c’è l’amicizia, il sesso (adolescente e adulto), i sempre difficili legami familiari, l’andare via di casa e il ritorno nei luoghi d’origine, l’impero americano in uno dei suoi momenti di maggior fulgore osservato con sapienza da un punto di vista minoritario… e poi c’è It, cioè l’indagine sul male.

Comincerò, per lodare questo romanzo, dalla parte più noiosa che forse è anche la più facilmente persuasiva agli occhi degli addetti ai lavori. La struttura. Non c’è nulla di troppo ordinario nel modo in cui King decide di organizzare i 24 capitoli del suo romanzo – a propria volta divisi in paragrafi la cui lunghezza può variare dalle 10 righe alle 20 pagine – e al tempo stesso non c’è nulla di eccessivamente originale. Questo, a fare una media ponderata. Perché se andiamo invece a stringere l’obiettivo sulle singole soluzioni trovate di volta in volta per fare avanzare la storia, ci troveremo davanti sia il massimo dell’ordinarietà, sia un’avventurosa forzatura delle convenzioni, un coraggio e un’inventiva estranei non solo agli scrittori di genere.

Sicurezza e sprezzo del pericolo

Se l’alternanza tra presente e passato (la Derry di “oggi” e quella degli anni cinquanta) e la presentazione dei sette personaggi (com’erano da bambini, e come sono diventati quando, più di vent’anni dopo, It torna a colpire) seguono uno schema prevedibile e al tempo stesso complesso e molto efficace, il racconto del risveglio di It nel 1984, collocato nella parte più delicata del libro (il capitolo 2, quando il lettore non ha ancora capito bene di che parla il romanzo e continua a sfogliarlo indeciso se abbandonare un tomo di 1.200 pagine o continuare a leggere), è invece impressionante per sicurezza e sprezzo del pericolo.

Dopo averci raccontato nel capitolo 1 di come qualcosa nel 1957 uccise il fratellino di Bill (il quale Bill ancora non sappiamo che sarà uno dei personaggi più importanti del libro), King nel capitolo 2 non solo fa un improvviso balzo in avanti di 27 anni, ma introduce il risveglio di It con una vicenda del tutto estranea a quella principale, un fatto di cronaca che non tornerà mai o quasi in tutto il libro, e cioè la storia di una coppia gay aggredita da un gruppo di balordi che causa solo in apparenza la morte di uno dei due, la quale storiaccia si consuma a propria volta in concomitanza con il festival del Canale (una sorta di sagra paesana messa su per celebrare l’inaugurazione del canale che aprì Derry al commercio del legname tra il 1884 e il 1919).

Una scena da It, 1990. (Everett/Contrasto)

Alcune decine di pagine, divise in diciotto paragrafi, al solo scopo di farci intuire molto ma molto debolmente qualcosa (la maledizione in cui è presa l’intera Derry) che nelle pagine successive riguarderà non i personaggi del capitolo in questione, ma un solo personaggio del capitolo precedente (di cui, a questo punto, ci ricordiamo già un po’ male), e i sei personaggi (gli ex teenager amici di Bill, i cosiddetti Perdenti) che saranno presentati per bene solo a partire dal capitolo 3, quando di pagine ne avremo lette già un bel po’.

Carrie è ancora oggi un compendio quasi insuperato sul bullismo scolastico

Molti scrittori non piazzerebbero mai questi snodi narrativi proprio all’inizio di un romanzo per paura di confondere il lettore o addirittura di annoiarlo. Eppure, tutto questo, funziona. Tutto questo serve a farci sentire il cigolio dei rubinetti da cui presto eromperà (come una sorta di ossigeno supplementare) quell’atmosfera magica di cui parlavo prima. Dobbiamo solo avere la pazienza di aspettare. Certo, confusi e rintronati lo siamo un bel po’. Ma è solo colpa nostra se saremo così malfidati da abbandonare la grande mano che stringe ora la nostra in modo così saldo. D’accordo, qui intorno per ora è tutto buio. Ma se continueremo ad avanzare, si schiariranno ben presto i profili di un mondo a cui ci affezioneremo sempre più, e che ci dispiacerà molto abbandonare quando saremo arrivati alla fine.

Il coraggio di fabbricarsi le sue storie in modo per nulla scontato, King lo ha avuto comunque dagli esordi. In Carrie la voce del narratore si alterna a estratti di documenti, a studi scientifici (L’ombra che esplose) e addirittura a racconti e romanzi fittizi (Siamo sopravvissuti al ballo nero, di Norma Watson, “pubblicato” sul Reader’s Digest nell’agosto 1980 – Carrie è del 1974 – e Il mio nome è Susan Snell, la cui autrice si augura venda bene per poter fuggire in un posto dove non la conosce nessuno), i quali romanzi fittizi sono tra l’altro scritti, si capisce man mano che la storia procede senza che King ceda alla tentazione di spiegarci un bel niente, dai sopravvissuti al ballo di fine anno.

Carrie è tra l’altro ancora oggi un compendio quasi insuperato (un allievo di gran classe è stato il John Lindquist di Lasciami entrare) sul bullismo scolastico.

La magia dei bambini di King

Il secondo grande asso nella manica di King è il modo in cui riesce a raccontare l’infanzia.

I bambini di It (e di Stand by Me, e di Carrie, e di quasi tutti i suoi libri dove ci sono dei minori) rilucono di quella magia (oscura e salvifica) di cui ognuno di noi conserva da qualche parte memoria, una magia alla quale tuttavia siamo sempre tentati di non credere perché ci sembra impossibile, da adulti, che il mondo lo si possa percepire e vivere come davvero facevamo senza sforzo in ogni singolo istante dei nostri otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici e quattordici anni.

King ha la portentosa capacità di sbatterci in faccia senza tanti complimenti il bambino che siamo stati. E ci riesce così bene perché i suoi bambini sono veri. Per esempio, puzzano. Per esempio, sudano e scoreggiano (”In quel caldo pomeriggio di luglio, Henry, Victor, Belch e Patrick Hockstetter erano finiti nella discarica a incendiarsi scoregge a vicenda a causa di Rena Davenport” si può leggere tranquillamente in It).

E dicono parolacce, sputano, costruiscono case sull’albero, fumano sigarette, hanno una paura del sesso ruvida e poetica, sanno essere crudeli e si vestono male.

Certo, i bambini crudeli li avevamo visti in William Golding e i teenager che fanno sesso (addirittura un incesto) nel McEwan del Giardino di cemento. Mostrare il lato oscuro dei bambini però non basta, suonerà anzi falso se di questa oscurità viene privilegiato il lato estetizzante (che di solito è quello meglio accettato dalla società letteraria) censurando il resto. In due parole: tra ventesimo e ventunesimo secolo è più semplice scrivere di ragazzini che si accoppiano che di studenti di scuola media che scoreggiano platealmente (come accade nella vita reale) mentre l’orrenda presenza di It incombe su di loro. Zoofilia e sadomaso sono ammessi insomma a Yale, la flatulenza no.

Di queste fisime del mondo letterario si prende beffe lo stesso King in On writing (introdotto per l’edizione italiana da Loredana Lipperini, una delle poche intellettuali del nostro paese a difendere valorosamente la reputazione dello scrittore da tempi non sospetti) quando, ricordando una baby-sitter della sua infanzia povera e sgangherata, scrive: “Per certi versi Eula-Beulah mi ha forgiato per le critiche letterarie a venire. Dopo che una babysitter da un quintale ti ha scoreggiato in faccia strillando ‘Bang!’, non ti terrorizza più neppure il Village Voice”.

I dettagli della vita

Dicevamo: magia dei bambini di King. Si tratta tra l’altro di bambini prevalentemente poveri, proprio come quelli di Dickens. Comunque, personaggi veri. È da lì che parte tutto. Se un bambino è descritto realisticamente mentre non si lava i denti per diverse sere di seguito, lasciando che un orrendo deposito di batteri color smeraldo inizi a formicolargli tra le gengive, sarà plausibilmente vero anche il mostro che lo aspetta tra le tende mentre il medesimo bambino se ne va a dormire dopo aver lasciato in bagno i rubinetti aperti un quarto d’ora per fare scena coi genitori.

Ecco cosa fa, tra le altre cose, King: si sofferma su dettagli della vita che i poeti laureati di solito disdegnano senza il preservativo della buona letteratura – una scoreggia, descritta da Franzen, per quanto lui tecnicamente bravissimo, già profuma dell’inchiostro con cui si stampa il New York Times.

Nel restare impermeabile a certi tabù, King è aiutato probabilmente dalle sue origini. È infatti uno dei pochissimi scrittori famosi non borghesi oggi in circolazione negli Stati Uniti. Fino a qualche tempo fa (pensate a Bukowski) ce n’erano di più. Non c’è nulla di male a essere scrittori di origine borghese. La maggior parte lo è o lo è stato. Oggi poi – con lo sprofondare della classe media – scontiamo il paradosso di scrittori dalla cultura borghese assai sofisticata il cui conto in banca è inferiore a quello di un metalmeccanico.

Ma le origini davvero proletarie di King sono da lui sfruttate letterariamente al meglio. Non solo per la faccenda dei bambini. Pochi riescono a farti sentire meglio di lui l’odore di birra rancida in un bar sperduto della provincia americana o la naftalina da due soldi nell’armadio di una casa arredata in modo sciatto ai margini di una cittadina del Maine dove la cartiera che dava lavoro a metà della popolazione è fallita e la fabbrica di calcolatrici che ne impiegava l’altra metà se la passa malissimo.

Una foto promozionale per la miniserie It, 1990. (Warner Bros/Everett/Contrasto)

Il terzo asso nella manica

King dà l’impressione di conoscere molto bene piccoli bottegai, garzoni, camionisti, avvocaticchi che fumano tabacco di terza qualità, alcolizzati, gestori di locali notturni, donne di mezza età che affidano alla religione il proprio esaurimento nervoso, piccoli spacciatori, ragazzine sfrontate che sognano di fare le attrici a Hollywood ma poi passano l’estate in una piscina gonfiabile, nonché il maniaco che le ucciderà. Sarà anche per questa cultura e queste mai rinnegate origini che Stephen King – da Il miglio verde a Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank – è tra i più bravi a raccontare le storie ambientate in carcere?

Prima di parlarvi del terzo asso nella manica di King in It (il modo in cui descrive il male) vorrei dare una breve ma pratica dimostrazione di come il “genere”, nei suoi libri, sia spesso un mezzo e non un fine. Non è un limite né tantomeno un recinto, ma un trampolino. King è uno scrittore che attraversa e strapazza i generi in continuazione, ma non è (per niente!) uno scrittore seriale. Prendiamo qualche incipit tratto dai suoi libri. Osservate – per varietà di approccio, tipo di tensione evocata, scelta del punto di vista – quanto di poco serialmente riproducibile c’è nel suo lavoro.

Cominciamo dall’incipit di Carrie nella traduzione di Brunella Gasperini:

Ci viene riferito che una pioggia di pietre è caduta da un cielo perfettamente sereno su Carlin Street, nella città di Chamberlain, il 17 agosto. Diverse persone ne sarebbero state testimoni. Le pietre sono cadute sulla casa della signora Margaret White, rovinando gravemente il tetto e sfondando due grondaie e un tubo di scolo per un danno di circa 25 dollari. La signora White, vedova, abita nella casa di Grin Street con la figlioletta di tre anni, Carrie. Non si hanno commenti diretti, perché non è stato possibile avvicinare la signora White.

Questo è l’incipit di La bambina che amava Tom Gordon tradotto da Tullio Dobner:

Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina dei primi di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 GORDON sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria.

L’incipit di Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank tradotto da Bruno Amato:

Uno come me, sono sicuro, c’è in ogni prigione d’America, statale o federale: io sono quello che vi procura la roba. Sigarette confezionate o spinelli – se è quello il vostro debole – una bottiglia di brandy per festeggiare il diploma del figlio, o della figlia, praticamente qualsiasi cosa… nei limiti del ragionevole, cioè. E non sempre è stato così.

L’incipit di Cose preziose, il preferito in assoluto dello stesso King, tradotto da Tullio Dobner:

Sei già stato qui.

L’incipit di Le notti di Salem, tradotto da Carlo Brera:

Quasi tutti pensavano che l’uomo e il ragazzo fossero padre e figlio.

L’incipit di 22/11/’63, tradotto da Wu Ming 1 (un romanzo in cui si parla dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy):

Non sono mai stato un uomo facile alle lacrime. Un giorno, mia moglie mi disse che il mio ‘gradiente emotivo pari a zero’ era il motivo principale per cui mi stava lasciando. Come se il tizio che aveva conosciuto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi non c’entrasse per niente. Christy disse che avrebbe forse potuto perdonarmi per non aver pianto al funerale di suo padre: lo conoscevo soltanto da sei anni e non potevo capire che uomo fantastico e generoso fosse stato (quando s’era diplomata le aveva regalato una Mustang decappottabile, tanto per fare un esempio); ma quando non avevo pianto a quelli dei miei genitori (morti a due anni di distanza l’uno dall’altra, papà di cancro allo stomaco e mamma fulminata da un attacco di cuore mentre passeggiava su una spiaggia della Florida), Christy aveva iniziato a capire la faccenda del ‘gradiente’.

E poi il celeberrimo incipit di It, tradotto da Tullio Dobner:

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

Vi sembrano gli incipit di uno scrittore seriale? Vi sembrano soluzioni scontate o banalmente intuitive per cominciare a raccontare una storia? Non lo sono. Proprio per niente. Non sto dicendo che siano i migliori incipit della storia della letteratura. Neanche sostengo che non ci sono scrittori contemporanei che possiamo legittimamente preferire a Stephen King. Ci sono scrittori contemporanei che possiamo legittimamente amare più di King. Certo.

Solo: è davvero molto molto bravo a fare quello che fa, e non pochi dei suoi eruditi detrattori, solo a conoscerlo meglio, farebbero la fine di Adrian Leverkühn nel _D__octor Faustus_ di Thomas Mann pur di sapere cosa si prova a scrivere avendo in circolo il ruvido ma portentoso gasolio che alimenta Stephen King da quarant’anni.

Ah, sì: l’indagine del male in It. Qui me la caverò velocemente, temo di avervi intrattenuto troppo a lungo, e magari nel frattempo vi è venuta voglia di leggervi almeno i racconti di Stagioni diverse.

Piovuta da un altro mondo

It è normalmente associato al clown perverso Pennywise, ma questo non è che uno dei suoi travestimenti. La sua caratteristica è di prendere la forma della tua peggior paura. Temevi di essere violentata da tuo padre quando eri poco più di una bambina? Bene. Quando sarai adulta It prenderà proprio la forma di questa angoscia. Sei rimasto terrorizzato da un dobermann che una volta ha cercato di sbranarti? It si riproporrà al tuo cospetto in forma di cane ringhiante. It è il Male. E It, se sarai abbastanza debole da cedere alla sua forza, ti possiederà (cioè ti divorerà) attraverso la parte più oscura di te stesso.

A ben vedere, possiede tutta la cittadina di Derry senza che i suoi abitanti se ne accorgano. It insomma (al di là delle forme che assume per essere narrativamente comprensibile ai personaggi del romanzo prima ancora che ai lettori: clown, lupo mannaro, statua, squalo, dobermann, sanguisuga, mummia, occhio gigante, strega) è una sorta di terribile presenza mentale. Una presenza psichica. Una forza cosmica e ancestrale al tempo stesso. Infatti, It viene da fuori. Proviene dallo spazio profondo. È una creatura (volevo dire una forza) piovuta da un altro mondo, milioni di anni fa. Magari da un mondo parallelo.

A quale tradizione letteraria e filosofica fa capo una simile raffigurazione del male? Pensateci un po’. Se il Male viene da fuori, allora l’uomo non nasce irrimediabilmente cattivo. A meno che quel fuori sia solo una metafora e, in termini evoluzionistici, rappresenti la zona più antica e violenta del nostro cervello, la dimensione in cui tutti siamo mostri sanguinari, la galassia nera che dobbiamo abbandonare (l’origine dalla quale emanciparsi) per compiere la nostra missione di specie. Oppure: il Male è simile alla pioggia e noi siamo un contenitore particolarmente predisposto ad accoglierla. Oppure ancora: il Male è una frequenza radiofonica diffusa ovunque (in certi luoghi con maggiore pervasività) e noi siamo antenne la cui missione è intercettare (e far vincere) una frequenza di segno opposto, meno intensa e più difficile da catturare.

E allora, quale Grande Opera sul Male mette in scena una forza maligna, soprannaturale, addirittura triplice, proveniente dall’esterno (per esempio delle streghe impegnate a rimestare nel calderone), perché attecchisca nel malcapitato protagonista, che se ne andava in giro per i fatti suoi nella brughiera prima che una voce irresistibile (quella del suo desiderio e al tempo stesso della sua paura più profonda) gli dicesse: “Ave, Macbeth. Ave a te, che sarai Re”? Da lì, fiumi di sangue.

Ecco (istintivamente o meno) a quale tipo di tradizione si rifà lo scrittore che gli accademici del futuro apprezzeranno con lo stesso ritardo con cui oggi alcuni di loro possono accendere il mutuo per la casa al mare sguazzando negli oceani di Philip K. Dick ed Edgar Allan Poe.

Non commettete l’errore di sottovalutare Stephen King.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Le notizie di scienza della settimana
Claudia Grisanti
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.